Un gruppo della Hong Kong University of Science and Technology, HKUST, guidato dall’ingegnere civile Jishen Qiu, ha sviluppato un materiale da costruzione “vivente” pensato per future infrastrutture marziane, combinando particelle minerali simili alla regolite, gelatina e cellule di Saccharomyces cerevisiae geneticamente modificate. Il materiale può essere estruso tramite stampa 3D e successivamente indurito sfruttando proprio due delle caratteristiche più ostili dell’ambiente marziano: bassa temperatura e pressione estremamente ridotta. Lo studio, pubblicato il 10 settembre 2026 su Chem Circularity con il titolo Engineered living building material for low-energy construction on Mars, mostra campioni con resistenza a compressione nell’ordine di 10–12 MPa e resistenza a flessione di circa 6 MPa, valori compatibili con alcuni calcestruzzi leggeri o a bassa resistenza. È però necessario ridimensionare subito la lettura più spettacolare della notizia: HKUST non ha stampato una casa, non ha utilizzato vera regolite prelevata da Marte e non ha ancora dimostrato un materiale capace di formare autonomamente un habitat pressurizzato. I test sono stati eseguiti sulla Terra con sabbia e materiali analoghi, su oggetti da laboratorio alti circa 45 mm e larghi 30 mm, esposti a condizioni di circa -30 °C e 0,01 atmosfere. Il risultato più importante non è quindi “una casa di lievito pronta per Marte”, ma la dimostrazione che un composito biologico-minerale può essere stampato e consolidato con un fabbisogno energetico potenzialmente molto inferiore rispetto alla fusione o sinterizzazione della regolite.
L’idea parte dalla liofilizzazione, non dal calcestruzzo tradizionale
Qiu racconta di essersi ispirato ai prodotti alimentari liofilizzati: quando acqua e materiali vengono sottoposti contemporaneamente a basse temperature e bassa pressione, il ghiaccio può sublimare direttamente in vapore senza attraversare la fase liquida. Il processo lascia una struttura porosa ma relativamente rigida. Marte offre naturalmente un ambiente che, almeno per temperatura e pressione, presenta alcune analogie con una camera di freeze-drying. Invece di spendere energia per contrastare completamente queste condizioni, il gruppo HKUST ha provato a utilizzarle come parte del ciclo di fabbricazione. Il materiale, definito Martian Living Building Material, MLBM, viene preparato come una miscela fluida contenente granulato minerale e un legante biologico. Dopo l’estrusione, il freddo congela l’acqua presente nella matrice; la pressione ridotta ne favorisce la sublimazione e la struttura si trasforma progressivamente in un materiale poroso e indurito. È un approccio radicalmente diverso dalle strategie basate sulla sinterizzazione della regolite, nelle quali le particelle minerali vengono consolidate attraverso temperature spesso superiori a 1.000 °C. Quelle tecnologie possono raggiungere resistenze molto elevate, ma richiedono una disponibilità energetica considerevole. Il progetto HKUST cerca invece di costruire con un processo a bassa temperatura, spostando il problema dall’energia termica alla produzione biologica del legante.
La “colla” è una combinazione di gelatina e lievito ingegnerizzato
Il materiale è formato principalmente da tre elementi: particelle minerali, gelatina e lievito. La parte minerale fornisce massa e scheletro granulare. La gelatina forma una rete polimerica che lega le particelle e crea un ambiente nel quale le cellule possono rimanere incorporate. Il terzo componente è il lievito di birra Saccharomyces cerevisiae, modificato affinché sulla superficie cellulare esprima proteine con proprietà adesive. Fra le proteine studiate compare AGA2, utilizzata come elemento di ancoraggio sulla superficie delle cellule; il gruppo ha valutato anche proteine ispirate ai sistemi adesivi dei mitili. La comunicazione divulgativa ha dato grande risalto alla cosiddetta “mussel glue”, ma i risultati sono più sfumati: secondo il lavoro riportato anche da The Scientist, la semplice presenza del lievito aumenta già significativamente le prestazioni rispetto al legante di sola gelatina, mentre alcuni sistemi addizionali basati sulle mussel foot proteins offrono miglioramenti più limitati. Non è quindi corretto descrivere il materiale come “roccia incollata esclusivamente da una proteina di cozza”. Si tratta di una rete composita nella quale gelatina, cellule, proteine adesive e particelle solide collaborano nel trasferimento dei carichi.
