Perché “il segreto sporco” non è più un segreto (ma l’etichetta resta)
Nel mondo della manifattura additiva (Additive Manufacturing, AM) la frase “dirty little secret” è stata a lungo usata per indicare tutto ciò che avviene dopo la stampa: rimozione polvere, distacco supporti, finitura superficiale, colorazione, trattamenti termici e controlli. L’idea implicita è che la stampa “digitale” finisca per appoggiarsi a passaggi manuali, variabili e difficili da industrializzare. Eppure oggi questa narrazione è sempre meno aderente alla realtà: la post-produzione è diventata un segmento con tecnologie dedicate, fornitori specializzati e linee sempre più automatizzate.
Che cosa comprende davvero il post-processing (e perché pesa su tempi, costi e qualità)
Con “post-processing” si raggruppano attività molto diverse, che cambiano a seconda di materiale e tecnologia (polimeri o metalli; powder bed fusion, fotopolimerizzazione, estrusione, ecc.). Nei metalli, ad esempio, la depolverizzazione di canali interni e cavità è un passaggio critico per sicurezza e prestazioni; nei polimeri, pulizia e finitura sono spesso decisive per arrivare a superfici coerenti e ripetibili. Questo insieme di operazioni può incidere in modo rilevante perché aumenta con la complessità geometrica: più superficie, più cavità, più tempo e più variabilità operativa.
Da collo di bottiglia “inevitabile” a area di ingegneria di processo
L’elemento che rende “stanca” la vecchia etichetta è che la post-produzione non è più un retrobottega da nascondere: è un’area di progettazione industriale, con scelte di processo, tracciabilità, parametri e controllo qualità. La stessa ricerca applicata si concentra su come finiture e trattamenti influenzino fatica, rugosità e prestazioni, e su come standardizzare e confrontare metodi diversi. In parallelo, la filiera spinge verso processi ripetibili (e quindi qualificabili) perché senza ripetibilità diventa difficile scalare dalla prototipazione alla produzione.
Automazione: dove si concentra oggi lo sforzo
L’automazione interviene soprattutto nei punti in cui si sommano rischi (polveri), tempi lunghi e dipendenza dall’operatore: depolverizzazione, rimozione supporti, pulizia e finitura. L’obiettivo non è “eliminare” la post-produzione, ma trasformarla in una fase misurabile e integrabile in linea: meno passaggi manuali, meno variabilità, più coerenza tra lotti e siti produttivi. Questo orientamento emerge da molte analisi di settore e dalla strategia di diversi fornitori che puntano a workflow end-to-end “print-to-part/print-to-product”.
Esempi concreti: DyeMansion e Solukon come “specialisti” della fase post-stampa
Il fatto che aziende di post-processing festeggino traguardi pluriennali è un segnale della maturazione del segmento. TCT cita DyeMansion e Solukon come esempi di specialisti che hanno costruito un’identità industriale attorno a queste fasi. DyeMansion opera soprattutto sulla post-produzione per stampa 3D polimerica con un approccio a catena di processo (pulizia, finitura, colorazione) e con partnership industriali dichiarate; Solukon è nota per sistemi di depolverizzazione (in particolare per parti metalliche) e per approcci che puntano a rendere la rimozione polvere più affidabile su geometrie complesse.
Solukon: depolverizzazione e gestione della complessità (canali, cavità, sicurezza)
La depolverizzazione è spesso determinante perché la polvere residua può restare intrappolata in canali e strutture interne, con implicazioni su sicurezza, conformità e prestazioni. In ambito fieristico e stampa di settore vengono descritti sviluppi come soluzioni per depolverizzazione e finitura con maggiore automazione e varianti di processo, presentati per mostrare come la fase post-stampa stia diventando più controllabile anche su geometrie difficili.
DyeMansion: riduzione costi di post-processing e focus sulla ripetibilità
Nel post-processing dei polimeri industriali, l’attenzione è spesso su qualità superficiale, uniformità estetica e ripetibilità. La comunicazione di DyeMansion ruota attorno a catene integrate e a miglioramenti di efficienza, presentati anche in contesti fieristici; la stampa di settore riporta un ampliamento di portfolio e iniziative mirate a ridurre costi e rendere i flussi più industrializzabili. In parallelo, la presenza su fiere viene usata per mostrare come la post-produzione sia diventata una “parte del prodotto” e non una fase accessoria.
Perché questa narrazione conta: progettazione, business case e standardizzazione
Chiamarla “segreto sporco” non è solo un problema di linguaggio: può spingere a sottostimare tempi, competenze e investimenti necessari per portare un componente AM a livello produttivo. Oggi, invece, si insiste sul calcolo del business case lungo l’intera catena e sulla necessità di scambiare informazioni tra fasi (progettazione, stampa, post-processo, controlli, consegna). È anche per questo che documenti, iniziative e report di settore continuano a crescere: servono riferimenti condivisi per confrontare processi e prendere decisioni industriali.
Quindi: smettiamo di chiamarlo “segreto”? Sì, ma senza sminuirlo
Il punto non è “ripulire” l’immagine della post-produzione: è riconoscerla per quello che è, cioè una parte strutturale del processo AM. Finché le geometrie resteranno complesse e i requisiti (meccanici, estetici, normativi) saranno stringenti, la post-produzione resterà centrale. Cambia però la prospettiva: non un difetto da giustificare, ma una fase ingegnerizzata, con specialisti, metriche e automazione crescente. In questo senso, l’espressione “dirty little secret” descrive più il passato e certe cattive abitudini comunicative che non la realtà industriale attuale.
Chi è l’autrice dell’articolo su TCT Magazine
L’articolo “Can we stop calling post-processing AM’s ‘dirty little secret’?” su TCT Magazine è scritto da Laura Griffiths, che è Head of Content (caporedattrice dei contenuti) per la testata.
Breve profilo
Laura Griffiths è entrata a far parte di TCT Magazine nel 2015 e da allora si è affermata come una delle voci più autorevoli nel campo della manifattura additiva e della stampa 3D, con una profonda conoscenza delle applicazioni industriali e una rete di contatti ai livelli più alti del settore.
Sul sito TCT Magazine
TCT Magazine è una testata internazionale specializzata nella stampa 3D e nell’additive manufacturing, pubblicando notizie, analisi, approfondimenti e interviste rivolte a professionisti industriali, sviluppatori di tecnologie e decision-maker del settore
