La stampa 3D a resina ha costruito gran parte del proprio successo sulla capacità di produrre componenti con superfici molto regolari, dettagli estremamente piccoli e geometrie difficili da ottenere con altre tecnologie additive. SLA, DLP e MSLA sono ormai utilizzate nella prototipazione, nella produzione di dispositivi dentali, nell’audiologia, nella gioielleria, nella microfluidica e in numerose applicazioni industriali.

Questa precisione ha però un costo materiale spesso meno evidente: una volta esposta alla luce e completamente polimerizzata, la maggior parte delle resine fotopolimeriche convenzionali diventa un materiale termoindurente che non può semplicemente essere fuso e utilizzato nuovamente.

Una revisione scientifica pubblicata nel 2026 sul Journal of Polymer Science, firmata da Yin Feng, Ziwei Deng, Xingyu Xu e Yu Long, analizza proprio questo problema e le tecnologie che potrebbero permettere di trasformare la fotopolimerizzazione in un processo realmente circolare.

Il lavoro, intitolato Closed-Loop Recycling and Reprinting of Vat-Photopolymerized Thermosetting Resins: Recent Advances and Future Perspectives, non si limita a chiedersi come recuperare i rifiuti prodotti dalle stampanti a resina.

La domanda è più ambiziosa: è possibile prendere un componente SLA o DLP già polimerizzato, riportarlo a molecole utilizzabili, preparare nuovamente una resina e stampare un altro componente mantenendo prestazioni e precisione?

Questo è ciò che distingue il vero riciclo a ciclo chiuso dal semplice recupero del materiale.

Il problema nasce proprio dalla chimica che rende efficace la stampa a resina

Una resina per vat photopolymerization contiene normalmente monomeri o oligomeri reattivi, fotoiniziatori e numerosi componenti aggiuntivi.

Quando la resina viene illuminata con la lunghezza d’onda prevista dal sistema di stampa, il fotoiniziatore avvia una reazione che collega progressivamente le molecole.

Si forma così una struttura tridimensionale reticolata.

È proprio questa rete di legami chimici a permettere alla parte stampata di mantenere la forma, resistere al calore entro determinati limiti e offrire le proprietà meccaniche richieste.

Ma la stessa struttura rende difficile il riciclo.

Un materiale termoplastico come PLA, ABS o PETG può essere riscaldato fino a diventare nuovamente lavorabile.

In linea di principio può quindi essere triturato, rifuso ed estruso in nuovo filamento, anche se ogni ciclo può comunque provocare degradazione.

Una resina termoindurente si comporta diversamente.

Una volta creati i legami trasversali della rete polimerica, il riscaldamento non riporta semplicemente il materiale allo stato liquido. Prima di fondere, la struttura tende piuttosto a degradarsi.

Per questo le parti SLA e DLP polimerizzate vengono normalmente considerate materiale a fine vita.

La situazione commerciale mostra quanto il problema sia ancora aperto

La distanza fra ricerca e pratica industriale è evidente anche osservando le istruzioni fornite dai produttori.

Formlabs, uno dei maggiori produttori mondiali di sistemi SLA professionali, distingue chiaramente la resina liquida non polimerizzata dalla resina completamente indurita.

La resina liquida richiede specifiche procedure di gestione e non deve essere scaricata nell’ambiente.

Una volta completamente polimerizzata, invece, Formlabs indica che le parti stampate e la resina indurita non possono essere riciclate attraverso un processo di recupero della resina stessa.

Questo esempio è significativo perché non riguarda una limitazione di una specifica stampante.

È una conseguenza della chimica dei fotopolimeri oggi più diffusi.

Il materiale rimasto liquido nella vasca può essere filtrato e utilizzato per un’altra stampa, se non contaminato.

Supporti, stampe fallite, parti scartate, prove di calibrazione e componenti giunti a fine vita appartengono invece a una categoria completamente diversa.

Ed è proprio su questa seconda categoria che si concentra la ricerca sul closed loop.

Riciclare non significa necessariamente chiudere il ciclo

Uno degli aspetti più importanti evidenziati dagli studi è la necessità di distinguere fra differenti forme di riciclo.

La soluzione più semplice consiste nel triturare una parte polimerizzata.

La polvere ottenuta può essere utilizzata come carica all’interno di un altro materiale o mescolata con una nuova resina.

In questo modo una parte del rifiuto viene recuperata.

Ma non si tratta di un vero ciclo chiuso.

Il vecchio materiale non viene trasformato nuovamente nello stesso tipo di materia prima utilizzata per produrlo.

Si parla quindi più correttamente di recupero, riciclo meccanico o, in alcuni casi, downcycling.