Il lievito non è un additivo passivo: nei test aumenta la resistenza a compressione di circa il 170%
Uno dei dati più interessanti riguarda proprio il contributo biologico. Il gruppo ha confrontato miscele con e senza cellule di lievito e riporta che la presenza della componente biologica ha aumentato la resistenza a compressione di circa 170% rispetto al controllo basato sulla sola gelatina. L’incremento non significa che il materiale con lievito sia 170% più resistente del calcestruzzo e non rappresenta un confronto con un materiale da costruzione convenzionale; è il confronto interno tra due formulazioni dello studio. AGA2 ha fornito un ulteriore miglioramento. Questo risultato rende il materiale interessante dal punto di vista degli engineered living materials, perché il microrganismo non viene soltanto intrappolato nella matrice, ma contribuisce attivamente alla costruzione della rete adesiva. Il concetto ha precedenti nel lavoro dello stesso Qiu: già nel 2021 aveva partecipato a studi su living building materials nei quali microrganismi incorporati in idrogel venivano utilizzati per migliorare proprietà meccaniche e sopravvivenza cellulare.
Le proprietà meccaniche sono interessanti, ma “come il calcestruzzo” è una semplificazione
I campioni migliori raggiungono circa 12 MPa in compressione e circa 6 MPa in flessione dopo curing nelle condizioni simulate. Dodici MPa sono un valore significativo per un materiale prevalentemente composto da granulato e biomateriale, ma sono molto inferiori a quelli di molti calcestruzzi strutturali utilizzati sulla Terra. Il calcestruzzo ordinario per strutture portanti supera comunemente 20–30 MPa e può raggiungere valori molto più elevati. Il confronto corretto è quindi con low-grade o lightweight concrete, come indicano gli stessi ricercatori. In compenso il materiale presenta un rapporto interessante fra peso e capacità di resistere a deformazioni flessionali, grazie alla microstruttura porosa ottenuta durante la liofilizzazione. Secondo Qiu, i valori sarebbero sufficienti per edifici di due o tre piani sulla Terra e, considerando la gravità marziana pari a circa il 38% di quella terrestre, potrebbero teoricamente consentire strutture più alte, nell’ordine di cinque o sei livelli. È però una valutazione strutturale preliminare basata sul materiale e su modelli semplificati, non il progetto verificato di un edificio marziano multipiano.
La bassa gravità aiuta, ma la pressione interna di un habitat crea un problema opposto
Questo è un punto che spesso manca nella narrazione degli habitat extraterrestri. Una casa terrestre deve principalmente sostenere il proprio peso, occupanti, vento e altri carichi. Un habitat marziano deve anche contenere un’atmosfera respirabile. L’esterno di Marte è quasi in vuoto rispetto all’interno pressurizzato: ciò significa che pareti e giunti subiscono un carico che tende a spingere la struttura verso l’esterno. Una cupola pressurizzata deve quindi resistere non soltanto alla compressione, ma anche a tensioni, crack propagation, permeabilità e tenuta dei giunti. Gli stessi ricercatori riconoscono che l’MLBM potrebbe servire come guscio strutturale, mentre una membrana impermeabile all’aria dovrebbe essere applicata all’interno. Questo limita fortemente la frase “stampare una casa con regolite e lievito”: il materiale potrebbe costituire una parte dello stack edilizio, non necessariamente la barriera di pressione primaria.
