Il punto di partenza: l’AM come processo, non come “macchina in reparto”
Quando un’azienda valuta la manifattura additiva (Additive Manufacturing, AM) in chiave industriale, l’errore più frequente è trattarla come un acquisto di capitale “stand-alone”: si confrontano prestazioni dichiarate, volumi utili e costo macchina, e solo dopo si pensa a come far funzionare davvero la tecnologia dentro a qualità, pianificazione e supply chain. Nell’intervista, Marina Schreiner (CEO e fondatrice) insiste proprio su questo: il 3D printing diventa industriale quando è inserito in una catena di processo completa, con regole di progettazione, parametri controllati, criteri di accettazione e un percorso di qualifica replicabile.


Chi è 3D-WERK e cosa propone (oltre alla vendita)
3D-WERK Black Forest GmbH (St. Georgen im Schwarzwald, Germania) si presenta come centro di competenza con offerta “a pacchetto”: supporto alla scelta di tecnologie e materiali, test prima dell’investimento, servizi di produzione parti, attività di post-processing e un blocco formativo (workshop, seminari, experience center) rivolto a team tecnici. L’azienda elenca e raggruppa processi e famiglie tecnologiche comuni in ambito industriale, collocandole nel contesto “dal prototipo alla piccola serie” e “produzione”. L’impostazione è coerente con quanto emerge nell’intervista: ridurre l’adozione a “quale stampante compro” porta spesso a sottostimare ciò che serve per stabilizzare il processo.


Dove si inceppa più spesso il passaggio “prototipo → serie”
Il salto dalla prototipazione alla produzione stabile non fallisce per mancanza di creatività geometrica, ma per tre frizioni ricorrenti:

  1. stabilità di processo (ripetibilità tra build e tra lotti),

  2. qualifica del componente (requisiti misurabili e verificabili, non “pezzo bello”),

  3. integrazione nel sistema qualità (piani di controllo, tracciabilità, gestione non conformità).
    Schreiner descrive esattamente queste aree: molte aziende ottengono ottimi prototipi, ma in serie trovano variabilità legata a posizione nel volume di costruzione, stato macchina, lotti di materiale e condizioni ambientali, con impatto su scarti, rilavorazioni e costi reali. La riduzione della variabilità passa soprattutto con monitoraggio in-process e controllo robusto.


Perché le “prestazioni dichiarate” non bastano: qualità, ripetibilità e costo totale
Uno dei passaggi più concreti dell’intervista riguarda lo scarto tra promesse e processo reale. In AM la qualità superficiale e le tolleranze “da brochure” spesso richiedono post-processing e finestre di processo strette; la ripetibilità è sensibile a variabili che in produzione tradizionale vengono spesso “assorbite” dal processo, mentre in AM emergono in modo più evidente. Anche la valutazione economica tende a essere parziale: guardare solo a tempo macchina e costo materiale, senza quantificare sviluppo processo, controlli, qualifica, scarti e rilavorazioni, porta a business case fragili. L’approccio utile è quello del costo totale di processo: non si qualifica solo una macchina, ma una sequenza di attività e controlli che abilitano la produzione.


Qualifica e standard: mettere ordine prima di scalare
Se l’obiettivo è produrre in modo ripetibile, serve un lessico comune (per evitare fraintendimenti tra progettazione, produzione e qualità) e una struttura di qualifica. Gli standard di terminologia aiutano a descrivere correttamente processi e tecnologie; quelli di qualifica entrano nel merito di criteri, caratteristiche qualità-rilevanti e attività lungo la catena produttiva. In pratica: prima di aumentare volumi e frequenze, conviene fissare criteri di accettazione, tracciabilità, gestione parametri e piano di verifica, così che la crescita non amplifichi la variabilità.


Monitoraggio e dati: dalla “stampa riuscita” alla ripetibilità dimostrabile
Un altro asse che torna nell’intervista è la necessità di competenze ibride e di metodi basati sui dati: process monitoring e analisi statistica pesano sempre di più nella produzione. L’obiettivo è passare da controllo “a posteriori” (misuro il pezzo finito) a controllo “in corso d’opera” (capisco se il processo sta deragliando mentre costruisco). La strada per la ripetibilità passa da metrologia, modelli e standard, non solo da hardware.


Competenze: perché il profilo “process & system engineer” diventa centrale
Secondo Schreiner, il ruolo dell’ingegnere “classico” cambia: non basta saper progettare un componente, serve saperlo progettare per un processo additivo, tenendo insieme simulazione, materiali, parametri, qualità e scalabilità. Si va verso profili che uniscono progettazione per AM, gestione dei parametri, qualità e statistica di processo, oltre a capacità di collegare ufficio tecnico, industrializzazione e controllo qualità.


Uno sguardo a cinque anni: automazione, standardizzazione e ibridazione
Nella proiezione a cinque anni, Schreiner indica tre traiettorie: (1) catene di processo più automatizzate e monitorate, (2) standardizzazione di qualifica e modelli dati per le evidenze, (3) modelli ibridi in cui AM si combina con processi tradizionali come stampaggio o asportazione. A questo si aggiunge la centralità del software: automazione di progettazione, simulazione e tracciabilità end-to-end. Se l’AM deve reggere la serie, deve convivere con sistemi e discipline operative della fabbrica: gestione lotti, controlli e reportistica.


 

 

Di Fantasy

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