Bambu Lab stampa il Megalosaurus: 14 stampanti 3D per cinque dinosauri da nove metri

Quattordici stampanti 3D desktop hanno lavorato per sette settimane alla produzione di componenti destinati a cinque sculture di Megalosaurus lunghe circa nove metri. Il progetto è stato realizzato dall’artista britannico Jay Jay Burridge attraverso il suo studio Future Fossils, con il contributo della società britannica Printpool e l’impiego di sistemi di stampa 3D di Bambu Lab.

Le opere sono esposte nei giardini di Blenheim Palace, nell’Oxfordshire, all’interno della mostra Dinosaurs Are Forever, aperta dal 10 agosto al 1° novembre 2026 e realizzata in collaborazione con l’Oxford University Museum of Natural History.

Il progetto mette insieme paleontologia, progettazione digitale, stampa 3D FFF, materiali polimerici rinforzati, strutture meccaniche articolate e lavorazioni manuali.

Il risultato non vuole essere la replica museale convenzionale di uno scheletro fossile. I cinque animali sono interpretazioni contemporanee del Megalosaurus, costruite partendo dai dati scientifici disponibili ma trasformate da Burridge in oggetti che mostrano intenzionalmente una componente meccanica e progettuale.

Cinque dinosauri lunghi nove metri

Ognuna delle cinque sculture raggiunge approssimativamente i nove metri dalla testa alla coda, una dimensione coerente con le attuali ricostruzioni del Megalosaurus.

Le strutture sono leggere, articolate e possono essere smontate, trasportate, rimontate e collocate in pose differenti.

È una caratteristica importante perché allontana ulteriormente il progetto dal concetto tradizionale di scheletro museale statico.

Future Fossils descrive infatti le opere come sculture contemporanee piuttosto che come repliche scientifiche. L’intento di Jay Jay Burridge è combinare anatomia preistorica ed estetica tecnologica, creando un animale che appartenga contemporaneamente al passato e a una possibile interpretazione del futuro.

Il riferimento alla costruzione meccanica è evidente nelle articolazioni, nella struttura portante e nella possibilità di modificare la posizione dell’animale.

Quattordici stampanti Bambu Lab al lavoro per sette settimane

Una parte consistente delle ossa ridisegnate è stata realizzata da Gerard Shields, della società britannica di additive manufacturing Printpool.

Per il progetto sono state utilizzate complessivamente 14 stampanti 3D Bambu Lab, mantenute in produzione per circa sette settimane.

La scelta è interessante soprattutto per le dimensioni dell’opera finale.

Non è stata utilizzata una singola macchina industriale di grande formato capace di produrre un dinosauro di nove metri. Il lavoro è stato invece suddiviso in numerosi componenti prodotti parallelamente da una farm di stampanti desktop e successivamente assemblati.

È un approccio che mostra uno dei possibili modelli di scalabilità della stampa 3D FFF.

Le dimensioni massime del prodotto finale non devono necessariamente coincidere con il volume di costruzione della singola macchina.

Se un oggetto può essere opportunamente suddiviso, le parti possono essere distribuite tra più sistemi, prodotte contemporaneamente e successivamente unite.

Una print farm al posto di una stampante di grande formato

Il progetto di Printpool è quindi interessante anche al di fuori dell’ambito artistico.

Una print farm composta da numerose macchine relativamente compatte presenta una logica produttiva differente rispetto all’utilizzo di un singolo sistema industriale molto grande.

La produzione può essere distribuita tra le macchine. Se quattordici componenti differenti devono essere realizzati, almeno teoricamente possono essere avviati contemporaneamente anziché uno dopo l’altro.

Il sistema offre inoltre una certa modularità: aumentando il numero delle stampanti cresce la capacità produttiva complessiva senza necessariamente modificare l’intero processo.

Nel caso delle sculture del Megalosaurus, questa organizzazione ha consentito a Printpool di realizzare una quantità elevata di elementi durante un periodo di sette settimane.

Vertebre, parti ossee e altre geometrie sono state prodotte separatamente e trasferite al laboratorio di Future Fossils per le successive operazioni di finitura e assemblaggio.

ABS-GF rinforzato con fibra di vetro per le parti stampate

Le parti realizzate in additive manufacturing sono state prodotte utilizzando ABS-GF, una variante dell’ABS rinforzata con fibre di vetro.

