Londra avvia controlli sull’uso di stampanti 3D cinesi nelle forze armate britanniche
Il Ministero della Difesa britannico ha avviato una verifica sull’impiego di stampanti 3D prodotte in Cina da parte della British Army, dopo che sistemi portatili riconducibili a Bambu Lab, azienda con sede a Shenzhen, sono stati utilizzati in esercitazioni militari in Kenya per produrre componenti destinati a droni FPV e ad altri equipaggiamenti da campo. Il caso riguarda il rapporto tra manifattura additiva, logistica militare e sicurezza dei dati, perché le stampanti 3D connesse possono trattare file di progetto, G-code e dati operativi sensibili.
Il contesto: droni FPV stampati in campo durante Exercise Bull Storm
Durante Exercise Bull Storm, nei pressi di Nanyuki, reparti della British Army hanno testato la produzione in campo di droni FPV. Secondo Soldier Magazine, organo editoriale collegato all’esercito britannico, le scocche dei droni sono state realizzate con una stampante 3D portatile alimentata da un generatore da campo, mentre tecnici REME hanno completato l’assemblaggio con batterie, telecamere e circuiti. All’esercitazione hanno preso parte circa 1.400 militari, con personale del 3rd Battalion, The Rifles, del 2nd Battalion, The Royal Yorkshire Regiment, del 3rd Battalion, The Royal Regiment of Scotland e del 1st Battalion, The Royal Anglian Regiment.
Tempi, costi e ruolo della Edinburgh Drone Company
Il maggiore Steve Watts, comandante della F Company del 3rd Battalion, The Rifles, ha indicato che la stampa di un drone richiedeva circa tre ore e mezza, con un’ulteriore ora per l’assemblaggio. Il costo unitario stimato per i droni assemblati in questo modo era di circa 400 sterline, contro circa 2.000 sterline per droni FPV acquistati già pronti per impieghi militari. Soldier Magazine riferisce inoltre che il progetto ha coinvolto la Edinburgh Drone Company, che ha fornito supporto per l’hardware e per la formazione dei tecnici, con piattaforme basate sul design Dirk 5.
Perché il caso Bambu Lab è diventato un tema di sicurezza
Le preoccupazioni riguardano soprattutto la gestione dei dati. Le stampanti Bambu Lab sono note per un ecosistema integrato che include software, monitoraggio remoto e servizi cloud. In ambito civile questi elementi sono parte della semplicità d’uso del prodotto; in ambito militare, però, la trasmissione di file di stampa o modelli 3D attraverso infrastrutture esterne può generare rischi se quei file contengono geometrie, adattamenti o soluzioni tecniche non destinate alla divulgazione. The Defense Post riporta che la verifica britannica comprende anche una valutazione cyber sui rischi legati a conservazione, trasmissione e protezione dei dati.
Il nodo della legge cinese sull’intelligence
Una delle ragioni citate dagli analisti riguarda la National Intelligence Law cinese. L’articolo 7 stabilisce che organizzazioni e cittadini devono sostenere, assistere e cooperare con il lavoro di intelligence nazionale secondo la legge; l’articolo 14 consente alle istituzioni di intelligence di richiedere supporto, assistenza e cooperazione a organizzazioni e cittadini. Questo non prova che dati siano stati trasmessi o utilizzati in modo improprio, ma spiega perché apparecchiature connesse prodotte da società cinesi vengano sottoposte a controlli più severi quando entrano in ambienti militari o governativi.
Il possibile fattore mitigante: modalità LAN-only
Il rischio tecnico non è inevitabile. Bambu Lab documenta una modalità LAN Mode che permette alla stampante di operare all’interno della rete locale e di comunicare con il software di slicing senza richiedere accesso a Internet. Altre documentazioni Bambu distinguono il funzionamento LAN-only dal funzionamento cloud, precisando che in modalità LAN-only non vengono usati i servizi cloud. Per un impiego militare o industriale sensibile, una configurazione locale isolata, controlli di rete, segmentazione, blocco del traffico in uscita e gestione interna dei file sarebbero misure centrali. Resta da chiarire pubblicamente quale configurazione sia stata usata durante l’esercitazione in Kenya.
La posizione già espressa dal Ministero della Difesa britannico
Il tema era emerso anche in Parlamento. Il 9 dicembre 2025, rispondendo a una domanda scritta sull’uso di stampanti 3D Bambu Lab da parte delle forze armate britanniche, il ministro Luke Pollard ha dichiarato che il Ministero della Difesa dispone di procedure di sicurezza per proteggere le informazioni sensibili e che le politiche interne tengono conto dei rischi derivanti da tutti i tipi di stampanti 3D, non solo da quelle prodotte in Cina. Questa risposta indica che il tema era già sotto osservazione prima della nuova verifica citata dalla stampa britannica.
La stampa 3D militare tra vantaggi logistici e nuove vulnerabilità
La produzione additiva in ambito militare consente di ridurre il trasporto di parti complete, spostando sul campo materiali, elettronica e file digitali. Nel caso dei droni FPV, la British Army ha sperimentato la possibilità di stampare componenti vicino al punto di impiego, adattando le piattaforme alle esigenze dell’esercitazione. Questo approccio può ridurre costi e tempi, ma sposta il valore strategico sui dati: il file diventa parte della catena logistica quanto il materiale fisico. Per questo la sicurezza informatica delle macchine, del software e dei canali di trasferimento diventa parte della sicurezza operativa.
Un mercato dominato dai produttori cinesi nel segmento desktop e prosumer
Bambu Lab è una delle aziende che hanno cambiato il mercato delle stampanti 3D desktop e prosumer. Fondata nel 2020 da un team con competenze in robotica, intelligenza artificiale, materiali e Internet, l’azienda ha acquisito visibilità internazionale nel 2022 con la campagna Kickstarter della Bambu Lab X1. Da allora ha ampliato la propria presenza con modelli come P1S, A1 e A1 Mini, puntando su velocità, automazione, stampa multicolore, software Bambu Studio e piattaforma MakerWorld. La diffusione di questi sistemi spiega perché vengano presi in considerazione anche da utilizzatori istituzionali, ma spiega anche perché il loro impiego in contesti sensibili richieda regole più precise.
Il quadro più ampio: la difesa britannica punta sulla manifattura additiva
Il Regno Unito non sta valutando solo il caso Bambu Lab. The Defense Post segnala altri programmi collegati alla manifattura additiva nella difesa britannica, tra cui test con componenti in titanio riciclato realizzati con QinetiQ e Additive Manufacturing Solutions Ltd, oltre a un contratto del Ministero della Difesa assegnato a Babcock International per supportare la produzione additiva a favore delle forze ucraine, anche attraverso file digitali destinati alla fabbricazione in campo. Il controllo sulle stampanti cinesi si inserisce quindi in una trasformazione più ampia: la difesa vuole usare la stampa 3D, ma deve stabilire quali macchine, reti e procedure siano compatibili con ambienti classificati o operativi.
La verifica britannica non equivale a un’accusa formale contro Bambu Lab. Il punto centrale è la definizione di standard chiari per l’uso di stampanti 3D connesse nelle forze armate: modalità offline o LAN-only, audit del firmware, controllo dei log, gestione locale dei file, divieto di cloud esterni per dati sensibili e validazione della supply chain. Il caso mostra come la manifattura additiva militare non sia più solo una questione di materiali e prestazioni, ma anche di cybersecurity, sovranità dei dati e controllo dell’intero flusso digitale dalla progettazione alla produzione.
