Tra le colline dell’Emilia-Romagna, il progetto Shamballa sta prendendo forma come un laboratorio a cielo aperto in cui stampa 3D, bioedilizia, agricoltura e gestione delle risorse vengono studiate nello stesso luogo. Al centro di questo percorso c’è Itaca, una costruzione stampata in 3D pensata non solo come edificio, ma come modello di fattoria autosufficiente e campo di prova per nuove soluzioni costruttive.
Il progetto coinvolge WASP, WASP 3D Build e Olfattiva, realtà legate al gruppo CSP S.r.l. di Massa Lombarda. WASP porta nel progetto la propria esperienza nella stampa 3D architettonica, WASP 3D Build lavora sull’applicazione diretta della tecnologia al cantiere, mentre Olfattiva sviluppa la parte agricola e botanica, con un orto officinale dedicato a piante aromatiche, medicinali e materie prime vegetali.
Itaca va letta in questo contesto: non come una casa dimostrativa isolata, ma come il primo tassello di un sistema più ampio. Il tema non è soltanto stampare pareti con una macchina di grande formato. L’obiettivo è capire se una struttura realizzata con processi additivi possa rispettare gli standard dell’edilizia tradizionale, integrando materiali a basso impatto, impianti, isolamento, gestione dell’acqua, energia e produzione agricola locale.
Un laboratorio a cielo aperto per costruire e misurare
Shamballa nasce come luogo di sperimentazione pratica. La stampa 3D edilizia viene spesso raccontata attraverso l’immagine della macchina che deposita materiale strato dopo strato, ma il vero nodo riguarda tutto ciò che accade prima e dopo la stampa: progettazione digitale, scelta delle miscele, prestazioni meccaniche, comportamento termico, durabilità, integrazione degli impianti, manutenzione e rispetto delle normative.
Itaca diventa quindi un edificio-laboratorio. Le pareti stampate, la forma dell’edificio, i materiali naturali e l’organizzazione degli spazi sono parte di un esperimento costruttivo che punta a verificare cosa può funzionare in un cantiere reale. Non si tratta di sostituire in blocco l’edilizia convenzionale, ma di individuare dove la produzione additiva può offrire vantaggi concreti: riduzione di alcune lavorazioni manuali, geometrie più libere, digitalizzazione del progetto, uso di materiali locali o naturali, ripetibilità del processo e possibilità di integrare funzioni già durante la costruzione.
Uno degli aspetti più rilevanti è proprio il passaggio dal prototipo alla certificazione. In Italia costruire significa confrontarsi con requisiti tecnici severi, soprattutto in ambito sismico. Per una struttura stampata in 3D, questo punto è decisivo: non basta mostrare che una parete può essere stampata, bisogna dimostrare che l’edificio può rispettare criteri di sicurezza, resistenza e abitabilità paragonabili a quelli delle costruzioni tradizionali.
Crane WASP e la stampa 3D applicata al cantiere
Per la realizzazione di Itaca è stato utilizzato il sistema Crane WASP, la piattaforma di WASP dedicata alla stampa 3D per l’edilizia. È una macchina pensata per lavorare in cantiere con materiali come malte, calce, argilla e miscele adatte alla costruzione. Il sistema è modulare e può essere configurato in base alla dimensione dell’intervento, un aspetto importante quando si passa dalla singola parete dimostrativa a un edificio vero.
Nel caso di Itaca, la configurazione adottata prevede quattro bracci robotici collocati ai vertici di una struttura esagonale. Questa impostazione consente di stampare più sezioni di parete nello stesso ciclo di lavoro, riducendo i tempi necessari per realizzare il guscio dell’edificio. Ogni parete raggiunge un’altezza di circa 3,8 metri e richiede circa 24 ore di stampa. Il layout complessivo è ispirato a una geometria mandalica, con un quadrato inscritto in un cerchio e quattro pareti principali collocate agli angoli.
Questa impostazione non è solo formale. Le geometrie curve e gli spessori importanti permettono di lavorare sulla massa muraria, sull’inerzia termica e sull’integrazione degli elementi tecnici. La stampa 3D, in questo caso, non viene usata per creare un semplice guscio decorativo, ma per realizzare una parete che combina funzione portante, isolamento, traspirabilità e predisposizione impiantistica.