I test di stampa sono ancora minuscoli rispetto a una costruzione reale
Il dimostratore stampato più rappresentativo è alto circa 45 mm e largo circa 30 mm, sostanzialmente delle dimensioni di un piccolo tappo o di una mini-cupola da laboratorio. Il gruppo ha dimostrato che l’impasto è estrudibile e mantiene la forma abbastanza a lungo da poter essere consolidato, ma passare da 4,5 cm a una struttura di diversi metri non è una semplice operazione di scala. Aumentando le dimensioni cambiano contemporaneamente: tempo tra un layer e l’altro, temperatura della massa, gradiente di pressione, trasporto dell’acqua, shrinkage, peso proprio, deformazione del materiale fresco e necessità di controllo del processo. Una parete da tre metri potrebbe richiedere un comportamento reologico molto più stabile di quello necessario a una cupola di pochi centimetri. I ricercatori stessi indicano fra i prossimi passi la costruzione di camere ambientali e sistemi di stampa significativamente più grandi.
Le condizioni simulate non sono quelle complete di Marte
Lo studio utilizza circa -30 °C e 0,01 atm per simulare la combinazione di freddo e bassa pressione. Sono condizioni severe e utili per studiare il meccanismo di freeze-drying, ma non replicano completamente l’ambiente marziano. La pressione media sulla superficie di Marte è molto più bassa, intorno a pochi millibar, e varia con quota e stagione; le temperature possono oscillare enormemente e in alcune regioni scendere sotto -100 °C. Mancano inoltre nella simulazione completa: radiazione ionizzante, UV, composizione atmosferica reale, polvere elettrostatica, cicli termici, bassa gravità e chimica completa della regolite. Il gruppo non sa ancora quanto a lungo il lievito ingegnerizzato possa restare vitale in presenza di radiazioni cosmiche e sotto ripetuti cicli di disidratazione. Il termine “Mars-like” va quindi interpretato in senso specifico: pressione e temperatura simulate, non riproduzione completa dell’ambiente marziano.
Non è stata usata vera regolite marziana
Questo è un altro elemento da mantenere molto chiaro. I campioni sono stati realizzati con sabbia terrestre e granulati utilizzati come analoghi del materiale minerale. Non è stato impiegato materiale proveniente da Marte, ovviamente, ma nemmeno necessariamente un Mars regolith simulant perfettamente rappresentativo di tutti i minerali, delle granulometrie e dei sali presenti sulla superficie reale. La regolite marziana può contenere specie chimiche problematiche, compresi perclorati, che possono essere tossici per cellule e organismi. Finché non viene verificata la compatibilità con simulanti chimicamente più realistici, non si può presumere che il lievito sopravviva nello stesso modo in contatto diretto con qualunque terreno marziano.
La gelatina è ancora il principale ingrediente “terrestre” problematico
La logica dell’In-Situ Resource Utilization, ISRU, consiste nel ridurre quanto materiale debba essere spedito dalla Terra. In una formulazione ideale, il minerale arriverebbe da Marte e l’acqua sarebbe recuperata dal ghiaccio locale; il lievito potrebbe teoricamente essere riprodotto in un bioreattore da una piccola popolazione iniziale. La gelatina, invece, nella formulazione più performante deve ancora essere importata o prodotta localmente attraverso una futura biomanifattura non dimostrata. Essendo tradizionalmente derivata dal collagene animale, non è un ingrediente che si possa semplicemente trovare su Marte. Il gruppo ha provato anche formulazioni prive di gelatina, ma le prestazioni meccaniche risultano inferiori. Questo è uno dei principali ostacoli al claim di completo ISRU. La tecnologia riduce potenzialmente la massa importata, ma non la elimina.