Il vero obiettivo del closed-loop recycling è diverso.

Il materiale deve poter passare idealmente attraverso una sequenza:

resina;

stampa;

componente polimerizzato;

depolimerizzazione;

recupero dei precursori;

nuova formulazione;

nuova stampa.

Il ciclo dovrebbe poi poter essere ripetuto più volte.

La soluzione potrebbe arrivare dai legami covalenti dinamici

Una delle strade più studiate consiste nel modificare la struttura stessa della resina.

Invece di costruire una rete formata esclusivamente da legami permanenti, i ricercatori introducono nel polimero alcuni legami chimici progettati per potersi rompere e ricostruire in presenza di uno stimolo controllato.

Questi sistemi appartengono alla famiglia dei Covalent Adaptable Networks, spesso abbreviati in CAN.

Gli stimoli utilizzabili possono essere calore, luce, variazioni di pH, catalizzatori o specifiche sostanze chimiche.

Durante il normale utilizzo il componente deve comportarsi come un materiale termoindurente stabile.

Quando viene deciso di riciclarlo, invece, lo stimolo deve attivare i legami dinamici e permettere alla rete di essere riorganizzata oppure disassemblata.

È un compromesso chimico particolarmente difficile.

Un legame troppo stabile migliora la durata del componente ma rende difficile il riciclo.

Un legame troppo facilmente reversibile rende semplice recuperare il materiale, ma può ridurne resistenza termica, chimica o meccanica durante l’utilizzo.

Esteri dinamici: una delle strade più studiate

Tra le soluzioni analizzate figurano le reti basate su legami estere dinamici.

Attraverso reazioni di transesterificazione, i legami della rete possono essere riorganizzati quando il materiale viene sottoposto a temperatura e, spesso, a un catalizzatore.

Questi sistemi appartengono frequentemente alla famiglia dei vitrimers.

Un vitrimer conserva una struttura reticolata simile a quella di un termoindurente ma, sopra determinate condizioni, i legami possono scambiarsi.

Il materiale può quindi essere riparato, saldato o rimodellato.

Per la stampa 3D a resina, tuttavia, essere semplicemente rimodellabile non è sufficiente.

Per chiudere realmente il ciclo occorre ottenere nuovamente un liquido con viscosità e comportamento fotoreattivo compatibili con SLA o DLP.

Ed è qui che il problema diventa molto più difficile.

I legami disolfuro permettono di rompere e ricostruire la rete

Un’altra famiglia particolarmente promettente utilizza legami disolfuro.

Questi legami possono partecipare a reazioni reversibili in condizioni relativamente moderate.

Uno dei risultati più interessanti è stato pubblicato nel 2024 da un gruppo della University of Birmingham, con la partecipazione di Thiago O. Machado, Connor J. Stubbs, Viviane Chiaradia, Maher A. Alraddadi, Arianna Brandolese, Joshua C. Worch e Andrew P. Dove.

Il gruppo ha sviluppato una resina fotopolimerica circolare basata su derivati dell’acido lipoico.

L’acido lipoico è interessante proprio perché contiene una struttura disolfuro ciclica che può essere utilizzata per creare legami reversibili.

La formulazione è stata progettata utilizzando anche materie prime di origine rinnovabile.

In questo caso il concetto di circolarità non era soltanto teorico.

I ricercatori hanno stampato componenti mediante DLP, li hanno depolimerizzati e hanno recuperato una resina liquida.

Fino al 98% della resina recuperata in laboratorio

Negli esperimenti della University of Birmingham, la depolimerizzazione di alcuni componenti stampati ha permesso di recuperare il materiale con una resa fino al 98%.

Le analisi hanno mostrato una purezza della resina recuperata intorno all’85% molare, con la presenza di piccole quantità di specie oligomeriche.

Il gruppo ha inoltre eseguito due cicli completi di riciclo.

Nel primo ciclo è stato recuperato circa il 91% del materiale e nel secondo circa il 94%.

La composizione chimica è rimasta relativamente vicina a quella iniziale.

Questo è un risultato importante perché dimostra concretamente la possibilità di passare:

da resina liquida a componente;

dal componente alla resina;

dalla resina recuperata a un nuovo componente stampato.

Non significa però che il processo sia già pronto per l’industria.

Anche pochi contaminanti modificano la fotopolimerizzazione

Nel lavoro della University of Birmingham è emerso uno dei problemi fondamentali descritti anche dalla nuova revisione.

La resina recuperata conteneva piccole quantità di oligomeri.

Queste impurità erano sufficienti a modificare leggermente l’assorbimento della luce e a rallentare la polimerizzazione.

