Il fondatore e CEO di Prusa Research, Josef Prusa, ha riaperto una discussione molto sensibile nel mercato delle stampanti 3D desktop: il rapporto tra crowdfunding, prezzi aggressivi, produzione cinese, brevetti e sostegno pubblico all’industria. Il caso nasce da un intervento su X collegato a un post del content creator Nero3D, che aveva segnalato il lancio su Kickstarter della nuova InfiMech MX, una stampante FDM presentata con otto teste di stampa, riscaldamento a induzione, rilevamento dei blob sul sensore dell’ugello e un estrusore adattivo.

Il punto, però, non è solo il singolo prodotto di InfiMech, società collegata a Hong Kong e già presente online con stampanti come InfiMech TX e InfiMech EX. Il sito ufficiale dell’azienda mostra una gamma desktop con volume di stampa da 250 × 250 × 205 mm, velocità dichiarata di 600 mm/s e una sezione dedicata al lancio in crowdfunding.

La critica di Prusa riguarda il meccanismo generale: aziende che arrivano sul mercato con progetti già molto ambiziosi, usano Kickstarter per raccogliere attenzione e ordini anticipati, poi competono con marchi europei e statunitensi che hanno costi di sviluppo, produzione, assistenza e conformità differenti. Nel caso della serie MX compare anche FlyingBear, che in propri materiali video parla di uno sviluppo congiunto della stampante multi-toolhead con InfiMech.

Un attacco al modello economico, non solo a una macchina

Josef Prusa non sembra voler ridurre la questione a una disputa tecnica sulla InfiMech MX. Il cuore del suo intervento è un’altra cosa: secondo lui, nel settore desktop si sarebbe formato un modello in cui alcune aziende aspettano che una tecnologia maturi, costruiscono un prodotto competitivo, beneficiano di condizioni industriali favorevoli e poi usano piattaforme occidentali di crowdfunding per raggiungere una comunità globale di maker e utenti professionali.

Prusa ha anche raccontato un episodio avvenuto a una festa durante Formnext, dove un fondatore cinese gli avrebbe spiegato di avere ottenuto terreno e fabbrica senza costi diretti grazie al sostegno pubblico. Da lì la sua accusa: il problema non sarebbe la concorrenza in sé, ma una concorrenza costruita su condizioni che un produttore europeo difficilmente può replicare.

Per capire perché questa presa di posizione pesa nel settore bisogna ricordare chi è Prusa Research. L’azienda è nata nel 2012 a Praga, partendo dal lavoro di Josef Prusa nel progetto open source RepRap. Oggi Prusa Research dichiara più di 1.200 dipendenti e oltre 10.000 stampanti spedite ogni mese da sedi in Repubblica Ceca e Stati Uniti. La società rivendica ancora un forte legame con l’open source, con file pubblicati, macchine riparabili e una comunità di utenti attiva.

Il mercato desktop è cambiato

La stampa 3D desktop non è più quella dei primi anni RepRap. All’inizio molte macchine nascevano da progetti aperti, piccole aziende locali, kit assemblabili e comunità di sviluppatori. Oggi la fascia consumer e prosumer è dominata da marchi capaci di produrre in grandi volumi, integrare hardware, software, cloud, materiali e assistenza in modo molto più strutturato.

I dati citati da Tom’s Hardware, basati su CONTEXT, indicano che nel primo trimestre 2025 sono state spedite oltre un milione di stampanti 3D “entry-level” a livello globale, con una crescita del 15% anno su anno. Nella stessa analisi, le aziende cinesi rappresentavano il 95% delle unità spedite nella fascia entry-level, con Creality al 39% di quota e una forte crescita di Bambu Lab. Vengono citati anche risultati positivi per Flashforge ed Elegoo.

Questo dato aiuta a leggere il malumore di Prusa. Il mercato non è semplicemente più competitivo: si è concentrato intorno a pochi grandi produttori asiatici capaci di comprimere i prezzi, aumentare rapidamente la frequenza dei lanci e spingere sulle prestazioni percepite. Per un produttore europeo come Prusa Research, che fabbrica in larga parte a Praga e comunica molto sul controllo interno della produzione, il confronto non avviene solo sul piano tecnico, ma su costi industriali, fiscalità, logistica e accesso al capitale.

Kickstarter non è un negozio, ma per le stampanti 3D spesso viene usato come vetrina commerciale

Un altro punto delicato riguarda Kickstarter. La piattaforma nasce per sostenere progetti creativi e non come negozio online tradizionale. Kickstarter stessa spiega che i sostenitori non stanno comprando un prodotto finito in senso e-commerce, ma stanno finanziando un progetto e ricevendo eventuali ricompense. La responsabilità di completare il progetto e consegnare le ricompense resta in capo al creatore, non alla piattaforma.

Nel settore delle stampanti 3D questo confine si è fatto meno netto. Molte campagne vengono presentate con video molto curati, schede tecniche dettagliate, early bird e promesse di consegna che assomigliano a un preordine. Per l’utente medio, però, il rischio resta diverso da quello di un acquisto in negozio: una macchina complessa può subire ritardi, modifiche tecniche, problemi di qualità, costi logistici inattesi o assistenza meno strutturata del previsto.

