Un gruppo di ricercatori guidato da Michael P. Sealy e colleghi ha pubblicato su npj Advanced Manufacturing una rassegna che delinea un possibile percorso per realizzare produzione additiva direttamente nello spazio, utilizzando come materie prime il regolite lunare e i detriti orbitali metallici. Il lavoro, condotto in collaborazione con Purdue University, University of Magdeburg e Universidade Federal do Vale do São Francisco, parte dall’esigenza di ridurre la dipendenza dai lanci di materiale dalla Terra e indica la manifattura additiva powder‑based come strategia chiave per costruire strumenti, infrastrutture e habitat in situ.

Perché puntare su polveri locali: regolite lunare e rottami orbitali

Il primo pilastro del percorso proposto riguarda la disponibilità di feedstock in polvere già presenti nell’ambiente spaziale, così da evitare il trasporto di grandi volumi di materiale. Sulla superficie lunare, il regolite – un materiale finemente frammentato generato da milioni di anni di impatti meteorici – presenta una distribuzione granulometrica in cui circa il 90% delle particelle ha un diametro inferiore a 1.000 micrometri, un intervallo compatibile con diverse tecnologie additive powder‑based se opportunamente condizionato. In orbita terrestre bassa, i ricercatori stimano migliaia di tonnellate di materiale metallico sotto forma di detriti, un potenziale “giacimento” di leghe utilizzabili per trasformazione in polvere tramite cattura, separazione composizionale e atomizzazione.

Sfide di flusso delle polveri in microgravità e sotto condizioni lunari

La rassegna evidenzia che le condizioni di microgravità, vuoto e forti escursioni termiche alterano in modo radicale il comportamento delle polveri rispetto ai sistemi terrestri, imponendo riprogettazioni profonde di macchine e processi. In assenza di un campo gravitazionale comparabile a quello terrestre, le forze di Van der Waals e l’adesione elettrostatica diventano dominanti anche per particelle relativamente grandi, favorendo agglomerazione, dispersione incontrollata e intasamento di ugelli e meccanismi di dosaggio. Il regolite complica ulteriormente il quadro: le particelle, modellate da impatti e non da processi di sferoidizzazione, sono frastagliate e irregolari, con bordi che si incastrano tra loro, bassa densità di impaccamento e tendenza a formare archi e blocchi.

Effetti di temperatura estrema e vuoto sui materiali e sulle apparecchiature

Oltre all’assenza di gravità, il contesto lunare introduce escursioni termiche che vanno da circa −250 °C a +250 °C, con un impatto diretto sia sui materiali sia sui componenti delle attrezzature di stampa. A temperature di picco vicine a 250 °C, materiali polimerici come PLA e ABS risultano inadatti come leganti o componenti strutturali esposti, mentre la resistenza a snervamento delle polveri metalliche diminuisce e la deformazione plastica delle particelle può alterarne la forma nel tempo. In condizioni di vuoto vengono meno i meccanismi basati su gas di trasporto come la fluidizzazione e il conveying pneumatico, obbligando all’uso di sistemi puramente meccanici di dosaggio e ricopertura del letto.

Produzione di polvere in situ: elettrolisi e riduzione chimica

Per trasformare regolite o materiale metallico da detriti in feedstock adatto alla stampa 3D, l’articolo analizza vari metodi di produzione di polveri, individuando l’elettrolisi come opzione particolarmente compatibile con l’ambiente spaziale. Processi elettrolitici opportunamente progettati possono operare quasi indipendentemente dalla gravità, sfruttare energia solare e utilizzare risorse locali come acqua o ossidi metallici per estrarre metalli e generare al contempo ossigeno. La riduzione chimica viene considerata un’ulteriore via praticabile quando siano disponibili agenti riducenti e miscele di ossidi idonei, sebbene richieda un controllo accurato di sottoprodotti gassosi e sicurezza in ambiente chiuso.

