Tulsa: come una città media sta costruendo un modello di innovazione industriale

Per molti anni il racconto dell’innovazione americana è stato dominato da poche aree: la Silicon Valley per il software e il venture capital, Boston per biotech e ricerca universitaria, Seattle per cloud e grandi piattaforme tecnologiche, Austin per il mix tra talento ingegneristico, startup e investimenti. Tulsa, in Oklahoma, appartiene a un’altra categoria. Non è una metropoli costiera, non è una capitale globale del capitale di rischio e non ha costruito la propria identità su una singola grande università di ricerca.

Proprio per questo il caso Tulsa è interessante. La città non sta provando a diventare una copia ridotta della Silicon Valley. Sta cercando di costruire una strategia industriale a partire da ciò che possiede: energia, aerospazio, manifattura, logistica, competenze tecniche, filantropia locale e un costo della vita più accessibile rispetto ai grandi poli costieri. È un approccio meno scenografico, ma più utile da osservare per molte città medie che si chiedono come trattenere giovani, attrarre competenze e creare occupazione qualificata.

Il centro di questa strategia è Tulsa Innovation Labs, iniziativa sostenuta dalla George Kaiser Family Foundation. Secondo Brookings, la fondazione ha creato e finanziato Tulsa Innovation Labs all’inizio del 2020 per dotare la regione di un soggetto dedicato allo sviluppo di un’economia dell’innovazione più inclusiva e collegata ai settori del futuro.

Non copiare la Silicon Valley, ma scegliere una nicchia

Uno degli aspetti più importanti del modello Tulsa è la scelta di non inseguire ogni settore tecnologico disponibile. Le città che vogliono “diventare tech hub” spesso cadono in un errore: annunciano grandi ambizioni su intelligenza artificiale, semiconduttori, biotech, fintech, robotica, mobilità e cybersicurezza, senza avere una base industriale sufficiente per sostenere tutte queste direzioni.

Tulsa ha scelto un percorso più selettivo. Nicholas Lalla, fondatore di Tulsa Innovation Labs e autore del libro Reinventing the Heartland, ha impostato il lavoro sulla ricerca di una “tech niche”, cioè un insieme limitato di settori in cui la città potesse avere un vantaggio credibile. Harper Horizon descrive il libro come il racconto del passaggio di Tulsa da un’eredità legata a petrolio e gas verso un’economia tecnologica più articolata, con oltre 200 milioni di dollari mobilitati per sviluppare l’ecosistema dell’innovazione nel nord-est dell’Oklahoma.

La logica è semplice: una città media non può competere su tutto. Può però individuare settori vicini alla propria storia produttiva e investirci con disciplina. Nel caso di Tulsa, le aree principali sono sanità virtuale, energia tecnologica, mobilità aerea avanzata, cybersicurezza e analisi dei dati. In un’intervista pubblicata da Economic Innovation Group, Lalla ha spiegato che Tulsa Innovation Labs ha scelto cluster come virtual health, energy tech, advanced air mobility e cyber perché collegati agli asset esistenti della città e capaci di creare lavoro su diversi livelli di istruzione.

Questa impostazione è utile anche per il mondo della stampa 3D. La manifattura additiva funziona meglio quando è inserita in filiere reali: aerospazio, difesa, energia, componentistica, manutenzione, prototipazione industriale, utensili, attrezzature e produzione di piccole serie. Un territorio che punta su droni, autonomia, manifattura avanzata e supply chain industriali crea condizioni più favorevoli per l’uso pratico della stampa 3D rispetto a un ecosistema fatto solo di coworking e slogan.

Il ruolo di Tulsa Innovation Labs

Tulsa Innovation Labs non si presenta come un incubatore tradizionale. Il suo compito è più ampio: mettere in relazione imprese, università, enti pubblici, organizzazioni filantropiche, startup e programmi di formazione. Sul proprio sito, TIL indica oltre 70 partner coinvolti, più di 250 milioni di dollari tra fondi EDA e matching funds, oltre 1.200 miglia quadrate di spazio per test e simulazione UAS e più di 6.000 persone formate o aggiornate tramite iniziative attive su forza lavoro e talento.

Questi numeri contano perché mostrano una cosa: Tulsa non sta costruendo solo un programma per attirare qualche startup. Sta tentando di creare un’infrastruttura economica. La differenza è sostanziale. Un acceleratore può aiutare dieci o venti imprese. Un’infrastruttura economica prova invece a cambiare il modo in cui una regione produce competenze, finanzia progetti, collega fornitori, attira investimenti e trasforma ricerca in mercato.

