EFF contesta le nuove proposte di legge USA sul controllo delle stampanti 3D
La Electronic Frontier Foundation (EFF) ha pubblicato due analisi all’inizio di aprile 2026 per contestare una nuova linea legislativa emersa negli Stati Uniti: imporre ai produttori di stampanti 3D sistemi di “print blocking” capaci di esaminare i file e bloccare la stampa di armi o componenti considerati illegali. Secondo EFF, il nodo non riguarda solo le ghost guns, ma il fatto che una tecnologia general purpose verrebbe trasformata in una piattaforma sottoposta a filtri permanenti, con effetti su utenti privati, maker, laboratori, università e piccole imprese della manifattura digitale.
Tre iniziative diverse, ma con la stessa direzione di fondo
Le proposte più citate in queste settimane sono la AB 2047 in California, la HB 2321 nello Stato di Washington e il pacchetto S.9005 / A.10005 a New York. I tre testi non coincidono in ogni dettaglio, ma convergono su un principio: subordinare la vendita o l’uso delle macchine a sistemi di rilevamento dei file arma e a funzioni di blocco integrate nel software o nel firmware. In California il testo prevede attestazioni dei produttori, una lista dei modelli conformi e il divieto di vendita dei modelli non conformi dal 1 marzo 2029; nello Stato di Washington il divieto di vendita senza blocking features scatterebbe dal 1 luglio 2027; a New York il percorso passa prima da un gruppo di lavoro e da una verifica formale di fattibilità tecnica.
Che cosa chiedono in concreto queste proposte
I testi legislativi entrano in dettagli molto più ampi di un semplice divieto di stampare armi. La proposta di Washington definisce le blocking features come un processo software integrato che usa un firearms blueprint detection algorithm per esaminare file STL, altri file CAD e persino il geometric code, con architetture che possono essere incorporate nel firmware della macchina, in un slicer unico o in sistemi di autenticazione tra slicer e stampante. La proposta californiana usa una struttura simile, parla di algoritmi certificati e prevede guidance pubblica sui requisiti tecnici. Il testo di New York definisce il blocking technology in modo ampio, autorizza la creazione e l’aggiornamento di una libreria di file relativi ad armi e lega la vendita delle macchine all’adozione di queste misure.
Perché EFF parla di lock-in e di danno alla concorrenza
Per la Electronic Frontier Foundation il problema non è soltanto regolatorio, ma anche industriale. Se la stampante può accettare lavori solo da software autorizzato o da strumenti che dialogano correttamente con il firmware certificato, software open source come OrcaSlicer, Klipper e PrusaSlicer rischiano di essere esclusi o fortemente limitati. EFF sostiene che questo sposterebbe ulteriore potere verso i produttori hardware, ridurrebbe la possibilità di riparare o prolungare la vita delle macchine, aumenterebbe il lock-in commerciale e renderebbe più difficile l’ingresso di nuovi operatori nel mercato. Nella sua analisi, l’associazione richiama anche il caso Bambu Lab come esempio recente di tensione tra firmware proprietari e comunità open source.
Il nodo tecnico: il filtro automatico dei file non risolve davvero il problema
EFF contesta anche la tenuta tecnica di questi sistemi. Una stampante 3D non “vede” un oggetto come lo vede una persona, ma esegue istruzioni di movimento, temperatura ed estrusione contenute in file spesso lunghi centinaia di migliaia di righe di G-code. Confrontare questi flussi con una libreria di modelli proibiti richiede capacità computazionale, aggiornamenti continui e, in molti scenari, infrastrutture esterne o cloud. Secondo EFF, un utente motivato potrebbe comunque aggirare il filtro modificando il file, dividendo il pezzo in più parti, mascherandolo dentro altri oggetti o completandolo con lavorazioni successive, mentre utenti legittimi rischierebbero falsi positivi su prop, giocattoli, elementi decorativi o ricambi tecnici.
New York sta spingendo il tema anche sul piano politico e mediatico
A New York il tema è stato rilanciato dalla governatrice Kathy Hochul, che ha presentato il piano come uno standard minimo di sicurezza per i produttori di stampanti 3D, e dal Manhattan District Attorney Alvin Bragg, che ha sostenuto pubblicamente la necessità di tecnologie capaci di bloccare la produzione di ghost guns. The Verge ha riferito che, durante una conferenza stampa, Bragg ha dichiarato che due aziende di stampa 3D avevano già accettato volontariamente di adottare tecnologie di blocco e che un’azienda di design digitale aveva rimosso alcuni file CAD relativi alle armi. Nelle fonti che ho consultato, però, i nomi di queste aziende non vengono specificati.
Il caso New York contiene anche una clausola di fattibilità che merita attenzione
Nel testo di New York c’è un passaggio importante che spesso viene semplificato nei riassunti: il gruppo di lavoro incaricato di definire gli standard deve anche stabilire se sia davvero tecnologicamente fattibile imporre il blocking technology alle stampanti 3D vendute nello Stato. Se il gruppo concludesse che questa fattibilità non esiste, il testo prevede che i regolamenti non debbano essere emanati fino a quando tale fattibilità non venga dimostrata. Questo dettaglio mostra che anche all’interno dell’impostazione restrittiva resta aperta la questione centrale sollevata da EFF: la tecnologia di filtraggio è davvero realizzabile in modo affidabile?
Che cosa cambierebbe per il settore della stampa 3D
Se una parte di queste impostazioni normative dovesse avanzare, gli effetti andrebbero oltre le armi stampate in 3D. Entrerebbero in gioco il mercato dell’usato, l’interoperabilità tra stampante e slicer, la disponibilità di firmware alternativi, la privacy dei lavori inviati in stampa, i costi di conformità per i produttori e la vita utile delle macchine più vecchie. Per la Electronic Frontier Foundation, la vera posta in gioco è che un’infrastruttura costruita oggi per bloccare le armi possa domani essere estesa a copyright, marchi, simboli contestati o altri contenuti, trasformando una tecnologia di fabbricazione personale in una piattaforma soggetta a autorizzazione permanente
