Il dibattito sulle scarpe stampate in 3D tende a oscillare tra concept da passerella e prodotti indossabili. Il punto di svolta, oggi, è un altro: capire se l’ecosistema “desktop” (stampanti FDM in casa o in laboratorio, piattaforme di condivisione file, materiali elastomerici più affidabili e workflow semplificati) possa creare un mercato stabile, non limitato alla prototipazione. In parallelo, continua a crescere la filiera ortopedica e delle solette personalizzate, dove i volumi e la logica “su misura” esistono già.

Bambu Lab, MakerWorld e FORMISM by SCRY: la scarpa come “pacchetto digitale” industriale

Un segnale interessante arriva dall’impostazione “prodotto digitale” scelta da Bambu Lab e MakerWorld insieme a FORMISM by SCRY. L’idea non è solo pubblicare STL: il pacchetto Persona Footwear viene presentato come asset sviluppato con criteri di compatibilità FDM e prestazioni meccaniche, con logiche di personalizzazione legate a taglia, colori e strutture interne. MakerWorld, inoltre, ha impostato una campagna di crowdfunding per distribuire file e contenuti ai sostenitori, spostando l’attenzione dalla singola stampa “one-off” a un modello di rilascio e supporto più simile a quello del software.

La componente “Foam” e il tema comfort: perché la schiuma conta quanto il TPU

Per l’uso quotidiano, il comfort dipende dalla risposta elastica e dalla gestione delle pressioni (tallone, arco, avampiede). In questo contesto, l’ipotesi di una linea “Foam” collegata alla stessa iniziativa indica che non si sta ragionando solo su tomaie e “scocche” flessibili, ma su comportamenti più vicini alle intersuole tradizionali. Se l’obiettivo è avvicinarsi a sensazioni d’appoggio e ammortizzazione realistiche, la combinazione tra geometrie (reticoli, zone a densità differenziata) e materiali (TPU, filamentI schiumati/foamy) diventa centrale.

Presq e l’approccio open-source: Fig. (0) come base modificabile, non come modello finito

Accanto al pacchetto “designer”, Bambu Lab ha avviato un filone diverso con Presq (studio design-tech di Los Angeles): la scarpa Fig. (0) viene proposta come piattaforma open-source, con file e indicazioni per scalare la misura, pensata per essere “remixata” e adattata. Questo approccio è utile perché crea una base comune: designer e maker lavorano su una struttura nota, testabile e migliorabile nel tempo. In pratica, si tenta di applicare alla calzatura un percorso simile a quello di alcuni progetti hardware open (standardizzazione minima + iterazione comunitaria + varianti).

Creality: dal “progetto stampabile” al prodotto venduto come sneaker

Un secondo segnale arriva da Creality, che non si limita a file scaricabili ma propone direttamente modelli di scarpe stampate in 3D come prodotto acquistabile. La sneaker Aeroraise viene venduta a 159 dollari e descritta con una costruzione cava e monopezzo, con obiettivi di traspirabilità, drenaggio e resilienza. Questo posizionamento è diverso: invece di chiedere all’utente di diventare produttore, Creality tratta la stampa 3D come tecnologia di fabbricazione interna per un prodotto finito. In parallelo, l’azienda indica una linea “3D Printed Shoes” più ampia, segno che sta valutando continuità di catalogo e non un esperimento isolato.

La via “professionale” delle solette: PodoPrinter, architettura a nastro e produzione continua

Se si cerca un settore dove la stampa 3D ha già una logica industriale per il piede, il riferimento sono solette e plantari. PodoPrinter (legata alla tecnologia “belt”/nastro resa nota da Blackbelt 3D) propone una soluzione integrata per produrre solette personalizzate con stampante a nastro, software dedicato e filamenti specifici (inclusi materiali schiumati). Il vantaggio di questa architettura è la produzione continua e la compatibilità con elastomeri, con un flusso di lavoro pensato per cliniche e laboratori ortopedici. È anche il segmento dove è più facile vedere numeri significativi, perché la personalizzazione non è un “nice to have”: è il requisito di partenza.

Materiali e standard: Recreus Filaflex 2.20 e il problema della produttività con TPU

La stampa FDM con TPU ha un limite noto: l’affidabilità e la velocità di estrusione rispetto a PLA/PETG. Recreus ha proposto il sistema Filaflex 2.20, basato su un diametro filamento maggiore (2,20 mm) con l’obiettivo di aumentare stabilità e produttività nella stampa flessibile. L’idea, al di là del singolo prodotto, è spingere verso una “normalizzazione” della stampa elastomerica per applicazioni dove servono pezzi funzionali in volume (come componenti per calzature, solette, ortesi). Se questo tipo di standard venisse adottato da più attori, potrebbe ridurre la distanza tra “stampabile” e “producibile”.

TPU “da scarpa” e accesso desktop: perché la disponibilità del materiale è parte della storia

Per rendere la calzatura stampata in 3D meno “specialistica”, conta la disponibilità di materiali coerenti con l’uso: durezza, resistenza all’abrasione, integrità strutturale, comportamento elastico. Nelle schede tecniche di Bambu Lab il TPU 90A viene esplicitamente associato ad applicazioni come le suole, perché più rigido del TPU 85A e quindi più adatto a parti che devono flettersi senza collassare. Questo non risolve da solo i problemi (durata, grip, normative, comfort), ma riduce una frizione pratica: trovare un elastomero “adatto” e ripetibile su piattaforme desktop.

Zellerfeld e il “modello piattaforma”: quando la scarpa è prodotta in house con hardware proprietario

Sul lato industriale-consumer, Zellerfeld rimane un riferimento perché ha costruito un sistema completo: piattaforma, workflow e stampanti dedicate per produrre scarpe come pezzo unico, senza assemblaggi tradizionali. La società parla apertamente di scalare la produzione con sistemi come GEN3, puntando su velocità e ripetibilità per rendere praticabile la vendita diretta di modelli digitali trasformati in prodotto fisico on-demand. È un paradigma diverso dal “desktop per tutti”: qui la stampa 3D è centralizzata, ma l’accesso al design è distribuito (designer/brand che caricano modelli, piattaforma che produce e spedisce).

Cosa manca perché le scarpe 3D “desktop” diventino un mercato stabile

Le iniziative citate mostrano tre strade che possono coesistere:

  1. “pacchetti digitali” con qualità controllata (Bambu Lab + MakerWorld + FORMISM by SCRY),

  2. piattaforme open-source per far crescere una base comune (Presq + Fig. (0)),

  3. produzione centralizzata on-demand con tecnologie dedicate (Zellerfeld).

Il nodo, per l’uso quotidiano, resta la convergenza tra: materiali coerenti (TPU e schiumati), geometrie ottimizzate, comfort verificabile, taglie gestite in modo ripetibile, e un canale di distribuzione che non scarichi tutta la complessità sull’utente finale. L’evoluzione delle solette/ortesi indica che volumi e sostenibilità economica sono già possibili quando c’è un bisogno misurabile e un workflow integrato. La domanda è se una parte di quel modello (scansione, personalizzazione, produzione continua, materiali standardizzati) possa migrare verso la calzatura completa.

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Di Fantasy

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