Una serie crime su Amazon Prime accende i riflettori sul bioprinting di organi
L’11 marzo 2026 è approdata su Amazon Prime Video la serie Scarpetta, con Nicole Kidman nei panni della patologa forense Kay Scarpetta, personaggio nato dai romanzi bestseller di Patricia Cornwell. La serie mescola indagini criminali e medicina forense, ma a un certo punto si spinge oltre i confini del thriller tradizionale per toccare uno dei temi più avanzati della biomedicina contemporanea: la biostampa 3D di organi umani completi.
Al centro della trama compare una società biotech fittizia chiamata Thor Labs, descritta come già capace di stampare organi umani funzionali in microgravità — cioè nello spazio — dove la mancanza di peso faciliterebbe la costruzione di strutture biologiche tridimensionali complesse. La serie porta quindi sullo schermo, con qualche decennio di anticipo rispetto alla realtà, un concetto su cui oggi diversi gruppi di ricerca stanno effettivamente lavorando.
La microgravità come laboratorio: Redwire e l’ISS
Il corrispettivo reale più vicino alla fittizia Thor Labs è Redwire, azienda statunitense specializzata in infrastrutture spaziali, che conduce esperimenti di bioprinting a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) tramite il suo sistema BioFabrication Facility (BFF). Nel 2024, Redwire ha riportato sulla Terra il primo tessuto cardiaco umano biostampato nello spazio, prodotto a bordo dell’ISS e recuperato nell’aprile 2024.
Nel 2024 e 2025, in collaborazione con il Wake Forest Institute for Regenerative Medicine (WFIRM), Redwire ha lanciato verso l’ISS 36 costrutti di tessuto epatico vascolarizzato per studiare se le cellule biostampate sulla Terra possano sviluppare correttamente vasi sanguigni in microgravità. L’esperimento, condotto nella piattaforma MVP (Multi-Use Variable-Gravity Platform), durava 30 giorni e permetteva ai ricercatori di osservare in time-lapse il processo di vascolarizzazione. I tessuti sono poi stati riportati a terra per analisi genomiche e proteomiche.
Nonostante questi risultati, Redwire è ancora molto lontana dalla produzione di organi trapiantabili: si tratta di tessuti e costrutti sperimentali, non di organi completi pronti per l’uso clinico.
United Therapeutics e 3D Systems: il progetto ULung
Uno degli sforzi più ambiziosi nel settore è la collaborazione tra United Therapeutics e 3D Systems, che ha portato alla creazione di uno scaffold polmonare stampato in 3D nell’ambito del programma ULung. Lo scaffold, presentato pubblicamente alla conferenza LIFE ITSELF a San Diego, è considerato uno degli oggetti più complessi mai realizzati con la manifattura additiva: contiene 44 trilioni di voxel, 4.000 chilometri di capillari polmonari e 200 milioni di alveoli.
I modelli animali hanno già dimostrato che lo scaffold è in grado di effettuare scambi gassosi. L’obiettivo successivo è cellularizzare queste strutture con cellule staminali del paziente stesso, per ottenere polmoni trapiantabili senza necessità di immunosoppressori. United Therapeutics lavora anche a scaffolds per reni e fegato, nell’ambito di quattro piattaforme pre-cliniche e cliniche per affrontare la carenza cronica di organi da trapianto.
ARPA-H, Carnegie Mellon University e il progetto LIVE per il fegato
A gennaio 2026, il governo americano ha compiuto un passo significativo: l’agenzia ARPA-H (Advanced Research Projects Agency for Health) ha assegnato al team guidato da Carnegie Mellon University un contratto fino a 28,5 milioni di dollari nell’ambito del programma PRINT (Personalized Regenerative Immunocompetent Nanotechnology Tissue). Il progetto si chiama LIVE (Liver Immunocompetent Volumetric Engineering) e mira a creare costrutti di fegato immuno-compatibili su scala adulta, come soluzione temporanea per pazienti in insufficienza epatica acuta.
L’obiettivo non è sostituire il fegato in modo permanente, ma supportare il paziente per due-quattro settimane mentre il suo fegato si riprende. I costrutti vengono fabbricati interamente con cellule umane e proteine strutturali usando le tecniche FRESH e 3D ice templating, sviluppate nel laboratorio del professor Adam Feinberg. La Mayo Clinic partecipa come collaboratrice, occupandosi della standardizzazione della produzione e delle interazioni con la FDA per i trial clinici di prima fase nell’uomo.
Stanford University e il problema della vascolarizzazione
Una delle sfide più critiche nel bioprinting di organi è la vascolarizzazione: senza una rete funzionale di vasi sanguigni, qualsiasi tessuto di dimensioni rilevanti non può sopravvivere. Nel 2025, il bioingegnere Mark Skylar-Scott di Stanford University ha sviluppato nuovi strumenti per progettare e stampare queste strutture vascolari all’interno dei tessuti. Il suo approccio è considerato uno dei più promettenti per risolvere quello che viene spesso chiamato “il problema dell’ossigeno” nel bioprinting.