Tecnologie additive più promettenti per lo spazio: powder bed e binder jetting

Gli autori concentrano l’attenzione su tecnologie powder‑based come powder bed fusion, direct energy deposition e binder jetting, valutandone pro e contro nelle condizioni spaziali. In particolare, il binder jetting si distingue per la capacità di lavorare polveri ceramiche senza richiederne la fusione nel corso del processo, con un conseguente fabbisogno energetico ridotto durante la deposizione, a scapito di un post‑trattamento ad alta temperatura per sinterizzare il pezzo. Le varianti di PBF metallico offrono la prospettiva di componenti strutturali ad alta resistenza per strutture portanti o elementi di habitat, ma richiedono un controllo molto preciso della distribuzione termica e del comportamento del letto di polvere.

Controllo qualità in condizioni spaziali: monitoraggio del letto e diagnostica laser‑acustica

La rassegna dedica spazio alle strategie di monitoraggio e controllo qualità compatibili con un ambiente dove interventi manuali sono limitati e costosi. Una soluzione proposta combina un sistema di feedback torque‑ottico che misura la resistenza al movimento di un rullo o lama di ricopertura e osserva, attraverso una finestra trasparente di solidificazione, la regolarità del letto di polvere per rilevare difetti di distribuzione. Per l’ispezione del pezzo finito viene esaminata la laser acoustic resonance spectroscopy, una tecnica non distruttiva in cui un impulso laser stimola il componente e i sensori rilevano le frequenze di risonanza acustica, permettendo di individuare difetti interni senza necessità di una piattaforma di ispezione separata.

Simulazioni numeriche per comprendere il flusso delle polveri in assenza di gravità

Per supportare la progettazione di apparecchiature e strategie di controllo, vari gruppi di ricerca stanno sviluppando modelli numerici del flusso di polveri in condizioni di microgravità e bassa gravità. Presso la University of Magdeburg sono state condotte simulazioni e prove utilizzando geometrie a clessidra per analizzare la dinamica del regolite che attraversa strozzature simili a quelle degli ugelli di deposizione a energia diretta. Alla Universidade Federal do Vale do São Francisco vengono esplorati modelli del flusso d’aria attraverso letti di polvere come possibile meccanismo per stabilizzare le particelle e guidarne il comportamento in ambienti a gravità ridotta.

Progetti e aziende che trasformano teoria in hardware spaziale

Numerosi progetti finanziati da NASA e altre agenzie spaziali stanno traducendo queste linee guida in sistemi sperimentali e dimostratori. Nell’ambito dei programmi NASA dedicati all’In‑Space Manufacturing e al riciclo dei materiali, l’azienda Big Metal Additive lavora su sistemi ibridi di manifattura additiva metallica a grande scala per ridurre gli scarti e comprimere i tempi di produzione di strutture abitative lunari, mentre Redwire sviluppa piattaforme per processare regolite in infrastrutture di superficie come strade e piazzole di atterraggio. ICON, già nota per le sue soluzioni di costruzione additiva in calcestruzzo sulla Terra, collabora con NASA per adattare i propri sistemi alla stampa di habitat lunari, e Blue Origin sta avanzando tecnologie di utilizzo delle risorse in situ per estrarre ossigeno e metalli dal regolite.

Implicazioni strategiche: verso una infrastruttura produttiva permanente nello spazio

Gli autori sottolineano che la combinazione di materie prime locali, produzione additiva powder‑based e sistemi avanzati di monitoraggio e modellazione rappresenta una base tecnica per passare da missioni logistiche ad alto consumo di lancio a un’architettura spaziale fondata su una vera economia di risorse in situ. Una volta validati i processi chiave – estrazione e conversione in polvere, gestione del letto in microgravità, controllo qualità e integrazione con sistemi energetici locali – la stampa 3D potrebbe permettere la costruzione progressiva di infrastrutture permanentemente espandibili, tra cui habitat modulari, schermature radiative, strutture portanti per telescopi e piattaforme di servizio per le future stazioni spaziali.

Di Fantasy

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