Un brevetto porta la stampa 3D alimentare sul terreno del “sashimi” vegetale
Un documento brevettuale pubblicato come WO2026021113A1 descrive un metodo per realizzare tramite stampa 3D alimentare un alimento plant-based che imita l’aspetto del salmone crudo tipo sashimi. Il punto centrale non è “stampare un filetto” in senso generico, ma riprodurre pattern visivi e sensazione al taglio tipici del salmone fresco: la classica massa arancione attraversata da piani più chiari.

La logica del modello: due strati distinti per imitare carne e venature
Il “salmone vegetale” è costruito con due materiali: uno strato arancione e uno bianco, tenuti separati e distribuiti in modo da ricordare le venature più chiare che attraversano il pesce. L’impostazione è interessante perché sposta l’attenzione dalla sola ricetta (ingredienti) alla micro-architettura del prodotto, cioè come i diversi “inchiostri alimentari” vengono posizionati per ottenere una resa più credibile alla vista e, potenzialmente, alla masticazione.

L’hardware implicito: doppia estrusione per due “inchiostri” alimentari
Il brevetto mostra un sistema con due estrusori: ciascuno caricato con il materiale corrispondente (arancione e bianco). In pratica, è un approccio “dual material” applicato a paste/impasti commestibili. L’obiettivo dichiarato è ottenere repliche di diverse parti, quindi porzioni differenti con diversa distribuzione di venature.

I “benefici” rivendicati: sicurezza e contaminanti, oltre alla sostenibilità
Tra i vantaggi elencati compaiono affermazioni come assenza di problemi legati a parassiti o batteri dannosi e assenza di metalli pesanti. Queste frasi vanno lette come “claim” tipici del linguaggio brevettuale/marketing: l’elemento verificabile qui è che il brevetto mira a sostituire un alimento ittico crudo con un’alternativa plant-based, riducendo alcune variabili di filiera tipiche del pescato.

Perché i brevetti sul food printing contano: dal “metodo” alla licenza d’uso
Il punto rilevante non è solo la curiosità tecnica, ma la proprietà intellettuale: un brevetto può coprire un metodo di produzione (sequenze, parametri, combinazione di strati) e, in alcuni casi, influenzare la libertà operativa di chi sviluppa macchine o ricette simili. Si può ipotizzare uno scenario in cui certe macchine o piattaforme siano “abilitate” a stampare alcuni alimenti e non altri per ragioni di licenza: è un’ipotesi, ma aiuta a capire perché la brevettazione su processi alimentari additivi venga osservata con attenzione.

Il contesto di mercato: dal “salmone 3D” già in vendita ai nuovi obiettivi (crudo tipo sashimi)
Nel panorama delle alternative ittiche stampate in 3D, esistono già casi di prodotti ispirati al salmone, presentati come passaggio verso una produzione più scalabile di cibi stampati. Il brevetto discusso qui, però, spinge su un terreno diverso: l’idea di imitare la resa estetica del crudo (sashimi), dove colore, venature e “lucidità” sono parte della percezione, non solo la forma esterna.

Cosa dice la ricerca scientifica: due bio-inchiostri per simulare tessuti “arancioni” e “bianchi”
A livello accademico, l’idea di usare due “inchiostri” per riprodurre le parti chiare e quelle pigmentate del filetto compare anche in letteratura: studi su analoghi di pesce realizzati con estratti proteici e componenti gelificanti usano formulazioni diverse per distinguere la componente “muscolare” da quella “grassa” (arancione/bianca), spesso con approcci a deposizione controllata. Questo non prova la validità del brevetto specifico, ma mostra che la direzione tecnica (multi-materiale) è coerente con filoni di ricerca sul food printing.

Di Fantasy

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