“Materiale vivente” non significa che la parete cresca da sola o si autoripari automaticamente
Il termine living building material può facilmente generare interpretazioni eccessive. Il materiale contiene cellule che, almeno in determinate fasi, rimangono vitali e possono essere recuperate e riprodotte. Questo non significa che una parete già indurita continui a crescere come un organismo né che possa ricostruire autonomamente una crepa macroscopica. Lo studio mostra piuttosto la possibilità di recuperare e coltivare nuovamente le cellule per produrre nuovo legante. È una differenza sostanziale rispetto ai materiali “self-healing” nei quali l’attività biologica viene attivata direttamente dentro una frattura. L’elemento circolare qui è soprattutto la capacità di recuperare la componente biologica e rifabbricare il materiale.
Il riciclo per quattro cicli è uno dei risultati più interessanti
Il gruppo ha frantumato campioni già induriti, li ha reidratati e riscaldati fino a ricostituire un impasto lavorabile, quindi li ha nuovamente consolidati. Dopo quattro cicli di riciclo, i campioni mantenevano proprietà meccaniche sostanzialmente stabili e le cellule di lievito risultavano ancora vitali. È un risultato significativo perché suggerisce che la struttura non debba essere considerata un materiale “one shot”. In una colonia isolata milioni di chilometri dalla Terra, la possibilità di demolire una struttura e riutilizzarne una parte significativa potrebbe avere un valore molto superiore rispetto a quello che avrebbe in un normale cantiere terrestre. Va però notato che si tratta di quattro cicli su scala laboratorio, senza esposizione pluriennale a radiazione e condizioni reali. Non sappiamo come cambierebbe il comportamento dopo dieci anni di servizio o dopo numerosi cicli di reprocessing.
L’energia stimata è molto bassa, ma il confronto con la sinterizzazione non include tutto il sistema
Gli autori stimano un fabbisogno nell’ordine di 0,02–0,12 GJ per metro cubo di MLBM prodotto, diverse decine di volte inferiore rispetto ad alcuni processi di sinterizzazione della regolite. È probabilmente uno dei vantaggi teorici più forti della soluzione: il consolidamento avviene tramite congelamento e sublimazione, non tramite fusione delle particelle minerali. Il numero deve però essere trattato con cautela. Non rappresenta un bilancio energetico completo dell’intera infrastruttura marziana. Restano fuori, o non sono conteggiati integralmente, energia per bioreattori, sterilizzazione, mixing, recupero acqua, produzione dei nutrienti, pressurizzazione delle unità biologiche, movimentazione della regolite, controllo termico, robotica, elettronica e produzione o trasporto della gelatina. Il fatto che il curing utilizzi l’ambiente esterno non rende automaticamente l’intero cantiere energy-free.
Il bioreattore dovrà essere pressurizzato e protetto: il lievito non verrà semplicemente coltivato all’aperto
La produzione della componente biologica rappresenta uno dei punti meno discussi. Saccharomyces cerevisiae è robusto per gli standard terrestri, ma non è un organismo naturalmente adattato a crescere sulla superficie di Marte. Per proliferare servono acqua liquida, temperatura compatibile con il metabolismo, nutrienti e un ambiente sufficientemente protetto. Il lievito potrebbe quindi essere prodotto in bioreattori pressurizzati e termicamente isolati, utilizzando risorse portate dalla Terra o ottenute da altri processi della colonia. Solo successivamente il legante verrebbe miscelato con la regolite e trasferito all’esterno per la stampa e il freeze-drying. Questo significa che la tecnologia non elimina la necessità di infrastruttura industriale: cambia la natura dell’infrastruttura, spostandola da forni da oltre 1.000 °C a sistemi biologici controllati.