Per compensare il fenomeno i ricercatori hanno aggiunto nuovamente fotoiniziatore.

Dopo questa correzione le formulazioni vergini e riciclate raggiungevano il punto di gelificazione in tempi molto simili.

Questo dettaglio apparentemente marginale è in realtà centrale per comprendere la difficoltà del riciclo delle resine.

In un processo FFF una variazione relativamente piccola nella composizione può talvolta essere compensata modificando temperatura o velocità.

Nella vat photopolymerization il materiale deve invece rispondere alla luce con una precisione molto elevata.

Il modo in cui la radiazione viene assorbita determina profondità di polimerizzazione, larghezza delle caratteristiche, adesione tra gli strati e precisione dimensionale.

Una piccola quantità di residuo chimico può quindi diventare visibile direttamente nella geometria della parte stampata.

La resina riciclata deve comportarsi otticamente come quella nuova

Il problema non riguarda soltanto la resistenza meccanica.

Una formulazione recuperata deve mantenere:

viscosità adeguata;

assorbimento ottico controllato;

velocità di polimerizzazione prevedibile;

profondità di cura ripetibile;

stabilità durante la conservazione;

proprietà meccaniche costanti;

precisione dimensionale.

Pigmenti, fotoiniziatori esausti, prodotti di degradazione e additivi possono accumularsi a ogni ciclo.

La nuova revisione sottolinea proprio come migrazione, degradazione e accumulo degli additivi rappresentino uno dei principali ostacoli alla circolarità reale.

La resina può quindi essere chimicamente recuperabile senza essere automaticamente nuovamente utilizzabile in una stampante.

I legami di urea impedita offrono un’altra soluzione

Nel 2026 alcuni degli stessi ricercatori coinvolti nella nuova revisione hanno pubblicato anche un lavoro sperimentale su una diversa famiglia di legami dinamici: gli Hindered Urea Bonds, o HUB.

Il gruppo, composto tra gli altri da Yin Feng, Ziwei Deng, Yu Li, Ziyue Yu, Wei Wei, Hongxuan Zhao, Xingyu Xu, Guangmeng Ma, Fawei Guo, Juanxia He e Yu Long, ha sviluppato un elastomero fotopolimerizzabile derivato anche da olio di ricino.

I legami HUB possono dissociarsi e ricombinarsi reversibilmente.

Il componente stampato poteva essere inserito nella resina originale e trattato a circa 50 °C per quattro ore.

Il materiale si riconfigurava formando una soluzione nuovamente utilizzabile per la stampa DLP.

L’aspetto interessante è che non era necessario aggiungere un nuovo reagente per effettuare ogni ciclo.

Sei cicli di stampa, riciclo e ristampa

Il sistema basato su HUB è stato sottoposto a cicli ripetuti.

Dopo sei cicli di riciclo e ristampa, il materiale manteneva un allungamento a rottura superiore al 349%.

La ritenzione dell’allungamento poteva raggiungere circa il 90% rispetto alle proprietà iniziali.

I ricercatori hanno utilizzato la formulazione anche per produrre sensori flessibili destinati al monitoraggio del movimento umano.

Dopo riciclo e ristampa, le caratteristiche elettriche dei sensori risultavano sostanzialmente conservate.

Questo esempio è particolarmente significativo perché porta il concetto oltre il semplice campione meccanico.

Non basta riciclare la forma: in alcune applicazioni devono essere preservate anche funzioni elettriche, ottiche o biologiche.

Le resine del futuro potrebbero essere progettate fin dall’inizio per essere smontate

Il cambiamento concettuale più importante consiste probabilmente proprio in questo.

Il problema non può essere risolto facilmente prendendo le resine commerciali attuali e cercando, alla fine della loro vita, un sistema per riciclarle.

Molti studi suggeriscono che il riciclo debba essere progettato a livello molecolare fin dalla formulazione.

È un approccio che può essere descritto come design for disassembly chimico.

Il materiale viene costruito sapendo già:

quali legami dovranno essere spezzati;

con quale stimolo;

a quale temperatura;

con quale solvente;

quali molecole dovranno essere recuperate;

come verranno purificate;

come torneranno nella formulazione.

La fase di fine vita entra quindi nella progettazione della resina prima ancora che il primo pezzo venga stampato.

Anche le resine di origine biologica acquistano interesse

La revisione indica fra le direzioni future anche lo sviluppo di resine bio-based.

È importante però distinguere origine rinnovabile e riciclabilità.

Una resina prodotta utilizzando materie prime vegetali non è automaticamente biodegradabile né riciclabile.

Se durante la polimerizzazione forma una rete irreversibile, il problema del fine vita rimane.

