Auxilium Biotechnologies porterà capacità di biostampa 3D orbitale a bordo della futura stazione spaziale commerciale Starlab, con l’obiettivo di supportare attività di ricerca e sviluppo in medicina rigenerativa, tecnologie impiantabili e ingegneria tissutale complessa. L’iniziativa è stata comunicata da Starlab Space LLC in un annuncio datato 10 febbraio 2026, mentre TCT Magazine ha riportato la notizia il 12 febbraio 2026, inquadrandola come un tassello nella costruzione di un ecosistema di biofabbricazione in orbita.
Chi sono Starlab Space LLC e Auxilium Biotechnologies
Starlab Space LLC è la joint venture che sta progettando e sviluppando la stazione Starlab: sul fronte industriale e di programma partecipano realtà come Airbus e Voyager Technologies, insieme a partner indicati da Airbus quali Mitsubishi Corporation, Space Application Services, Palantir e MDA. In questo quadro, Auxilium Biotechnologies entra come fornitore/partner per capacità di 3D bioprinting e biofabbricazione in ambiente orbitale, con l’obiettivo dichiarato di abilitare workflow che, a terra, sono limitati dalla gravità quando si parla di strutture cellulari tridimensionali e tessuti delicati.
Perché la microgravità è un tema chiave nella biostampa 3D
Uno dei motivi per cui la biostampa in orbita interessa la comunità scientifica è che, in microgravità, alcune strutture biologiche possono svilupparsi in 3D con minore necessità di “impalcature” (scaffold) o supporti meccanici rispetto a quanto accade a terra, dove il peso tende a deformare i costrutti morbidi. NASA, descrivendo le attività di bioprinting sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), sottolinea proprio questo aspetto: la quasi assenza di peso può aiutare a far crescere tessuti in tre dimensioni senza lo stesso livello di sostegno richiesto in gravità.
Cosa prevede l’accordo: “orbital 3D bioprinting” e biofabbricazione a bordo di Starlab
Nel comunicato di Starlab Space, il punto centrale è che Auxilium “fornirà” capacità di biostampa 3D e biofabbricazione orbitale a bordo di Starlab per potenziare ricerca e sviluppo in tre aree: medicina rigenerativa, dispositivi medici impiantabili e tissue engineering (ingegneria tissutale) su strutture complesse. Questa formulazione lascia intendere non solo l’uso di una biostampante in microgravità, ma la disponibilità di un set di strumenti e procedure (biofabbricazione) che può includere preparazione dei materiali biologici, gestione cellulare, coltura e controlli post-stampa: elementi indispensabili per trasformare una prova dimostrativa in un workflow ripetibile.
Starlab come piattaforma commerciale: lancio, architettura e logica “single launch”
Sul posizionamento della stazione, Voyager evidenzia una scelta di architettura e logistica: Starlab dovrebbe essere lanciata in un’unica missione con SpaceX Starship (impostazione “single launch” e “no assembly required”, secondo la descrizione di Voyager), con l’obiettivo di portare in orbita un “science park” già operativo. Questo approccio mira a ridurre tempi e complessità di assemblaggio in orbita rispetto a modelli storici, un punto rilevante se l’obiettivo è ospitare attività sperimentali e industriali che richiedono continuità di servizio e pianificazione dei payload.
Dal precedente sulla ISS a un servizio su stazione commerciale: cosa cambia
Per capire l’importanza del passaggio verso piattaforme come Starlab, è utile ricordare che la biostampa in microgravità è già stata sperimentata sulla ISS con infrastrutture dedicate. La BioFabrication Facility (BFF), sviluppata da Redwire (con origini e contributi legati a Techshot), viene descritta da NASA come parte di un obiettivo più ampio: usare la microgravità per biostampare tessuti e, in prospettiva, strutture sempre più complesse. L’ISS National Lab, parlando della BFF, descrive anche aspetti pratici come l’uso di cellule adulte e proteine derivate da tessuti come “bioink”, e l’integrazione di stampa e coltura cellulare in un’unica infrastruttura disponibile per la ricerca.