Skylar-Scott ha dichiarato che lo sviluppo di organi biostampati non è più solo un’idea teorica, ma che il percorso per arrivare a trapianti basati sul bioprinting richiederà ancora diversi decenni di studi e sperimentazioni.
Wake Forest Institute for Regenerative Medicine e Anthony Atala
Il Wake Forest Institute for Regenerative Medicine (WFIRM), guidato da Anthony Atala, è l’istituzione che per prima ha ingegnerizzato organi coltivati in laboratorio e impiantati con successo negli esseri umani. Non tutta la ricerca del WFIRM si basa sulla biostampa 3D — parte dei risultati più noti deriva dalla bioingegneria tissutale più tradizionale — ma il gruppo continua a lavorare su un’ampia gamma di tessuti e organi, collaborando anche con Redwire per gli esperimenti sull’ISS.
Poietis (Francia): verso i tessuti impiantabili
In Europa, la startup francese Poietis si distingue per il suo approccio basato sul bioprinting laser (NGB-R platform), progettato per garantire la consistenza e la qualità necessarie all’uso clinico. L’azienda non punta a stampare organi interi, ma lavora allo sviluppo di tessuti impiantabili funzionali, con una traiettoria chiara che va dalla progettazione all’impianto. Uno dei progetti più significativi riguarda la stampa di patch cardiache in collaborazione con il chirurgo Philippe Ménasché.
Karlsruhe Institute of Technology (KIT): la valvola cardiaca pediatrica
Il Karlsruhe Institute of Technology in Germania ha dimostrato come il progresso in questo campo possa avvenire gradualmente, partendo da componenti di organi piuttosto che dagli organi interi. I ricercatori del KIT, sotto la guida di Ute Schepers, hanno realizzato una valvola cardiaca in miniatura per bambini stampata in 3D, progettata con materiali biodegradabili e pensata per essere seminata con le cellule del paziente e crescere all’interno del corpo. Una valvola non è un cuore intero, ma è un componente con impatto clinico diretto.
Tsinghua University e la Cina
La Cina è attiva su più fronti contemporaneamente. La Tsinghua University porta avanti ricerche su rigenerazione cardiaca, bioprinting in orbita, reti vascolari, bioprinting guidato dall’intelligenza artificiale e organoid research. Nel campo specifico del bioprinting in microgravità, i ricercatori cinesi stanno sviluppando costrutti ventricolari perfusabili tramite la tecnologia SPIRIT. Questi progressi non significano che la Cina abbia risolto il problema degli organi stampati, ma indicano un impegno simultaneo su più aree chiave.
Australia: la sperimentazione clinica della pelle stampata in 3D a Sydney
All’Australian National University (ANU), il bioprinting viene esplorato come percorso verso la creazione di organi futuri, con lavori attuali focalizzati sulla stampa di cellule viventi e strutture tessuto-simili per la modellazione delle malattie. Un caso concreto è la sperimentazione clinica avviata a Sydney, prima al mondo, che utilizza pelle stampata in 3D con le cellule del paziente stesso, applicata in pazienti con ustioni gravi presso il Concord Burns Unit. La pelle non è un rene, ma è un tessuto vivente stampato e usato in un contesto medico reale — ed è la dimostrazione più tangibile oggi disponibile del bioprinting applicato alla clinica.
Dove si trova la linea tra finzione e realtà
Scarpetta compie un salto temporale di almeno dieci o venti anni rispetto allo stato attuale della scienza. Nessun laboratorio al mondo è oggi in grado di produrre un cuore, un rene o un fegato completo, funzionale e pronto per il trapianto. I tre nodi irrisolti — vascolarizzazione, maturazione cellulare post-stampa e scala dimensionale — restano ostacoli tecnici senza soluzione definitiva.
Ciò che esiste oggi è un insieme di progressi parziali ma concreti: scaffold polmonari che effettuano scambi gassosi negli animali (United Therapeutics/3D Systems), costrutti di fegato temporaneo in fase pre-clinica finanziati dal governo USA (ARPA-H/Carnegie Mellon/Mayo Clinic), tessuti cardiaci biostampati nello spazio e riportati sulla Terra (Redwire), valvole cardiache pediatriche biodegradabili (KIT), tessuti impiantabili laser-stampati (Poietis), pelle stampata in sperimentazione clinica (Sydney). Ogni gruppo lavora su un frammento del problema. La serie TV li mostra già tutti risolti e combinati in un prodotto finale. La distanza tra le due immagini è, per ora, sostanziale.