Per Prusa, l’uso del crowdfunding da parte di produttori già molto organizzati crea una situazione ambigua. Da una parte Kickstarter offre visibilità e capitale anticipato. Dall’altra consente di testare la domanda del mercato occidentale senza affrontare subito tutti i costi e le responsabilità di una distribuzione tradizionale. Il risultato può essere una pressione ulteriore sui produttori che vendono attraverso canali più classici, con stock, magazzino, garanzia, ricambi e reti di supporto già operative.

Il nodo dei sussidi e della politica industriale cinese

La questione dei sussidi è una delle più spinose. Prusa collega la crescita dei produttori cinesi anche al fatto che la stampa 3D sia entrata nelle priorità industriali della Cina. Nel suo lungo intervento sullo stato dell’open hardware, ha scritto che intorno al 2020 Prusa Research ha registrato i primi segnali della stampa 3D come settore strategico in Cina e ha iniziato a osservare prezzi di macchine complete inferiori, in alcuni casi, al costo dei soli componenti acquistabili separatamente.

A supporto di questa lettura, Prusa cita anche il lavoro del Rhodium Group sul sostegno statale cinese. Il rapporto “Far From Normal” descrive un sistema di intervento pubblico ampio, che comprende sovvenzioni dirette, agevolazioni fiscali, credito a condizioni favorevoli, accesso a terreni, energia e altri input produttivi a costi inferiori a quelli di mercato. Rhodium sottolinea che questi strumenti hanno effetti distorsivi sulla concorrenza internazionale e che in Cina il supporto statale è più esteso e sistemico rispetto a molte economie di mercato.

Questo non significa che ogni stampante cinese economica sia automaticamente il risultato di un sussidio diretto. Sarebbe una semplificazione. La Cina ha anche filiere elettroniche mature, distretti produttivi enormi, fornitori ravvicinati, volumi elevati e tempi di industrializzazione molto rapidi. Però la combinazione tra scala manifatturiera, politica industriale e strumenti pubblici di sostegno crea un contesto difficile da eguagliare per aziende europee di dimensione media.

Il problema dei brevetti e dell’open hardware

La parte forse più importante del ragionamento di Prusa riguarda i brevetti. Nel suo articolo “Open hardware desktop 3D printing is dead”, Josef Prusa sostiene che il modello aperto della stampa 3D desktop sia diventato vulnerabile. La ragione è semplice: quando una comunità condivide liberamente soluzioni tecniche, quelle idee possono essere studiate, modificate di poco, brevettate in alcuni Paesi e poi usate come barriera commerciale.

Prusa parla di un forte aumento delle domande di brevetto cinesi nel settore dopo il 2020 e cita un caso legato alla propria MMU1, il sistema multi-materiale sviluppato anni prima. Secondo lui, una soluzione molto simile sarebbe stata brevettata come utility model in Germania e in Cina, con domanda presentata anche negli Stati Uniti.

Il problema non è solo il singolo brevetto. Un brevetto anche discutibile può diventare costoso da contestare. Prusa indica una forte asimmetria tra il costo di deposito in Cina e il costo per opporsi o invalidare il brevetto in altri mercati. In pratica, una piccola azienda open source può trovarsi obbligata a spendere cifre elevate per dimostrare che una certa idea era già pubblica.

Questo scenario cambia il comportamento delle aziende. Prusa Research, che per anni ha condiviso molto del proprio lavoro, ha già iniziato a proteggere alcuni elementi più critici delle proprie macchine. La società continua a presentarsi come legata all’open source, ma il clima è diverso: condividere tutto può diventare un rischio commerciale se altri soggetti usano quel materiale come base per brevetti, prodotti chiusi o vantaggi competitivi.

Perché la critica di Prusa divide la comunità

La posizione di Prusa trova consensi tra chi teme una perdita di pluralità nel mercato desktop. Se quasi tutte le macchine a basso costo arrivano dallo stesso ecosistema produttivo, gli utenti possono ottenere prezzi migliori nel breve periodo, ma il mercato può diventare meno vario nel lungo periodo. Meno produttori locali significa meno alternative, meno sperimentazione indipendente e minore capacità europea o americana di presidiare una tecnologia utile anche per formazione, prototipazione e piccole imprese.

Allo stesso tempo, molti utenti guardano alla questione da un punto di vista più pratico: vogliono stampanti affidabili, veloci, economiche e facili da usare. Marchi come Bambu Lab, Creality, Anycubic, Elegoo, Flashforge, QIDI e altri hanno contribuito ad abbassare la soglia di ingresso e a portare funzioni avanzate su macchine dal prezzo accessibile. Per scuole, maker, laboratori e piccole attività, questo ha un valore concreto.

La discussione quindi non è “Cina contro Europa” in modo generico. È una domanda sul tipo di ecosistema che la stampa 3D vuole avere: un mercato guidato quasi solo dal prezzo e dal volume, oppure un settore in cui restano spazio e margini per aziende che sviluppano, producono, documentano e assistono localmente.