L’interesse attuale consiste quindi nel combinare i due aspetti.

Materie prime rinnovabili possono essere utilizzate insieme a strutture chimiche dinamiche o depolimerizzabili.

L’esempio della University of Birmingham, basato su derivati dell’acido lipoico e altri componenti provenienti da fonti rinnovabili, mostra una delle direzioni possibili.

Anche il PET riciclato può diventare una resina fotopolimerizzabile

Un altro approccio percorre la strada opposta: partire da plastica già esistente e trasformarla in materia prima per la vat photopolymerization.

Ricercatori della Università di Bologna e della Universidad de Cádiz hanno sviluppato nel 2025 un processo per trasformare PET post-consumo in copoliesteri liquidi fotopolimerizzabili.

Il lavoro, realizzato da Rosario Carmenini, Alberto Sanz de León, Tiziana Benelli, Loris Giorgini, Mauro Comes Franchini, Sergio I. Molina e Mirko Maturi, utilizza una sequenza di depolimerizzazione e ripolimerizzazione.

Le formulazioni ottenute potevano contenere fino al 22% in peso di PET riciclato.

In questo caso non viene chiuso il ciclo della stessa parte SLA, ma viene dimostrata la possibilità di utilizzare rifiuti termoplastici come feedstock per nuove resine additive.

È quindi una strategia complementare alla progettazione di fotopolimeri riciclabili.

Georgia Tech punta al recupero dei monomeri

Nel 2026 un gruppo del Georgia Institute of Technology ha presentato un’altra piattaforma basata su poliesteri derivati da δ-lattoni.

I ricercatori hanno progettato la struttura molecolare in modo che il materiale potesse essere polimerizzato, trasformato in formulazioni fotoreattive e successivamente depolimerizzato.

Attraverso un processo termico-catalitico è stato possibile recuperare circa il 95% dei monomeri, anche partendo da reti reticolate.

I monomeri recuperati potevano poi essere nuovamente polimerizzati ottenendo materiali sostanzialmente indistinguibili da quelli prodotti con materia prima vergine.

Questo tipo di risultato avvicina il concetto al riciclo chimico realmente circolare: non semplice riutilizzo di frammenti polimerici, ma ritorno agli elementi molecolari utilizzati per costruire il materiale.

Il problema degli additivi può diventare più importante del polimero stesso

Una resina industriale non è però composta da una sola sostanza.

Può contenere:

fotoiniziatori;

inibitori;

pigmenti;

assorbitori UV;

stabilizzanti;

ritardanti di fiamma;

plastificanti;

nanoparticelle;

fibre;

cariche ceramiche;

materiali conduttivi.

Durante la depolimerizzazione ogni componente può comportarsi in modo differente.

Alcune sostanze rimangono nella soluzione.

Altre degradano.

Altre ancora reagiscono con i prodotti della depolimerizzazione.

Dopo più cicli, le concentrazioni possono cambiare.

La nuova revisione considera proprio questo fenomeno uno dei principali limiti delle dimostrazioni attuali.

Riciclare il polimero di base non significa automaticamente riciclare una formulazione commerciale complessa.

Le resine dentali rappresentano uno dei casi più difficili

Questo problema diventa particolarmente evidente in settori regolamentati.

La stampa 3D a resina è ormai ampiamente utilizzata per modelli dentali, guide chirurgiche, bite, protesi e altri dispositivi.

In questi casi non è sufficiente dimostrare che il materiale riciclato possiede una resistenza simile a quella originale.

Occorre verificare biocompatibilità, stabilità, sostanze estraibili, degradazione, precisione dimensionale e comportamento dopo il post-curing.

Ogni modifica alla composizione della resina potrebbe richiedere una nuova caratterizzazione.

La possibilità di utilizzare materiale recuperato in applicazioni medicali richiederebbe quindi sistemi di controllo molto più sofisticati rispetto a un’applicazione prototipale.

Il riciclo potrebbe iniziare prima dalle fabbriche che dagli utenti desktop

Una possibile applicazione industriale iniziale potrebbe riguardare sistemi centralizzati.

Un service di stampa, un laboratorio dentale o una fabbrica che utilizza grandi quantità di una singola resina genera flussi di rifiuti relativamente omogenei.

Supporti e parti difettose possono essere raccolti separatamente.

La composizione del materiale è nota.

Le quantità sono sufficienti a giustificare un impianto di trattamento.

In questo scenario il recupero della resina potrebbe diventare economicamente interessante prima che la tecnologia arrivi sulle stampanti desktop.

Un utente domestico produce invece quantità ridotte, utilizza materiali differenti e difficilmente dispone di strumenti per depolimerizzazione, filtrazione e controllo chimico.