Bambu Lab commercializza questo materiale per applicazioni nelle quali sono richieste maggiore rigidità e stabilità dimensionale rispetto all’ABS tradizionale.

L’aggiunta della fibra di vetro modifica infatti il comportamento del polimero, aumentando rigidità e stabilità e producendo una superficie con finitura opaca.

Sono caratteristiche adatte a componenti che devono mantenere la propria geometria anche quando le dimensioni aumentano.

L’utilizzo di materiali caricati con fibre presenta tuttavia esigenze specifiche rispetto alla stampa di filamenti non rinforzati.

Le fibre aumentano l’abrasività del materiale e richiedono componenti della macchina adeguati. Anche temperatura, gestione dell’umidità del filamento e controllo della camera di stampa acquistano maggiore importanza.

Nel caso dell’ABS-GF di Bambu Lab, il produttore raccomanda l’utilizzo di una stampante chiusa e l’essiccazione del materiale prima dell’impiego.

Non tutte le ossa sono state stampate in 3D

Il progetto è particolarmente interessante proprio perché non utilizza la stampa 3D in maniera esclusiva.

Accanto agli elementi prodotti da Printpool sono presenti parti realizzate con tecniche manuali.

Zotefoams, produttore britannico specializzato in materiali espansi, ha contribuito alla costruzione di elementi delle sculture utilizzando schiume lavorate e modellate manualmente.

Jay Jay Burridge ha spiegato che alcune forme sono state ottenute riscaldando il materiale e scolpendolo successivamente a mano.

Le sculture sono quindi il risultato di una produzione ibrida.

La stampa 3D viene impiegata dove geometria digitale, ripetibilità e possibilità di replicare numerosi elementi offrono vantaggi. La lavorazione manuale rimane invece utile per altre parti, soprattutto quando dimensioni e forme possono essere ottenute più rapidamente attraverso materiali facilmente sagomabili.

È un esempio concreto di come l’additive manufacturing possa essere integrato con tecnologie esistenti senza doverle necessariamente sostituire.

La progettazione parte dalla paleontologia

Prima di arrivare alla produzione è stato necessario affrontare un problema più complesso: stabilire quale forma attribuire a un animale conosciuto soltanto attraverso reperti fossili incompleti.

Jay Jay Burridge ha lavorato con il Dr. Matt Dempsey, biologo muscoloscheletrico, paleontologo dei vertebrati e illustratore scientifico.

La ricostruzione è partita dai fossili attribuiti al Megalosaurus e dalle conoscenze ricavate da dinosauri strettamente imparentati.

Come accade in numerose ricostruzioni paleontologiche, non tutte le ossa dell’animale sono disponibili.

Gli studiosi devono quindi combinare i reperti esistenti con confronti anatomici, biomeccanica e conoscenza delle specie correlate.

Burridge ha utilizzato questa base scientifica come punto di partenza, introducendo successivamente la propria interpretazione artistica.

Il Megalosaurus che diede inizio alla storia dei dinosauri

La scelta del Megalosaurus possiede un significato particolare.

I primi reperti che sarebbero stati associati a questo animale furono trovati nelle cave di Stonesfield, nell’Oxfordshire.

Tra i materiali recuperati figuravano un femore, alcune vertebre e una porzione di mandibola con denti.

I fossili attirarono l’attenzione di William Buckland, geologo dell’Università di Oxford.

Buckland collaborò con la naturalista e illustratrice scientifica Mary Morland, che realizzò dettagliati disegni dei reperti, e con l’anatomista francese Georges Cuvier.

Nel 1824, William Buckland pubblicò la descrizione scientifica dell’animale con il nome Megalosaurus.

Fu il primo animale appartenente a quello che oggi chiamiamo dinosauri a ricevere una descrizione scientifica formale.

Quando fu chiamato Megalosaurus, la parola dinosauro non esisteva ancora

C’è un particolare storico che rende questa vicenda ancora più significativa.

Quando Buckland descrisse Megalosaurus nel 1824, il termine Dinosauria non era ancora stato coniato.

Gli studiosi conoscevano alcuni grandi rettili fossili, ma non esisteva ancora il concetto scientifico di dinosauro come gruppo distinto.

Fu l’anatomista britannico Richard Owen a individuare caratteristiche comuni tra Megalosaurus, Iguanodon e Hylaeosaurus e a utilizzare per questo gruppo il nome Dinosauria nei primi anni Quaranta dell’Ottocento.