Il caso InfiMech MX e la corsa ai sistemi multi-materiale

La InfiMech MX si inserisce in un segmento molto caldo: la stampa multi-materiale e multi-colore. Dopo anni in cui il cambio materiale era una funzione complessa, macchinosa o costosa, il mercato desktop sta cercando soluzioni più rapide, con meno spreco e maggiore automazione. La promessa di otto teste di stampa va proprio in questa direzione: ridurre gli scarti legati allo spurgo del filamento e accelerare i lavori multi-colore o multi-materiale.

Su questo terreno Prusa non è estranea alla competizione. La Prusa XL offre fino a cinque toolhead indipendenti e l’azienda ha lavorato per anni su sistemi multi-materiale come MMU e MMU3. Bambu Lab ha reso popolare il cambio colore con AMS, mentre altri produttori stanno cercando strade alternative con toolchanger, moduli esterni, sistemi di spurgo più efficienti e cambi automatici.

Il rischio, per chi compra in crowdfunding, è distinguere tra specifiche dichiarate e prestazioni reali. Una stampante con otto toolhead non è solo otto volte più interessante di una con una testa: servono calibrazione affidabile, ripetibilità, gestione termica, firmware stabile, slicing adeguato, manutenzione chiara, ricambi e supporto. Più il sistema è complesso, più il progetto deve dimostrare maturità tecnica.

Il tema non è bloccare la concorrenza, ma capire chi paga lo sviluppo

La stampa 3D desktop è cresciuta grazie a una combinazione rara: comunità open source, piccole aziende, appassionati, università, hacker space e imprese capaci di trasformare idee condivise in prodotti acquistabili. Questo modello ha permesso a molte soluzioni di diffondersi rapidamente. Il rovescio della medaglia è che chi investe nello sviluppo iniziale spesso non riesce a difendere il proprio lavoro quando arrivano attori più grandi o più rapidi nell’industrializzazione.

Prusa sta ponendo una domanda scomoda: se le idee nascono in comunità aperte, ma il valore economico viene catturato da chi produce in grande scala e brevetta varianti, chi avrà ancora interesse a condividere? È una questione che riguarda anche altre aree dell’hardware aperto: elettronica, CNC desktop, robotica educativa, droni, automazione da laboratorio.

Il mercato può rispondere in due modi. Il primo è chiudere tutto: più brevetti, meno file condivisi, meno documentazione, meno libertà per modificare le macchine. Il secondo è creare strumenti nuovi per proteggere la condivisione: licenze più robuste, archivi di prior art, consorzi difensivi, monitoraggio dei brevetti e maggiore cooperazione tra produttori che vogliono mantenere aperta una parte dell’ecosistema.

Cosa cambia per gli utenti

Per chi compra una stampante 3D, il dibattito può sembrare distante. In realtà tocca questioni molto pratiche. Una macchina economica e potente è interessante, ma bisogna chiedersi anche chi fornirà ricambi tra tre anni, chi aggiornerà il firmware, quanto sarà documentata la manutenzione, se il software resterà utilizzabile, se il produttore risponderà ai problemi e se la comunità potrà intervenire in caso di abbandono.

Le macchine Prusa hanno costruito la loro reputazione proprio su riparabilità, documentazione, aggiornamenti e comunità. Molti produttori cinesi hanno invece spinto su prezzo, velocità, integrazione e funzioni pronte all’uso. Entrambi i modelli hanno vantaggi e limiti. Il punto è che l’utente dovrebbe poter scegliere consapevolmente, senza confondere una campagna Kickstarter con un prodotto già maturo e distribuito.

Un dibattito destinato a proseguire

Josef Prusa ha annunciato un’analisi più ampia dopo la Maker Faire Prague, quindi è probabile che la discussione non finisca con il caso InfiMech MX.

Il settore desktop della stampa 3D si trova in una fase di maturazione: prezzi più bassi, prestazioni più alte, software più integrato e aspettative degli utenti molto più severe rispetto a dieci anni fa. Ma insieme alla maturazione arrivano anche tensioni: brevetti, margini ridotti, campagne crowdfunding aggressive, dipendenza dalle catene di fornitura asiatiche e difficoltà per i produttori occidentali a restare competitivi.

Il messaggio di Prusa va letto dentro questo contesto. Non è solo la reazione di un’azienda sotto pressione. È il segnale di un cambiamento strutturale: la stampa 3D desktop, nata come ambiente aperto, distribuito e sperimentale, sta diventando un mercato globale ad alta intensità industriale. In quel mercato, chi controlla produzione, brevetti, logistica, prezzo e visibilità sulle piattaforme può pesare più di chi ha sviluppato per primo una certa idea.

Per gli utenti finali il vantaggio immediato è evidente: più scelta e prezzi competitivi. Per l’ecosistema, la domanda resta aperta: quale spazio rimarrà per l’open hardware, per i produttori europei e per l’innovazione condivisa se la competizione si giocherà sempre più su scala, brevetti e sostegno industriale?

Di Fantasy

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