La ricerca prosegue una linea HKUST iniziata con i materiali xerogel
Il lavoro 2026 non nasce dal nulla. Il gruppo di Qiu aveva già studiato un Xerogel-Based Building Material, XBM, nel quale una piccola quantità di polimero veniva miscelata con acqua e aggregati per produrre un materiale consolidabile in condizioni di bassa temperatura e pressione. In uno studio precedente, campioni curati in condizioni terrestri raggiungevano circa 5,18 MPa in compressione, mentre quelli sottoposti a condizioni Mars-like di circa -55 °C e pressione molto bassa arrivavano a 2,88 MPa. Le simulazioni indicavano capacità sufficiente per sostenere una cupola di dimensioni residenziali sotto la gravità marziana. Il nuovo MLBM rappresenta quindi un’evoluzione biologica di una strategia già avviata: utilizzare la transizione hydrogel → xerogel/aerogel per consolidare particelle minerali senza ricorrere alla sinterizzazione ad alta temperatura.
La tesi di Ning Liu mostra il collegamento fra hydrogel concrete, bioengineering e stampa 3D
La ricerca si inserisce anche nel lavoro di dottorato di Ning Liu, completato a HKUST nel 2025 sotto la supervisione di Jishen Qiu. La tesi riguarda materiali cementizi basati su idrogel per ambienti estremi e comprende quattro linee: studio di mix design e curing a basse temperature e pressioni, modellazione multiscala della microstruttura, utilizzo di lievito geneticamente modificato per produrre biopolimeri adesivi e studio della fabbricazione additiva. Questo contesto permette di interpretare meglio il paper 2026: non si tratta di aggiungere casualmente lievito a un impasto, ma di una progressiva ottimizzazione del legame fra particelle attraverso controllo della microstruttura, modellazione e bioingegneria.
La stampa 3D serve soprattutto a evitare casseforme e adattare la struttura al sito
L’additive manufacturing non è indispensabile per dimostrare il materiale: infatti parte dei test meccanici deriva da campioni colati in stampi. Diventa però strategico se l’obiettivo è utilizzare regolite locale per costruire direttamente sul pianeta. Portare casseforme, pannelli e attrezzature tradizionali dalla Terra ridurrebbe il vantaggio dell’ISRU. Un sistema di estrusione può invece produrre geometrie differenti a partire dallo stesso materiale, con tool digitale relativamente leggero. La stampa potrebbe inoltre consentire gusci curvi, strutture reticolari e geometrie ottimizzate che riducono l’impiego di materiale. Il vero vantaggio non è quindi che “il materiale funziona soltanto se stampato”, ma che il materiale e l’automazione robotica sono complementari in un ambiente privo di manodopera e supply chain tradizionali.
La ridotta gravità potrebbe modificare anche la stampa, non soltanto la struttura finita
Finora le prove di estrusione sono state eseguite sotto la gravità terrestre. Su Marte il peso del cordone appena depositato sarebbe inferiore, con possibili vantaggi per stabilità delle pareti fresche e overhang. Ma cambierebbero anche altri fenomeni, tra cui sedimentazione delle particelle, comportamento del fluido, formazione delle bolle e dinamica di estrusione. Qiu ha dichiarato esplicitamente di voler verificare come la stampa sia influenzata dalla gravità ridotta, ma un test realistico richiede infrastrutture sperimentali difficili da ottenere per periodi sufficientemente lunghi. È quindi prematuro assumere che una ricetta stampabile sulla Terra si comporti identicamente su Marte.
Il vento marziano è veloce ma l’atmosfera è molto rarefatta
Alcuni articoli presentano la resistenza a flessione del materiale come vantaggio contro le forti tempeste marziane. Il concetto va contestualizzato. Su Marte possono verificarsi venti molto veloci, ma la densità atmosferica è estremamente bassa, quindi la pressione dinamica esercitata su una struttura è molto inferiore rispetto a quella di un vento terrestre alla stessa velocità. Le particelle trasportate possono comunque contribuire ad abrasione e deterioramento superficiale. Il problema strutturale dominante per un habitat pressurizzato potrebbe però essere la differenza di pressione fra interno ed esterno, non il vento. La buona capacità flessionale è interessante, ma non risolve automaticamente i principali requisiti dell’involucro.
