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Perché il fegato è un caso critico per l’ingegneria tissutale
Le patologie epatiche sono tra le principali cause di mortalità legate a disfunzioni d’organo e, quando il danno è avanzato, l’unica terapia realmente risolutiva rimane il trapianto. Il problema è strutturale: la disponibilità di organi da donatore non copre la domanda clinica, con liste d’attesa e criteri di priorità che lasciano molti pazienti senza un’opzione praticabile. È in questo contesto che programmi pubblici statunitensi stanno finanziando tentativi di creare tessuti epatici impiantabili, puntando a sostituire o supportare la funzione dell’organo senza dipendere da donazioni.

Che cos’è ImPLANT e chi lo finanzia
ImPLANT è un progetto di ricerca multi-istituzionale finanziato dall’agenzia federale statunitense ARPA-H (Advanced Research Projects Agency for Health) all’interno del programma PRINT (Personalized Regenerative Immunocompetent Nanotechnology Tissue). Il contratto indicato nella comunicazione del consorzio guidato dal Wyss Institute at Harvard University arriva fino a 25 milioni di dollari su cinque anni. L’impostazione del programma PRINT mira a usare bioprinting e approcci di medicina rigenerativa per produrre organi e tessuti che non richiedano immunosoppressione cronica, lavorando su compatibilità immunologica e scalabilità produttiva.

Le istituzioni coinvolte e i ruoli dichiarati
Il progetto viene presentato come una collaborazione tra Wyss Institute at Harvard University, Massachusetts Institute of Technology (MIT), University of Colorado Boulder, Columbia University e Boston University, con la guida scientifica attribuita a Christopher Chen (Wyss Institute / Boston University) come Principal Investigator. Nella descrizione pubblica del progetto, compaiono competenze complementari: programmazione biologica e circuiti genetici (MIT), bioprinting e biomateriali (University of Colorado Boulder), immunologia dei trapianti e modelli preclinici (Columbia University), oltre all’integrazione di bioreattori e strategie di fabbricazione tissutale a scala clinica.

Il cuore tecnico: cellule iPSC “programmate” e differenziazione guidata da circuiti genetici
Una delle ambizioni di ImPLANT è partire da cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC) umane e usare strumenti di biologia sintetica per guidarne la differenziazione in una gamma completa di tipologie cellulari del fegato, necessarie a riprodurre funzioni metaboliche complesse. La descrizione del progetto parla di circuiti genetici per innescare programmi di differenziazione multi-step e ramificati, con l’obiettivo di ottenere cellule epatiche e componenti di supporto in combinazioni controllate. Questo punto è centrale perché un fegato non è un singolo “tessuto”: è un ecosistema di cellule specializzate organizzate in un’architettura 3D precisa.

Immunoengineering: ridurre il rischio di rigetto senza immunosoppressori
La seconda gamba del progetto è l’immunoengineering: le cellule derivate da iPSC dovrebbero essere modificate per evitare il rigetto e avvicinarsi a un concetto di compatibilità più universale, cioè tessuti più tollerati dal sistema immunitario del ricevente. L’obiettivo è importante perché la terapia trapiantologica tradizionale spesso richiede immunosoppressione prolungata, con rischi e costi clinici rilevanti. Nel materiale pubblico del consorzio, l’analisi dell’interazione immunitaria viene indicata come un asse sperimentale primario, con validazione in modelli che permettano di osservare tolleranza, risposta immunitaria e tenuta funzionale dell’innesto.

Bioprinting e vascolarizzazione: costruire un innesto che “vive” dopo l’impianto
ImPLANT dichiara l’intenzione di produrre costrutti epatici vascolarizzati: senza una rete di vasi, anche un tessuto ricco di cellule epatiche perde vitalità quando aumenta lo spessore, perché ossigeno e nutrienti non arrivano in modo uniforme. Nella descrizione del progetto si parla di integrazione tra bioreattori e tecnologie di stampa 3D per far crescere costrutti a scala crescente fino ad avvicinarsi alla scala d’organo. Questo implica non solo “stampare cellule”, ma controllare geometrie, biomateriali, perfusione e maturazione, oltre a garantire ripetibilità e controlli di qualità.

Dalla prova di laboratorio alla validazione preclinica: modelli “umanizzati” e grandi animali
Un elemento che distingue ImPLANT, nella sua presentazione pubblica, è l’enfasi sulla valutazione in modelli preclinici diversi: vengono citati modelli murini con sistema immunitario umano per misurare la risposta immunitaria e, in parallelo, un passaggio su modelli di grandi animali utili a testare procedure e performance in condizioni più vicine alla clinica. La logica è duplice: verificare che l’innesto non venga respinto e dimostrare che svolga funzioni metaboliche utili una volta integrato nel corpo.

Come si colloca ImPLANT dentro il programma PRINT: non è l’unico filone sul “fegato biostampato”
ARPA-H elenca più team all’interno di PRINT: oltre al filone Wyss/ImPLANT, compaiono performer come Carnegie Mellon University (approccio a un fegato biostampato “immune-silent”), University of California, San Diego (fegato bioprintato patient-specific), e UT Southwestern Medical Center (fegato “transplantation-ready” con ricostruzione di vasi e sistema biliare). Questo dettaglio è utile perché chiarisce che ImPLANT è una delle strade parallele finanziate per affrontare lo stesso collo di bottiglia clinico, con differenze nelle strategie cellulari e negli obiettivi di ingegnerizzazione immunitaria.

Cosa significherebbe “innesto epatico off-the-shelf” se il progetto centrasse gli obiettivi
Se i blocchi tecnologici descritti (programmazione delle iPSC, immunoengineering, bioprinting vascolarizzato e produzione in bioreattore) arrivassero a un livello riproducibile, la promessa pratica sarebbe un innesto epatico disponibile senza dipendere da donatori e potenzialmente più gestibile sul piano immunologico. La comunicazione del consorzio insiste su due esiti: un prodotto “off-the-shelf” e la definizione di standard di produzione che possano sostenere un percorso verso applicazioni cliniche. Resta un percorso complesso, ma la struttura del finanziamento PRINT indica milestone aggressive e una traiettoria pensata per avvicinare ricerca e trasferimento verso la clinica.

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Di Fantasy

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