Megalosaurus diventò quindi retroattivamente il primo dinosauro scientificamente descritto.

I reperti utilizzati da Buckland sono oggi conservati dall’Oxford University Museum of Natural History.

Da 166 milioni di anni fa al modello digitale

Megalosaurus viveva nell’area dell’attuale Oxfordshire durante il Giurassico medio, circa 166-168 milioni di anni fa.

Era un grande dinosauro carnivoro bipede appartenente ai teropodi.

Le ricostruzioni moderne lo descrivono come un animale lungo approssimativamente nove metri, molto differente dall’immagine che gli studiosi dell’Ottocento attribuivano inizialmente ai grandi rettili fossili.

Nel XIX secolo, infatti, le conoscenze anatomiche disponibili portarono a immaginare molti dinosauri come enormi rettili pesanti e relativamente bassi.

Due secoli di nuovi fossili e ricerca scientifica hanno trasformato profondamente queste ricostruzioni.

La progettazione digitale utilizzata da Future Fossils costituisce quindi l’ultimo passaggio di una lunga evoluzione: dai frammenti fossili alle illustrazioni su carta, dalle ricostruzioni museali ai modelli tridimensionali elaborati al computer.

Oxfordshire continua a fornire nuove informazioni sui dinosauri

Il legame tra la mostra e il territorio non riguarda soltanto i fossili scoperti due secoli fa.

L’Oxfordshire continua a essere un’area importante per la paleontologia britannica.

Nel 2024, durante lavori presso Dewars Farm Quarry, nella zona di Bicester, sono state individuate estese piste di impronte fossili.

Gli scavi condotti da ricercatori dell’University of Oxford e dell’University of Birmingham hanno portato alla documentazione di oltre 200 impronte appartenenti a dinosauri vissuti circa 166 milioni di anni fa.

Sono state identificate cinque grandi piste.

Quattro sono attribuite a enormi sauropodi erbivori, probabilmente Cetiosaurus, mentre una appartiene a un grande teropode identificato come Megalosaurus.

La pista continua più lunga supera i 150 metri.

In un punto le tracce del predatore e quelle dei sauropodi si incrociano, creando una testimonianza diretta dei movimenti degli animali nell’ambiente giurassico dell’attuale Oxfordshire.

Blenheim Palace riporta il Megalosaurus vicino al luogo della scoperta

La scelta di Blenheim Palace come sede della mostra crea quindi un collegamento geografico con la storia del dinosauro.

Stonesfield, dove furono trovati i fossili utilizzati da William Buckland, si trova a pochi chilometri.

Le cinque sculture riportano così il Megalosaurus nello stesso territorio nel quale i suoi resti diedero origine, oltre duecento anni fa, a una nuova disciplina scientifica.

La mostra è stata realizzata da Future Fossils in collaborazione con Blenheim Palace e con l’Oxford University Museum of Natural History, dove sono conservati i reperti originali.

Il visitatore può quindi osservare due interpretazioni molto differenti dello stesso animale: i fossili autentici nel museo di Oxford e le sculture contemporanee di nove metri nei giardini di Blenheim Palace.

Arte, scienza e produzione digitale nello stesso progetto

Uno degli aspetti più interessanti di Dinosaurs Are Forever è l’incontro tra discipline normalmente separate.

La paleontologia fornisce i dati anatomici.

La progettazione digitale permette di trasformarli in geometrie tridimensionali.

Bambu Lab e la produzione gestita da Printpool consentono di materializzare molte delle ossa.

Zotefoams e la lavorazione manuale completano le strutture dove risultano più appropriate tecniche differenti.

Future Fossils riunisce infine tutti questi elementi in un oggetto artistico.

La stampa 3D non viene quindi utilizzata soltanto come metodo per creare una replica.

Diventa uno degli strumenti attraverso i quali Burridge costruisce un linguaggio estetico nel quale il dinosauro sembra contemporaneamente fossile e macchina.

Un’applicazione significativa per le stampanti 3D desktop

Dal punto di vista dell’additive manufacturing, il progetto mostra anche quanto si sia ampliato il campo applicativo delle stampanti FFF desktop.

Macchine nate per lavorare all’interno di volumi relativamente contenuti vengono utilizzate come unità produttive coordinate.