La radiazione è uno dei grandi punti non ancora affrontati
Un habitat marziano deve schermare radiazione cosmica e particelle solari. La regolite può essere utile perché grandi spessori di materiale minerale aumentano la massa schermante, ma il paper non dimostra una prestazione radiologica specifica del MLBM. Inoltre la radiazione può degradare la componente organica e ridurre la vitalità del lievito. Una possibile architettura futura potrebbe utilizzare il materiale come guscio strutturale ricoperto con ulteriore regolite sciolta, ottenendo contemporaneamente carico strutturale e schermatura. Ma questo rimane un concept. Dire che il MLBM è “radiation-resistant” sarebbe prematuro.
Permeabilità, ossigeno e incendio richiedono ulteriori studi
La microstruttura ottenuta attraverso freeze-drying è deliberatamente porosa. Questa porosità aiuta a ridurre la densità e contribuisce al comportamento meccanico, ma è incompatibile con la funzione di barriera all’aria richiesta da un habitat pressurizzato. Da qui la necessità di una membrana interna. Anche la presenza di materiali organici solleva questioni su comportamento in ambiente ricco di ossigeno, infiammabilità e produzione di gas in caso di incendio. Nessuno di questi aspetti è stato ancora qualificato su scala edilizia. La definizione “building material” indica quindi un potenziale materiale strutturale, non un involucro completo già conforme ai requisiti di una base abitata.
Gelatina e lievito riducono la massa importata, ma non eliminano la logistica terrestre
Qiu stima che una ingegnerizzazione significativa di una base potrebbe comunque richiedere centinaia di tonnellate di cargo proveniente dalla Terra, includendo macchinari, sistemi di supporto vitale, robot, membrane, bioreattori e materiali non disponibili localmente. Questo dato aiuta a ridimensionare l’idea di un habitat costruito quasi gratuitamente con il terreno. ISRU non significa “nessun materiale dalla Terra”, ma evitare di trasportare proprio le componenti più pesanti e volumetriche quando possono essere sostituite da risorse locali. Se la struttura principale fosse composta in larga parte da regolite, anche una piccola percentuale di legante importato o prodotto biologicamente sul posto potrebbe generare un risparmio logistico enorme rispetto a trasportare acciaio, cemento o pannelli prefabbricati completi.
Il vantaggio rispetto alla sinterizzazione è soprattutto energetico, non necessariamente meccanico
Altri gruppi hanno già prodotto simulanti marziani e lunari sinterizzati con resistenze molto superiori. Studi su “space bricks”, per esempio, hanno raggiunto valori fino a circa 45 MPa a seconda del materiale e del protocollo. La sinterizzazione crea quindi materiali potenzialmente più forti, ma richiede alte temperature e attrezzatura energeticamente intensiva. Il MLBM raggiunge resistenze inferiori ma attraverso un processo a bassa energia. È un classico trade-off ingegneristico: non serve necessariamente il materiale più forte se una resistenza inferiore è sufficiente sotto la bassa gravità marziana e permette di ridurre drasticamente energia e infrastruttura. La domanda corretta non è “quale materiale ha più MPa?”, ma “quale sistema completo richiede meno massa, energia e manutenzione per costruire una struttura sicura?”.
Non è l’unico progetto biologico per costruire su Marte
Anche altri gruppi stanno studiando engineered living materials extraterrestri. Un lavoro del 2025 pubblicato sul Journal of Manufacturing Science and Engineering ha proposto una comunità sintetica composta da cianobatteri diazotrofi e funghi filamentosi capace di crescere con simulante di regolite, aria, luce e un mezzo inorganico, producendo biominerali che consolidano le particelle. L’approccio è diverso da HKUST: invece di utilizzare principalmente gelatina e lievito, cerca di costruire un ecosistema biologico mutualistico che generi progressivamente il materiale legante. Queste linee di ricerca mostrano che la biomanifattura sta diventando una delle opzioni considerate per l’ISRU, insieme a sinterizzazione, geopolimeri, zolfo, ghiaccio e materiali polimerici.