Materiali: calce, lolla di riso e isolamento integrato
Uno dei punti più interessanti del progetto riguarda la scelta dei materiali. Le pareti di Itaca sono stampate con una miscela a base di calce priva di cemento. In alcune ricostruzioni tecniche viene citato anche l’uso di calce NHL e Geolegante di Kerakoll, mentre la documentazione ufficiale di WASP descrive il materiale come una miscela a base di calce scelta per ridurre l’impatto rispetto alle formulazioni cementizie e per migliorare la traspirabilità delle pareti.
La traspirabilità è un tema spesso sottovalutato nell’edilizia stampata in 3D. Un muro non deve solo stare in piedi: deve gestire umidità, scambi termici, ponti freddi e comfort interno. In un edificio pensato per l’autosufficienza, il comportamento passivo dell’involucro diventa parte del progetto energetico. Una parete capace di contribuire alla regolazione termica riduce il carico sugli impianti e rende più credibile l’idea di una casa a basso fabbisogno energetico.
Gli spessori delle pareti, compresi tra 60 e 70 centimetri, permettono di integrare all’interno materiale isolante naturale. Tra i riempimenti è prevista lolla di riso proveniente da scarti della filiera agroalimentare, abbinata a polvere di calce naturale. La lolla di riso è un sottoprodotto agricolo abbondante in molte aree risicole e può essere utilizzata come componente isolante, trasformando uno scarto in risorsa per il cantiere.
Questa scelta è coerente con l’idea di una microeconomia circolare: usare materiali disponibili, ridurre il ricorso a componenti ad alta intensità energetica e progettare pareti che non richiedano necessariamente strati isolanti applicati all’esterno. Il valore non sta solo nella stampa 3D, ma nella combinazione tra processo digitale e materiali compatibili con una filiera più locale.
Impianti inseriti durante la stampa
Un altro aspetto tecnico importante riguarda l’integrazione degli impianti. In Itaca, elementi come linee elettriche e sistemi di riscaldamento radiante vengono predisposti durante il processo di stampa. Questo punto mostra una delle direzioni più interessanti della costruzione additiva: usare il percorso di deposito non solo per creare la forma, ma per incorporare già nel muro alcune funzioni dell’edificio.
Nell’edilizia convenzionale, molte lavorazioni avvengono per sottrazione: si costruisce la parete, poi si creano tracce, passaggi, alloggiamenti, vani tecnici. Con la stampa 3D è possibile progettare cavità, passaggi e zone funzionali direttamente nel modello digitale, riducendo alcune operazioni successive. Questo non elimina la necessità di controlli, collaudi e posa specializzata, ma può rendere il cantiere più ordinato e prevedibile.
Per un edificio come Itaca, l’integrazione degli impianti contribuisce a trasformare la parete in un sistema tecnico. La muratura non è più solo separazione tra interno ed esterno, ma diventa parte della gestione energetica dell’abitazione. È qui che la stampa 3D edilizia mostra una possibile differenza rispetto ai metodi tradizionali: la libertà geometrica può essere usata per ottenere prestazioni, non solo forme insolite.
Autosufficienza: acqua, energia e cibo nello stesso progetto
Itaca è descritta come una fattoria autosufficiente perché il progetto non si ferma alla costruzione dell’edificio. L’abitazione è inserita in un sistema che punta alla gestione integrata di acqua, energia e produzione alimentare. Sono previsti bacini per la raccolta dell’acqua piovana, coperture verdi, pannelli solari e soluzioni per ridurre il fabbisogno energetico dell’edificio.
L’idea di autosufficienza non va interpretata come isolamento totale dal mondo esterno. In un contesto reale, autonomia significa ridurre la dipendenza da reti e risorse esterne, migliorare l’efficienza dei consumi e progettare un equilibrio tra edificio, terreno e attività agricole. L’architettura stampata in 3D diventa una componente di questo equilibrio, non l’unica risposta.
WASP lavora da anni sul rapporto tra stampa 3D e bisogni primari: casa, cibo, energia, salute, lavoro e cultura. Shamballa riprende questa visione e la porta su un terreno agricolo concreto. Il risultato è un luogo in cui le tecnologie di fabbricazione digitale convivono con coltivazioni, sperimentazioni botaniche e attività educative. Questo approccio è interessante perché evita di trattare la casa come oggetto separato dal contesto in cui viene costruita.
