Frankenstein di Guillermo del Toro: quando la stampa 3D diventa parte della scenografia
Il nuovo Frankenstein (2025) diretto da Guillermo del Toro per Netflix è costruito intorno a scenografie fisiche molto ricche, illuminate e riprese come grandi set classici, ma progettate con strumenti digitali contemporanei. La stampa 3D entra in questo processo come supporto concreto alla costruzione dei set e degli effetti pratici: non un semplice elemento decorativo, ma un modo per garantire coerenza visiva tra modellini, ambienti in scala reale e trucco prostetico. Il documentario dietro le quinte Frankenstein: The Anatomy Lesson mostra come superfici scolpite, proporzioni dei volumi e dettagli ornamentali passino attraverso workflow digitali e additive manufacturing prima di arrivare sul set.
Set in scala reale, “maxiture” e workflow digitale
Le riprese combinano diversi livelli di scala. L’interno del laboratorio di Victor Frankenstein è stato costruito a grandezza naturale su uno stage, con pareti, macchinari e piattaforme pienamente utilizzabili dagli attori. Per altre inquadrature, invece, la produzione ha lavorato su modellini architettonici di dimensione maggiore rispetto al classico “miniature work”: il caso più emblematico è la torre gotica esterna, definita da Ben Ressa una “maxiture” alta circa 9 metri, realizzata a una scala di 1:40. L’uso della stampa 3D su elementi architettonici, cornici e fregi ha permesso di mantenere la corrispondenza tra il set in scala reale e la versione ridotta, con un livello di precisione difficile da ottenere solo con la scultura tradizionale.
Dallo scanning 3D alla replica precisa del set
Per assicurare coerenza tra il laboratorio costruito sullo stage e il modellino utilizzato per gli esterni, il team ha adottato una pipeline tipica degli effetti visivi: rilievo digitale del set fisico tramite tecniche di 3D scanning, ricostruzione geometrica in ambiente di modellazione e successiva suddivisione del modello in parti stampabili. In questo modo, elementi complessi – come arcate scolpite, bassorilievi, capitelli e scale – sono stati riprodotti tramite stampa 3D con livelli di dettaglio elevati, mantenendo proporzioni e stile del set principale e semplificando la produzione di copie e varianti.
Il lavoro di Ben Ressa: la stampa 3D come estensione dell’artigianato di scena
Il modellista Ben Ressa sottolinea che una parte del lavoro che in passato richiedeva ore di scultura manuale ora viene supportata da stampe 3D molto precise. Un esempio è il portale d’ingresso della torre, decorato con un arco scolpito e rilievi complessi: in passato ogni copia avrebbe richiesto scultura e stampi dedicati, mentre in questo progetto la squadra ha potuto contare su una base digitale unica, replicata in scala senza perdita di dettaglio. La stampa 3D non elimina la finitura manuale – fondamentale per texture, patine e invecchiature – ma funge da moltiplicatore dell’abilità dei modellisti, che possono concentrarsi sulle scelte estetiche invece che su ripetizioni riproduttive.
Make-up, creature e set: coerenza tra livello prostetico e architettonico
Il film affida una parte importante della sua forza visiva al lavoro sugli attori. Jacob Elordi, che interpreta la Creatura, affronta lunghe sessioni di trucco prostetico per assumere l’aspetto ideato da Guillermo del Toro, mentre Oscar Isaac dà volto a Victor Frankenstein con un approccio che unisce recitazione teatrale e controllo di scena tipico dei film in costume. L’uso di set fisici complessi, sostenuti da componenti stampati in 3D, permette agli interpreti di muoversi in ambienti reali, con geometrie e luci coerenti con il trucco prostetico. Questo riduce la dipendenza da sfondi digitali e migliora l’integrazione tra creature, scenografia ed effetti di ripresa.
Continuità con Pinocchio: burattini meccanici e componenti stampati in 3D
L’uso della stampa 3D in Frankenstein si inserisce in un percorso iniziato con Guillermo del Toro’s Pinocchio, dove il regista aveva già sperimentato a fondo l’integrazione tra meccanica interna e componenti stampati. Le teste dei burattini combinavano strutture meccaniche interne e rivestimenti in silicone, con la geometria del volto derivata da modelli digitali. Il legno di Pinocchio, riprodotto in forma di burattino, era progettato per variare di tonalità dalla testa agli arti, sfruttando la resa della luce attraverso materiale stampato e silicone. Questo tipo di controllo dettagliato delle forme e delle gradazioni di colore rende naturale, per del Toro, affidarsi di nuovo a modellazione e stampa 3D anche in un film live action come Frankenstein, adattando la tecnologia a esigenze scenografiche diverse.