La forza di Tulsa sta anche nella presenza di un finanziatore locale con orizzonte lungo. La George Kaiser Family Foundation ha dato a TIL una base stabile, permettendo alla città di presentarsi a bandi federali, coinvolgere imprese e costruire coalizioni senza dipendere solo da cicli politici brevi o da singoli annunci industriali. Brookings sottolinea che l’investimento filantropico della fondazione ha creato la capacità operativa e collaborativa necessaria per attrarre risorse pubbliche e private.

Droni, autonomia e manifattura avanzata

Il passaggio più concreto della strategia Tulsa riguarda i sistemi autonomi. Nel luglio 2024, la U.S. Economic Development Administration ha assegnato circa 51 milioni di dollari al Tulsa Hub for Equitable and Trustworthy Autonomy, noto come THETA, consorzio guidato da Tulsa Innovation Labs. L’obiettivo è rafforzare la capacità regionale nello sviluppo, test, produzione e adozione di sistemi autonomi, inclusi droni, veicoli autonomi e robotica.

Il programma non riguarda soltanto la ricerca. I progetti finanziati includono coordinamento tra università e startup, ambienti di test e simulazione, supporto ai produttori locali per entrare nelle supply chain dei sistemi autonomi, un centro di eccellenza AI, programmi di formazione e strutture di governance per guidare l’hub nel tempo.

La lista dei soggetti coinvolti aiuta a capire la natura industriale dell’iniziativa. Nel comitato e nella coalizione compaiono Black Tech Street, Cherokee Nation Businesses, L3Harris Aeromet, Madison Strategies Group, NORDAM, Oklahoma State University, Osage LLC, PartnerTulsa, Radius Capital, The University of Tulsa, Tulsa Community College e Tulsa Economic Development Corporation.

Per la stampa 3D questo è un punto da non sottovalutare. I droni e i sistemi autonomi hanno bisogno di componenti leggeri, iterazioni rapide, staffaggi, involucri, parti di test, attrezzature di assemblaggio e piccoli lotti. In queste applicazioni la manifattura additiva può ridurre tempi di sviluppo e costi di prototipazione, soprattutto quando il territorio ha già aziende aerospaziali, officine, scuole tecniche e clienti industriali.

La manifattura tradizionale come base, non come ostacolo

Tulsa non parte da zero. L’area ha una storia legata a energia, aerospazio e produzione industriale. Tulsa Innovation Labs indica aziende come AAON, NORDAM, Whirlpool e FlightSafety International tra gli attori che contribuiscono alla base manifatturiera della regione.

Questo è un passaggio culturale importante. Spesso l’innovazione viene raccontata come rottura con la manifattura tradizionale. Nel caso Tulsa, la manifattura è il punto di partenza. Se una città possiede officine, tecnici, fornitori, cultura industriale e relazioni con settori come aerospazio ed energia, può usare queste risorse per entrare in mercati più avanzati.

TIL lavora anche su formazione e servizi alle imprese. Un articolo della stessa organizzazione indica collaborazioni con realtà come Oklahoma Manufacturing Alliance, Tulsa Economic Development Corporation, Cherokee Nation Businesses e OK Autonomous per aiutare le aziende locali a entrare nelle attività legate agli UAS, superando ostacoli di compliance, contratti, capitale e capacità produttiva.

Qui la stampa 3D può trovare un ruolo pratico. Non solo produzione di parti finite, ma anche maschere, dime, utensili personalizzati, modelli di assemblaggio, prototipi funzionali e componenti per test. In una filiera di droni o robotica, la velocità di iterazione pesa quanto il costo unitario.

Il progetto dell’alluminio a Inola

Accanto alla strategia sui sistemi autonomi, l’Oklahoma sta attirando investimenti industriali di scala maggiore. Nel gennaio 2026 Emirates Global Aluminium e Century Aluminum Company hanno annunciato un accordo per costruire a Inola, in Oklahoma, un nuovo impianto di produzione primaria di alluminio. L’accordo prevede una joint venture con EGA al 60% e Century al 40%; l’impianto dovrebbe produrre 750.000 tonnellate di alluminio l’anno, creare 1.000 posti diretti permanenti e 4.000 posti durante la costruzione.

Inola non è Tulsa città, ma si trova nell’area economica più ampia del nord-est dell’Oklahoma. Il sito è al Tulsa Port of Inola, collegato al sistema navigabile McClellan-Kerr Arkansas River, elemento rilevante per il trasporto di materie prime e prodotti industriali.

