Recensione – How Big Things Get Done

Bent Flyvbjerg e Dan Gardner – Crown Currency (Penguin Random House)

Un libro che smonta il mito del “grande progetto ben pianificato”

How Big Things Get Done non è un libro sulla tecnologia, né un manuale di project management in senso stretto. È piuttosto un’analisi sistematica di perché i grandi progetti – infrastrutture, sistemi industriali, programmi pubblici, difesa, energia – falliscono così spesso, e perché continuiamo a ripetere gli stessi errori nonostante decenni di dati disponibili.

Bent Flyvbjerg, professore a Oxford e tra i massimi esperti mondiali di megaprogetti, e Dan Gardner, giornalista e autore specializzato in decision-making, costruiscono il libro su una base solida: dataset storici, casi reali e comparazioni tra progetti riusciti e falliti. Il risultato è un testo accessibile ma rigoroso, che mette in discussione molte convinzioni radicate nella gestione dei progetti complessi.


La “legge ferrea” dei megaprogetti

Uno dei concetti centrali del libro è la cosiddetta iron law of megaprojects:

Over budget, over time, under benefits, over and over again.

Gli autori mostrano come sforamenti di budget, ritardi e risultati inferiori alle promesse non siano eccezioni, ma la norma statistica. Il punto chiave non è che i progetti siano “difficili”, ma che vengono sistematicamente sottovalutati in fase di concezione, spesso per ragioni politiche, organizzative o psicologiche.

Questa impostazione è coerente con l’analisi proposta da Fabbaloo: il fallimento non arriva all’improvviso, ma è il risultato di errori iniziali che si accumulano lungo tutta la catena decisionale.


Il problema non è l’esecuzione, ma l’inizio

Uno dei messaggi più forti del libro è che la maggior parte dei progetti fallisce prima ancora di iniziare. Decisioni prese troppo presto, con dati incompleti, obiettivi vaghi o incentivi distorti, condannano l’esecuzione a rincorrere problemi strutturali.

Flyvbjerg e Gardner insistono su alcuni punti ricorrenti:

  • previsioni basate su casi “ideali” invece che su medie storiche;
  • scarsa attenzione ai base rate (cioè a come sono andati progetti simili);
  • ottimismo strategico e pressione politica;
  • complessità non governata.

Questo approccio spiega perché l’innovazione tecnologica, da sola, non salva i megaprogetti: se il framework decisionale è sbagliato, anche le tecnologie più avanzate finiscono per amplificare errori già presenti.


Piccolo, modulare, ripetibile: la vera alternativa

La parte più interessante del libro, soprattutto per chi opera nell’industria, è il confronto tra progetti “unici” e progetti costruiti per moduli. Gli autori mostrano come i progetti che funzionano meglio tendano ad avere alcune caratteristiche comuni:

  • suddivisione in componenti standardizzati;
  • processi ripetibili;
  • apprendimento incrementale;
  • riduzione delle interdipendenze critiche.

È qui che il collegamento con la manifattura avanzata – inclusa la stampa 3D – diventa evidente. Non perché l’additive manufacturing sia una soluzione universale, ma perché si inserisce naturalmente in strategie di modularità, produzione distribuita e riduzione dei colli di bottiglia.


Il collegamento con l’industria e la manifattura digitale

Pur non parlando direttamente di stampa 3D, il libro offre una cornice concettuale molto utile per leggere l’evoluzione della manifattura:

  • la preferenza per impianti più piccoli e replicabili rispetto a mega-fabbriche;
  • l’importanza di validare design e processi digitalmente prima di investimenti massivi;
  • la riduzione del rischio attraverso scelte reversibili.

In questo senso, l’additive manufacturing può essere vista come abilitatore, non come fine: uno strumento che permette di testare, iterare e adattare, riducendo l’esposizione tipica dei grandi investimenti rigidi.


Un libro controintuitivo (e per questo utile)

Uno dei meriti maggiori di How Big Things Get Done è che non promette scorciatoie. Gli autori non offrono formule magiche, ma insistono su pratiche spesso poco attraenti:

  • più tempo nella fase iniziale;
  • più disciplina nella raccolta dati;
  • meno “unicità” e più standard;
  • meno storytelling e più numeri.

È una lettura che può risultare scomoda per chi lavora su grandi progetti, perché mette in discussione narrative consolidate. Proprio per questo, è particolarmente rilevante per chi opera in settori ad alta complessità tecnologica.


Perché consigliamo questa lettura

Come redazione, riteniamo How Big Things Get Done un libro estremamente utile per:

  • manager industriali;
  • responsabili di innovazione;
  • decisori pubblici;
  • professionisti della manifattura avanzata.

Non perché parli direttamente di stampa 3D, ma perché aiuta a capire il contesto decisionale in cui tecnologie come l’additive vengono adottate – o falliscono nel generare valore.


Fonti

  • How Big Things Get Done, Bent Flyvbjerg & Dan Gardner, Crown Currency (Penguin Random House)
  • Fabbaloo – Revisiting the 99.5 Percent Large Project Failure Rate
  • Ricerca accademica di Bent Flyvbjerg su megaprogetti e cost overrun

Di Fantasy

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