Evidenze sperimentali: biostampa di tessuto meniscale in orbita
Sul fronte delle pubblicazioni scientifiche, un esempio concreto citabile è un lavoro che riporta la biostampa di tessuto meniscale eseguita sulla ISS utilizzando la BioFabrication Facility, con la logistica di invio di bioink, cellule e materiali di coltura su missioni di rifornimento e gestione delle fasi prima e dopo la stampa. Risultati di questo tipo sono importanti perché mostrano che la biostampa in microgravità non è soltanto un concetto, ma può diventare un protocollo sperimentale ripetibile, con vincoli reali (stoccaggio, tempi operativi, procedure astronauta, fissazione e rientro dei campioni).
Applicazioni mirate: rigenerazione tissutale e dispositivi impiantabili
Nel perimetro dell’annuncio Starlab–Auxilium ricadono due famiglie di applicazioni con requisiti differenti. Da un lato, la medicina rigenerativa e l’ingegneria tissutale puntano a costrutti biologici che imitino architetture native (stratificazione, vascolarizzazione, gradienti di densità cellulare). Dall’altro, i dispositivi impiantabili chiamano in causa approcci ibridi: componenti biofabbricati o biofunzionalizzati che devono poi rispondere a requisiti tipici del medicale (ripetibilità, controllo qualità, stabilità e compatibilità). L’idea di spostare parti del workflow in microgravità nasce dal fatto che alcune geometrie e consistenze, a terra, sono più difficili da mantenere durante e subito dopo la deposizione, quando il costrutto è ancora fragile.
Perché un’offerta “commerciale” in orbita può attirare aziende e centri di ricerca
L’esistenza di una piattaforma come Starlab, se effettivamente resa disponibile con servizi continuativi, cambia il modello di accesso: da progetti episodici su infrastrutture istituzionali a una logica più simile a un “laboratorio in affitto” con pianificazione, slot di missione, standardizzazione e pacchetti di supporto. Airbus inquadra Starlab come base per cooperazione internazionale e per un’economia di servizi in orbita, mentre Voyager insiste sull’idea di stazione pronta all’uso dopo il lancio. In questo scenario, un “modulo” o un servizio di biofabbricazione (come quello annunciato con Auxilium) diventa un asset per attrarre linee di ricerca traslazionale e sviluppo preclinico che vogliono dati comparabili e cicli sperimentali più frequenti.
Limiti e nodi tecnici: bioink, sterilità, imaging, coltura e catena del freddo
Portare la biostampa 3D fuori dalla Terra non elimina i vincoli, li sposta: bioink e cellule richiedono condizioni controllate, la sterilità diventa centrale, e spesso serve una catena di processi che include incubazione, monitoraggio (imaging e/o analisi), e procedure di fissazione e rientro o, in alternativa, misure in situ. Le esperienze ISS riportate da ISS National Lab mostrano quanto contino i dettagli operativi: non basta stampare, bisogna anche far sopravvivere e maturare i costrutti in modo misurabile. Per Starlab e Auxilium, la sfida implicita è trasformare queste necessità in un servizio che sia integrato con la stazione (alimentazione, sicurezza biologica, gestione rifiuti, tempistiche di equipaggio o automazione).
Cosa aspettarsi dopo l’annuncio
Le comunicazioni disponibili parlano di obiettivi e di ambiti applicativi, ma non dettagliano ancora specifiche tecniche dell’hardware di Auxilium, il livello di automazione, o la roadmap sperimentale (tipi di tessuti, metriche, validazioni). I prossimi indicatori utili saranno: descrizioni dei payload (dimensioni, requisiti, capacità di coltura), eventuali collaborazioni con università/ospedali/aziende biotech, e soprattutto risultati misurabili (pubblicazioni, report tecnici, dimostrazioni di ripetibilità). In parallelo, la credibilità del servizio dipenderà anche dall’avanzamento complessivo di Starlab come infrastruttura commerciale.
