Torniamo sul tema della Open Community License (OCL) introdotta da Prusa Research, osservando che una parte della community continua a contestarne l’etichetta “open” perché la licenza limita esplicitamente l’uso commerciale dei design e dei componenti associati ai prodotti. L’innesco della discussione è la scelta di Prusa di affiancare ai suoi rilasci una licenza “su misura” pensata per l’hardware, presentata come alternativa alle licenze nate per il software.
Che cos’è la Open Community License (OCL) e dove si legge il testo completo
La OCL è pubblicata come OCL v1 su GitHub in un repository dedicato (“OpenCommunityLicence”). Nel testo introduttivo la licenza dichiara l’obiettivo di garantire accesso e modificabilità per la community (incluso il right-to-repair) e, allo stesso tempo, “promuovere una competizione equa” intervenendo su copyright, design e brevetti quando applicabili a prodotti e componenti.
Cosa consente a un utente finale non commerciale
Nel corpo della licenza, la sezione dedicata al Non-Commercial END USER chiarisce che l’utente può usare, copiare, modificare e “hackerare” il prodotto o i suoi componenti. Se poi distribuisce modifiche/derivati, la licenza richiede di farlo sotto OCL (o altra licenza non commerciale e share-alike compatibile con i permessi concessi agli altri membri della community). Questo impianto, nelle intenzioni dichiarate, mira a mantenere “aperta” la circolazione delle modifiche tra maker e utenti finali.
Cosa consente (e cosa vieta) a un’azienda: il nodo dell’“internal production use”
La parte più discussa è quella per il Commercial BUSINESS USER. La OCL consente a un’azienda di usare e modificare il prodotto solo per il proprio uso produttivo interno (“internal production use”). Allo stesso tempo vieta di modificare componenti per scopi commerciali diversi dall’uso interno e vieta di copiare o replicare prodotto e/o componenti per scopi commerciali senza una licenza separata (business license o repair license). È questo passaggio che, per molti osservatori, sposta la OCL fuori dal perimetro delle definizioni standard di “open source”.
Clausole aggiuntive: il divieto di text & data mining e la “banca dati” dei prodotti OCL
Oltre alle limitazioni sull’uso commerciale, la licenza include una clausola che vieta che i prodotti/componenti sotto OCL siano soggetti a attività sistematiche o automatizzate di text e data mining o raccolta dati senza permesso esplicito. La licenza indica anche l’intenzione del licenziante di mantenere un database di prodotti/componenti rilasciati sotto OCL e “good practices”, e rimanda a un’area “examples” con scenari pratici.
Perché Prusa Research ha introdotto OCL: i motivi dichiarati e gli esempi citati
Prusa ha collegato il debutto della licenza al rilascio dei file CAD della piattaforma CORE One (e varianti) e, nella narrazione riportata da media di settore, ha motivato la scelta con la necessità di coprire “zone grigie” quando le licenze tipiche del software vengono applicate all’hardware fisico. Nella discussione pubblica vengono citati anche casi legati a brevetti e contenziosi nel mondo maker come esempi di rischi che una licenza “hardware-oriented” vorrebbe mitigare.
Perché viene criticata: il conflitto con la definizione di Open Source Initiative (OSI)
La contestazione più immediata riguarda la definizione di Open Source dell’Open Source Initiative. L’Open Source Definition specifica, tra i criteri, che una licenza non deve impedire la libera ridistribuzione né limitare l’uso in un campo di attività (per esempio vietare l’uso “in un business”). Se una licenza vieta o condiziona l’uso commerciale, entra in tensione con questi criteri. È il punto su cui si insiste per spiegare perché molte persone rifiutano di chiamare “open source” la OCL.
Il parallelo con la definizione OSHWA: “open source hardware” include anche la vendita
La Open Source Hardware Association (OSHWA) definisce l’open source hardware come hardware il cui design è pubblicato in modo che chiunque possa studiare, modificare, distribuire, realizzare e vendere il design o hardware basato su quel design. Nella definizione dettagliata, tra i requisiti, compare esplicitamente che la licenza deve permettere anche produzione, vendita e distribuzione di prodotti derivati dai file di progetto. Per chi adotta questa cornice, una clausola “non-commercial” rende la licenza incompatibile con l’etichetta “open source hardware”.
Le reazioni della community maker: richiesta di standard esistenti e dubbi sulla precisione legale
Un quadro delle reazioni è stato raccolto da Make: (23 dicembre 2025): l’articolo riporta che Prusa ha rilasciato file CORE One il 19 dicembre 2025 sotto OCL e che una parte della community avrebbe preferito un confronto con soggetti come OSI, Creative Commons e OSHWA invece di introdurre una licenza nuova. Nello stesso pezzo viene citato anche il fatto che il testo OCL è pubblico su GitHub e che esistono issue aperte, segnale di un documento che sta ancora generando domande interpretative.
L’analisi “critica” più tecnica: OCL e i limiti reali del controllo IP sull’hardware
Una critica più giuridico-tecnica è quella di Michael Weinberg (NYU Engelberg Center; board member OSHWA), che il 30 gennaio 2026 sostiene che la OCL, oltre a non rientrare nelle definizioni comuni di “open”, rischia di trasmettere un’idea “massimalista” della proprietà intellettuale: nell’hardware molti elementi funzionali possono non essere coperti da copyright, quindi un testo di licenza non trasformerebbe automaticamente in “vietato” ciò che, di fatto, non è proteggibile come opera creativa. In altre parole: anche con una licenza restrittiva, la possibilità di copiare parti funzionali potrebbe restare, e il cuore della questione diventerebbe più complesso di “basta cambiare licenza”.
Cosa cambia in pratica per maker, service e aziende che vogliono “derivare” dal design
Nel mondo reale, la differenza tra “puoi modificare per te” e “puoi produrre e vendere derivati” incide su più livelli:
- per i maker hobbisti, la OCL formalizza la libertà di modifica e condivisione in ambito non commerciale;
- per service e aziende, la clausola sull’uso interno crea un confine: si può intervenire sul prodotto per farlo funzionare nel proprio processo, ma non si può trasformare quel lavoro in un’offerta commerciale basata su copie/repliche o derivati senza licenza separata;
- per chi sviluppa accessori o varianti destinate al mercato, la licenza introduce un rischio di non conformità che prima, con licenze davvero “open” (in senso OSI/OSHWA), sarebbe stato molto diverso.
Alternative che il mondo “open hardware” usa già: marchi, certificazioni e regole chiare
Una parte del dibattito rimanda a strumenti diversi dalla clausola “non-commercial” per proteggere sostenibilità e reputazione: ad esempio, l’uso del marchio per evitare confusione sul mercato pur lasciando aperti i design. Arduino spiega apertamente che chiunque può copiare e sviluppare un design hardware open source Arduino, purché usi un proprio brand e non il marchio Arduino. In parallelo, OSHWA promuove la certificazione come segnale di conformità a uno standard condiviso di open source hardware (utile anche per distinguere originali, derivati e cloni legittimi).
Una sintesi del punto di frizione
Il nodo non è solo “Prusa sì / Prusa no”: è la collisione tra due idee di apertura. Da un lato, la OCL prova a garantire accesso ai file, modificabilità e riparabilità; dall’altro, introduce limiti all’uso commerciale che, secondo definizioni consolidate come OSI e OSHWA, fanno uscire la licenza dal campo “open source”. La discussione resta aperta perché tocca un problema reale: come finanziare R&D e supporto quando il mercato può replicare rapidamente un prodotto fisico.