LAIKA, Missing Link e il ponte fra stop-motion e set di Frankenstein
Per comprendere meglio il contesto produttivo, è utile guardare al lavoro dello studio di animazione LAIKA, spesso citato come riferimento quando si parla di stampa 3D per il cinema. In Missing Link, LAIKA ha utilizzato sistemi di stampa 3D a colori insieme a software dedicato per produrre un numero molto elevato di volti sostituibili e parti di scena. L’idea di gestire in modo digitale una libreria di componenti pronti per la stampa è la stessa logica che ritroviamo nei modellini e negli elementi architettonici di Frankenstein: un ecosistema di oggetti fisici che nasce da dati digitali condivisi tra scenografia, modellistica ed effetti visivi.
Stratasys, stampanti PolyJet e controllo del colore
Nei progetti di LAIKA, così come in alcune iniziative promozionali legate ai loro film, le stampanti PolyJet ad alta risoluzione si sono dimostrate utili per produrre parti con colori integrati nel volume, senza passare da cicli complessi di verniciatura. Anche se in Frankenstein non è esplicitato il modello di stampante utilizzato, l’esperienza consolidata con sistemi professionali come quelli di Stratasys aiuta a capire il livello di qualità atteso quando si portano sul set elementi architettonici o di props stampati in 3D, destinati a essere ripresi da vicino in condizioni di luce molto controllate.
Perché del Toro privilegia set pratici supportati dal digitale
Guillermo del Toro dimostra una preferenza chiara per set fisici ed elementi tangibili rispetto a un uso massiccio di CGI, soprattutto quando la storia ruota intorno a personaggi che incarnano vulnerabilità e desiderio di relazione. In Frankenstein, la Creatura interpretata da Jacob Elordi è rappresentata come un essere sensibile e consapevole, più vicino a un protagonista tragico che a un antagonista. Lavorare in spazi reali, come il laboratorio o il ponte della nave artica costruita su un backlot, consente agli attori di interagire con superfici, oggetti e volumi presenti sul set. La stampa 3D, in questo quadro, offre alla scenografia la possibilità di replicare e modificare componenti con precisione, mantenendo la coerenza visiva tra riprese diverse e riducendo gli interventi digitali in post-produzione.
Vantaggi produttivi: tempi, iterazioni e archivio digitale
Dal punto di vista produttivo, la stampa 3D consente al reparto di scenografia e modellistica di ridurre i tempi tra la fase di concept e l’oggetto fisico, evitando la costruzione di stampi quando non è strettamente necessario. È possibile gestire varianti di uno stesso elemento – ad esempio più versioni di una porzione di torre o di un ornamento – partendo da dati comuni, utile per prove di luce, composizione dell’inquadratura e riprese aggiuntive. Allo stesso tempo, la creazione di un archivio digitale di componenti riutilizzabili permette di affrontare reshoot o realizzare materiali promozionali senza ricostruire ogni volta l’intero percorso progettuale.
Stampa 3D e identità visiva del cinema di del Toro
Guardando al percorso che va da Pinocchio a Frankenstein, emerge un filo conduttore: del Toro usa la tecnologia per rafforzare l’artigianato, non per sostituirlo. Le superfici ricche di texture, le architetture gotiche, le macchine piene di leve e ingranaggi diventano più controllabili grazie alla modellazione digitale e alla stampa 3D, ma restano pensate per essere fotografate come oggetti reali. La materia – che si tratti di silicone, resina stampata, legno o metallo – contribuisce in modo diretto alla costruzione del mondo narrativo. La stampa 3D è uno strumento che consente di allineare l’immaginario grafico del regista con esigenze pratiche di produzione, mantenendo il contatto con una dimensione artigianale molto forte.
Possibili sviluppi futuri
L’esperienza di Frankenstein mostra come la stessa infrastruttura digitale – modelli 3D, scansioni, librerie di componenti – possa servire sia per i set principali, sia per materiali collaterali: props destinati a mostre museali, contenuti per installazioni, esperienze immersive o iniziative promozionali. L’uso di stampanti 3D professionali, già sperimentato in contesti come l’animazione in stop motion e collaborazioni industriali, rende più semplice esplorare queste estensioni senza modificare alla radice il processo di lavoro. In questo senso, Frankenstein si inserisce in una linea di produzioni in cui la stampa 3D è uno strumento stabile di progettazione e racconto visivo, aperto a ulteriori sviluppi nelle prossime opere di del Toro e di altri autori.