Il riciclo domestico di una parte SLA è quindi molto meno probabile nel breve periodo.

Il bilancio energetico dovrà essere analizzato attentamente

Un processo è realmente sostenibile soltanto se il beneficio del recupero supera il costo ambientale necessario per ottenerlo.

Depolimerizzare una resina può richiedere:

calore;

solventi;

catalizzatori;

gas inerte;

filtrazione;

distillazione;

separazione;

nuova sintesi.

Se tutti questi passaggi consumano più energia e risorse della produzione di nuova resina, il vantaggio ambientale diventa meno evidente.

Per questo i futuri studi dovranno includere analisi del ciclo di vita complete.

La percentuale di materiale recuperato è soltanto uno degli indicatori.

Devono essere considerate anche energia, solventi, emissioni, numero effettivo di cicli e perdita progressiva di proprietà.

I sistemi senza catalizzatore potrebbero semplificare il processo

Tra le direzioni considerate più promettenti dalla revisione figurano le reti dinamiche che non richiedono catalizzatori esterni.

Un catalizzatore metallico può infatti rimanere nel materiale dopo il riciclo.

L’accumulo ciclo dopo ciclo può alterare colore, stabilità e comportamento della fotopolimerizzazione.

La possibilità di attivare i legami attraverso temperatura, luce o altre condizioni senza aggiungere ulteriori sostanze potrebbe semplificare sia il recupero sia la successiva purificazione.

Questo è uno dei motivi per cui sistemi basati su legami disolfuro, HUB e altre chimiche dinamiche stanno ricevendo particolare attenzione.

L’intelligenza artificiale potrebbe controllare l’invecchiamento della resina

La revisione arriva infine a un elemento che va oltre la chimica.

Gli autori indicano i digital twin supportati dall’intelligenza artificiale come una possibile componente dei futuri sistemi circolari.

Ogni lotto di resina potrebbe avere una storia digitale.

Il sistema potrebbe conoscere:

numero di cicli effettuati;

tempo di esposizione alla luce;

temperature raggiunte;

quantità di fotoiniziatore reintegrata;

percentuale di materiale vergine aggiunto;

proprietà meccaniche misurate;

viscosità;

spettro di assorbimento;

precisione ottenuta nelle stampe precedenti.

Algoritmi di machine learning potrebbero quindi decidere se il materiale è ancora utilizzabile e quali correzioni apportare alla formulazione o ai parametri della stampante.

In un vero processo industriale closed loop, la resina riciclata potrebbe quindi non essere semplicemente “vecchia resina”, ma un materiale tracciato e caratterizzato lungo l’intero ciclo di vita.

La strada verso il ciclo chiuso è aperta, ma non ancora industrializzata

I risultati raccolti dalla revisione dimostrano che la premessa fondamentale è ormai valida.

Una parte fotopolimerizzata non deve necessariamente essere considerata irreversibilmente destinata allo smaltimento.

È possibile progettare reti polimeriche che si rompano in condizioni controllate.

È possibile recuperare resine liquide.

È possibile ristamparle.

In diversi studi è già stato possibile ripetere il ciclo mantenendo una parte significativa delle proprietà originarie.

La difficoltà si sposta quindi dalla dimostrazione del principio alla sua industrializzazione.

Occorre passare da formulazioni sperimentali relativamente semplici a resine contenenti tutti gli additivi necessari nelle applicazioni reali.

Bisogna mantenere precisione ottica e meccanica per molti cicli.

Devono essere ridotti solventi, energia e catalizzatori.

Occorre infine dimostrare che il processo sia economicamente sostenibile.

Oggi aziende come Formlabs possono indicare correttamente che la resina completamente polimerizzata non è riciclabile nel normale ciclo di utilizzo.

La ricerca descritta da Yin Feng, Ziwei Deng, Xingyu Xu e Yu Long punta però a cambiare proprio questa condizione.

Se le tecnologie basate su legami covalenti dinamici, depolimerizzazione selettiva e recupero dei monomeri riusciranno a passare dal laboratorio alla produzione, il cambiamento più importante non sarà semplicemente avere una resina “più ecologica”.

Cambierà il modo stesso in cui viene progettato il materiale.

Una futura resina per SLA o DLP potrebbe essere formulata conoscendo già, prima ancora della stampa, come verrà smontata chimicamente alla fine della propria vita e come le sue molecole verranno utilizzate per stampare il componente successivo.

È questo il significato reale di chiudere il ciclo nella stampa 3D a fotopolimerizzazione.

Questo articolo è stato redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale (AI)

Di Fantasy

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