Quattordici sistemi possono generare in parallelo centinaia di parti che, una volta assemblate, danno origine a oggetti di dimensioni incomparabilmente maggiori rispetto alla camera di costruzione di ogni singola macchina.

Questa logica non riguarda soltanto l’arte.

Lo stesso principio viene utilizzato per piccoli lotti industriali, attrezzature, componenti personalizzati e produzioni distribuite.

Quando il progetto può essere suddiviso in moduli, la capacità della farm diventa più importante delle dimensioni della singola stampante.

Ripetizione delle parti e produzione parallela

Uno scheletro rappresenta inoltre un caso particolarmente interessante per una print farm.

Molti elementi presentano caratteristiche simili o vengono ripetuti: vertebre, parti delle articolazioni e strutture corrispondenti sui lati destro e sinistro dell’animale.

Il file digitale permette di replicare queste geometrie senza dover creare manualmente ogni singolo elemento.

Se occorre modificare una parte, è possibile intervenire sul modello e ristamparla.

In un progetto artistico di grandi dimensioni questo può ridurre il tempo necessario per correggere o sostituire componenti durante le fasi di assemblaggio.

La stampa 3D come ponte tra reperto e ricostruzione

L’utilizzo della stampa 3D in paleontologia non nasce naturalmente con il progetto di Future Fossils.

Musei e università utilizzano già scansione e additive manufacturing per replicare reperti che non possono essere manipolati direttamente, produrre modelli didattici e ricostruire parti mancanti.

Lo stesso Oxford University Museum of Natural History, in occasione del bicentenario della descrizione del Megalosaurus nel 2024, ha mostrato una replica della celebre mandibola realizzata attraverso fotogrammetria e stampa 3D accanto a copie prodotte con metodi tradizionali.

La digitalizzazione offre un vantaggio importante: il fossile originale può rimanere protetto mentre il modello digitale può essere studiato, ingrandito, modificato e riprodotto.

Nel progetto di Blenheim Palace questa tecnologia viene portata un passo oltre.

Non viene semplicemente replicato il fossile esistente. I dati scientifici diventano il punto di partenza per ricostruire un intero animale e successivamente reinterpretarlo artisticamente.

Il confine tra replica e interpretazione

È quindi importante non considerare le cinque sculture come ricostruzioni scientifiche definitive del Megalosaurus.

Future Fossils lo dichiara esplicitamente.

Le opere prendono spunto dalla paleontologia, ma introducono materiali, colori, articolazioni e dettagli volutamente contemporanei.

Questa distinzione è importante anche nel modo in cui la stampa 3D viene utilizzata.

Una replica museale cerca generalmente di avvicinarsi il più possibile all’oggetto originale.

Un’opera artistica digitale può invece partire dallo stesso modello e modificarne proporzioni, superfici e struttura per raggiungere un risultato differente.

La tecnologia di produzione rimane identica; è l’obiettivo progettuale a cambiare.

Cinque Megalosaurus tra passato e produzione digitale

Con Dinosaurs Are Forever, Jay Jay Burridge, Future Fossils, Printpool, Bambu Lab, Zotefoams, Blenheim Palace e l’Oxford University Museum of Natural History hanno costruito un progetto nel quale una delle prime grandi scoperte della paleontologia viene reinterpretata attraverso tecnologie del XXI secolo.

La storia presenta anche una curiosa simmetria.

Nel 1824, pochi frammenti provenienti dalle cave dell’Oxfordshire permisero a William Buckland di descrivere un animale del quale non esisteva ancora nemmeno una categoria scientifica adeguata.

Più di duecento anni dopo, modelli digitali, quattordici stampanti 3D e materiali polimerici avanzati permettono di ricostruirlo a grandezza naturale a pochi chilometri dal luogo nel quale furono trovate quelle ossa.

Il progetto dimostra soprattutto che la scala dell’oggetto finale non rappresenta necessariamente il limite della stampa 3D desktop.

Attraverso progettazione modulare e produzione parallela, una rete di macchine compatte può contribuire alla costruzione di strutture di molti metri, lasciando alle tecniche tradizionali il compito di completare le parti per le quali rimangono più efficienti.

In questo caso il risultato è particolarmente visibile: cinque predatori del Giurassico lunghi nove metri, costruiti mettendo insieme fossili di 166 milioni di anni fa, conoscenze paleontologiche contemporanee e una farm di stampanti 3D.

Questo articolo è stato redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale (AI)

Di Fantasy

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