Perché questo investimento interessa a chi segue la manifattura additiva? Perché materiali, energia, aerospazio, automotive, difesa e costruzioni sono mercati in cui l’alluminio resta centrale. Un polo regionale dell’alluminio può generare domanda di ingegneria, manutenzione, automazione, attrezzature e prototipazione. Non significa che l’impianto userà per forza stampa 3D in modo massiccio, ma rafforza l’idea di una regione che vuole ricostruire filiere industriali complete, non solo attrarre uffici software.

Il programma Tulsa Remote: attrarre persone prima delle aziende

Un altro tassello del modello Tulsa è Tulsa Remote, programma che offre 10.000 dollari a lavoratori da remoto disposti a trasferirsi in città. Il sito ufficiale del programma indica oltre 4.000 lavoratori accolti dal lancio, avvenuto alla fine del 2018.

L’idea è diversa dagli incentivi industriali tradizionali. Di solito una città cerca di attirare un’azienda, offrendo agevolazioni fiscali, terreni, contributi o infrastrutture. Tulsa Remote parte invece dalle persone: se un lavoratore qualificato può vivere ovunque, la città prova a convincerlo a scegliere Tulsa, integrarlo in una comunità professionale e trasformarlo in una risorsa per il territorio.

Uno studio del W.E. Upjohn Institute for Employment Research ha stimato che tra il 58% e il 70% dei nuclei familiari approvati non si sarebbe trasferito a Tulsa senza l’incentivo. Lo stesso studio indica che, nello scenario base, i benefici per i residenti originari di Tulsa superano di oltre quattro volte i costi finanziari del programma.

Questo non basta da solo a creare un’economia tecnologica. Anche Lalla, nell’intervista a Economic Innovation Group, definisce gli incentivi al lavoro da remoto una tattica più che una strategia completa. La parte decisiva resta la formazione della forza lavoro locale e il collegamento con settori industriali in crescita.

Formazione: il punto che decide se il modello regge

Un ecosistema tecnologico non vive solo di fondi e annunci. Ha bisogno di persone preparate. In questo senso, il coinvolgimento di The University of Tulsa, Tulsa Community College e Oklahoma State University è decisivo. Il Tech Hub su autonomia e sistemi affidabili prevede programmi di upskilling, formazione sul lavoro e allineamento tra competenze richieste dall’industria e percorsi formativi.

Per la manifattura avanzata il tema è ancora più chiaro. Non bastano ingegneri software. Servono tecnici capaci di usare macchine CNC, sistemi di misura, software CAD/CAM, robotica, stampa 3D, materiali compositi, elettronica, sensori e procedure di qualità. Le città che vogliono costruire filiere industriali tecnologiche devono lavorare su questa fascia intermedia di competenze, spesso più difficile da valorizzare nei racconti sull’innovazione ma essenziale per produrre davvero.

Tulsa Innovation Labs sottolinea anche il rischio demografico della manifattura: una quota importante della forza lavoro industriale andrà in pensione nei prossimi anni, mentre l’Oklahoma affronta una carenza prevista di lavoratori qualificati. Questo rende urgente il collegamento tra scuole, community college, imprese e programmi pubblici.

Inclusione economica e Greenwood

Il caso Tulsa non può essere separato dalla storia di Greenwood, il quartiere noto come Black Wall Street. Per questo nel modello locale compaiono organizzazioni come Black Tech Street e Build In Tulsa.

Black Tech Street lavora per riportare Greenwood al centro di un’economia tecnologica legata a intelligenza artificiale, cybersicurezza e tecnologie emergenti. Nel programma THETA, Black Tech Street è coinvolta anche nel Greenwood AI/AS Center of Excellence, pensato per aprire opportunità nel campo dell’AI e dei sistemi autonomi.

Build In Tulsa, invece, sostiene imprenditori spesso esclusi dai circuiti tradizionali di capitale e relazione. L’organizzazione dichiara di investire capitale umano, sociale e finanziario per aiutare fondatori sottovalutati a creare valore, con un’attenzione specifica all’attrazione e crescita di imprenditori neri ad alto potenziale.

Questo elemento distingue Tulsa da molte strategie urbane basate soltanto sull’attrazione di talenti esterni. L’obiettivo dichiarato è evitare che la crescita tech produca solo quartieri più costosi e nuove disuguaglianze. La sfida è difficile: portare aziende e capitale senza espellere le comunità storiche, creare lavoro qualificato senza limitarsi a chi ha già lauree tecniche, usare l’innovazione come leva di mobilità sociale e non solo come marketing territoriale.

Dove entra la stampa 3D

La stampa 3D non è il centro ufficiale della strategia Tulsa, ma può diventare una tecnologia abilitante in diversi punti del piano.