Il concetto di circularity è interessante, ma non è ancora una economia chiusa
Il nome della rivista Chem Circularity riflette bene uno dei punti centrali dello studio. Il lievito può essere coltivato, il materiale può essere frantumato e riformulato e una parte dell’acqua potrebbe essere recuperata. Questo crea le premesse per una filiera molto più circolare rispetto a materiali che richiedono continue importazioni. Ma una economia realmente chiusa dovrebbe contabilizzare anche: nutrienti del bioreattore, gelatina o suo sostituto, acqua persa, membrane, parti della stampante, eventuali additivi e degradazione dopo molti cicli. Quattro cicli di laboratorio mostrano riciclabilità, non una chiusura indefinita del ciclo materiale.
Il vero risultato è trasformare l’ambiente ostile in una fase di processo
È probabilmente questo l’aspetto più originale del lavoro. Molte tecnologie spaziali partono dal presupposto di dover ricreare condizioni terrestri all’interno di una fabbrica: temperatura controllata, pressione, forni, ambienti protetti. HKUST prova a invertire il ragionamento. Se Marte è freddo e quasi privo di atmosfera, può essere possibile progettare un materiale che abbia bisogno proprio di freddo e bassa pressione per indurire. In questo modo l’ambiente esterno smette di essere soltanto un problema e diventa una parte gratuita dell’impianto produttivo. È un principio molto potente per l’ingegneria extraterrestre, dove ogni watt e ogni chilogrammo di hardware trasportato hanno un costo enorme.
Dalla mini-cupola alla casa resta però un percorso molto lungo
Prima che una tecnologia simile possa essere presa in considerazione per un habitat reale serviranno almeno: test con simulanti di regolite chimicamente realistici, valutazione dei perclorati, stampa in gravità ridotta, prove su componenti di scala metrica, test di creep pluriennale, radiazione, shock termico, tenuta e compatibilità con membrane, comportamento all’incendio, fatica, abrasione da polvere, automazione del mixing, gestione biologica e dimostrazione di bioreattori closed-loop. Sarà inoltre necessario dimostrare che la produzione della componente biologica non annulli il vantaggio energetico attribuito al curing. Il progetto è quindi molto lontano da un livello TRL compatibile con una missione abitata.
Una ricerca molto più interessante se letta come piattaforma di materiali che come “casa di lievito”
Il titolo “HKUST print Mars housing from yeast, gelatine and rock dust” è efficace, ma rischia di far sembrare già disponibile qualcosa che oggi è ancora una formulazione di laboratorio. Il contributo scientifico reale è però abbastanza forte da non avere bisogno di questa semplificazione. Il gruppo ha dimostrato che una miscela biologico-minerale può raggiungere circa 12 MPa in compressione, essere estrusa, consolidarsi mediante condizioni di freeze-drying simili a quelle marziane, mantenere lievito vitale e venire riciclata ripetutamente. Ha inoltre mostrato un percorso potenzialmente molto meno energivoro della sinterizzazione della regolite. Sono risultati interessanti proprio perché affrontano contemporaneamente ISRU, manufacturing, energia e circularity.
La casa marziana non è ancora stata costruita e probabilmente un habitat reale utilizzerà più materiali contemporaneamente: guscio strutturale, membrana pressurizzata, isolamento, schermatura e componenti metallici. Il MLBM potrebbe eventualmente diventare uno di questi strati. Il punto più promettente è che il materiale è progettato non contro Marte, ma per Marte: usa gran parte della massa disponibile localmente e sfrutta pressione e temperatura del pianeta come parte del curing. Se l’approccio riuscirà a mantenere le proprie prestazioni passando da centimetri a metri, questo potrebbe essere molto più importante del semplice fatto che il legante contenga lievito.
Questo articolo è stato redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale (AI).