Nel settore dei droni, la manifattura additiva può servire per prototipi di fusoliere, supporti per sensori, alloggiamenti elettronici, condotti, staffe e componenti leggeri. Nella robotica può aiutare a testare rapidamente geometrie, end-effector e parti personalizzate. Nell’energia può essere utile per attrezzature, parti di manutenzione, modelli funzionali e componenti destinati a test. Nella formazione tecnica può permettere agli studenti di passare da CAD a oggetto fisico in tempi brevi, rendendo più concreto l’apprendimento.

C’è poi il tema fiscale, valido soprattutto per le imprese statunitensi. Negli Stati Uniti il Research Credit è disciplinato dall’Internal Revenue Code, sezione 41, e l’IRS fornisce linee guida specifiche sul credito per attività di ricerca. Per le aziende che usano stampa 3D in attività di sviluppo, prototipazione, test di processo o miglioramento di prodotto, alcune spese possono rientrare in attività qualificabili, ma la valutazione richiede documentazione precisa e consulenza fiscale. Non è sufficiente “usare una stampante 3D”: bisogna dimostrare attività di ricerca, incertezza tecnica, sperimentazione e collegamento a un componente o processo aziendale.

Questo dettaglio è importante perché molte imprese manifatturiere sottovalutano la parte amministrativa dell’innovazione. Se un territorio vuole crescere nella manifattura avanzata, deve aiutare le aziende anche su brevetti, crediti d’imposta, certificazioni, contratti pubblici, standard di qualità e accesso al capitale. La tecnologia da sola non costruisce una filiera.

Perché il modello Tulsa può interessare altre città medie

Il messaggio più utile del caso Tulsa è che una città media non deve fingere di essere una grande capitale tecnologica. Può partire dai propri punti di forza e costruire una strategia mirata. Tulsa aveva energia, aerospazio, manifattura, una base filantropica forte, istituzioni formative e un costo della vita competitivo. Ha usato questi elementi per scegliere pochi cluster e per presentarsi come regione capace di ospitare test, produzione e formazione.

Brookings osserva che la regione ha ottenuto quasi 90 milioni di dollari in fondi federali e attivato oltre 100 milioni di dollari in impegni e matching funds per sviluppare un cluster di advanced aerial mobility, tra cui 38 milioni di dollari dal Build Back Better Regional Challenge e 51 milioni dal programma Tech Hubs.

Questa combinazione tra fondi federali, filantropia locale e industria esistente è forse la parte più replicabile. Non tutte le città possono avere la stessa fondazione o gli stessi asset, ma molte possono fare tre cose: mappare le competenze industriali reali, scegliere pochi settori coerenti e costruire coalizioni stabili tra pubblico, privato e formazione.

Il rischio: strategia lunga, risultati non immediati

È bene evitare entusiasmi facili. Costruire un ecosistema richiede anni. Un finanziamento federale può avviare un progetto, ma non garantisce che nascano aziende solide. Un programma per attrarre lavoratori da remoto può portare talento, ma non sostituisce scuole tecniche e università. Un grande impianto industriale può creare occupazione, ma non basta a rendere una regione innovativa se non si sviluppano fornitori locali e competenze.

Tulsa deve dimostrare che i suoi programmi produrranno aziende durature, posti di lavoro accessibili, percorsi professionali per residenti locali e capacità produttiva stabile. Dovrà anche evitare la dispersione: troppi progetti, troppi comitati e troppe iniziative possono indebolire la concentrazione che ha reso interessante il modello.

La parte più promettente è proprio la disciplina strategica. Tulsa non sta dicendo “faremo tutto”. Sta dicendo: energia, manifattura avanzata, autonomia, cybersicurezza, formazione e inclusione. Questa chiarezza aiuta imprese, università e finanziatori a capire dove investire.

Tulsa è diventata un caso di studio perché propone una strada diversa da quella più raccontata. Non punta tutto su una singola grande azienda, non si limita ad attirare lavoratori da remoto e non riduce l’innovazione a un quartiere di startup. Sta costruendo un sistema fatto di manifattura, droni, energia, formazione tecnica, fondi pubblici, filantropia e programmi per l’inclusione economica.

Per chi segue la stampa 3D e la manifattura avanzata, il messaggio è chiaro: il futuro della produzione non nascerà solo dentro le grandi capitali tech. Può crescere anche in città medie con storia industriale, se queste città sanno scegliere una nicchia, formare persone, collegare imprese e costruire infrastrutture economiche pazienti.

Tulsa non è un modello perfetto e non tutte le sue scelte saranno replicabili altrove. Ma offre una lezione concreta: l’innovazione non si importa come un pacchetto preconfezionato. Si costruisce partendo dal territorio, dalle sue competenze e dai problemi che è davvero in grado di risolve

Di Fantasy

Lascia un commento