Il ruolo di Olfattiva nell’ecosistema Shamballa
La presenza di Olfattiva dà al progetto una dimensione agricola e botanica. L’azienda, attiva nel settore degli oli essenziali, dell’aromaterapia e della profumeria naturale, lavora alla realizzazione di un orto botanico officinale su un’area di circa otto ettari. Il piano comprende piante aromatiche e medicinali, alberi da frutto di varietà antiche e attività legate alla biodiversità.
Questo elemento è importante perché Shamballa non è pensato solo come vetrina per la stampa 3D. La parte agricola permette di studiare come un insediamento autosufficiente possa produrre materie prime, creare percorsi educativi, valorizzare il territorio e sperimentare modelli di riforestazione e agroforestazione. Olfattiva porta competenze diverse da quelle di WASP, ma complementari: coltivazione, profumi naturali, estrazione di oli essenziali, percorsi sensoriali e formazione.
La combinazione tra costruzione stampata in 3D e orto botanico rende Shamballa un caso particolare nel panorama dell’edilizia additiva. Non si tratta solo di mostrare una stampante in funzione, ma di osservare come una tecnologia costruttiva possa inserirsi in un sistema produttivo più ampio, dove l’edificio, il suolo, l’acqua e le coltivazioni sono parte dello stesso esperimento.
Perché Itaca è interessante per la stampa 3D edilizia
La stampa 3D per le costruzioni è spesso presentata come una soluzione rapida al problema della casa. La realtà è più complessa. Una stampante può ridurre alcuni tempi del cantiere, ma l’edificio resta il risultato di materiali, fondazioni, impianti, normative, finiture, sicurezza e manutenzione. Itaca è interessante proprio perché affronta una parte di questa complessità.
Il progetto prova a mettere insieme elementi che spesso vengono trattati separatamente: macchina di stampa, materiale naturale, isolamento interno, impianti integrati, criteri antisismici, gestione delle risorse e attività agricole. Questo non rende la stampa 3D automaticamente adatta a ogni edificio, ma permette di capire meglio dove può essere utile.
Uno dei punti più concreti riguarda la digitalizzazione. Se il modello costruttivo è parametrico e la macchina può riprodurre geometrie controllate, diventa più semplice trasferire conoscenza da un cantiere all’altro. Naturalmente ogni territorio ha materiali, norme e condizioni climatiche diverse. Proprio per questo servono laboratori come Shamballa: luoghi in cui testare sul campo, correggere, misurare e documentare.
Non solo pareti stampate: il cantiere come sistema
Il caso Itaca mostra che il futuro della stampa 3D edilizia non dipenderà solo dalla velocità di estrusione o dalla dimensione della macchina. Saranno decisivi altri fattori: certificazione dei materiali, progettazione strutturale, gestione dell’umidità, compatibilità con impianti e serramenti, costo complessivo, disponibilità di tecnici formati e capacità di adattare la tecnologia alle normative locali.
In questo senso il progetto di WASP è utile perché sposta la discussione dal singolo oggetto stampato al sistema-cantiere. Un edificio stampato in 3D non è soltanto una sequenza di strati sovrapposti: è un insieme di scelte progettuali che devono funzionare nel tempo. L’uso di calce, lolla di riso, isolanti naturali e impianti integrati ha senso solo se il risultato finale offre comfort, sicurezza e durabilità.
Itaca sarà quindi interessante da seguire non solo nella fase di costruzione, ma anche nell’uso quotidiano. Le prestazioni reali dell’involucro, la manutenzione delle pareti, la gestione degli impianti, il comportamento degli isolanti naturali e l’interazione con il paesaggio agricolo diranno molto sul valore pratico di questo modello.
Una sperimentazione italiana tra edilizia, agricoltura e fabbricazione digitale
Con Shamballa e Itaca, WASP porta avanti una linea di ricerca che lega stampa 3D e sostenibilità in modo molto concreto. La tecnologia non viene presentata come risposta unica a tutti i problemi dell’edilizia, ma come strumento da integrare con materiali, territorio e filiere locali. La presenza di WASP 3D Build permette di trasformare la competenza maturata sulle macchine in attività di costruzione, mentre Olfattiva amplia il progetto verso la coltivazione, la biodiversità e la ricerca sulle piante officinali.
Per il settore della stampa 3D, Itaca rappresenta un caso da osservare con attenzione. Non perché prometta di cambiare da sola il modo in cui costruiremo le case, ma perché affronta alcune domande reali: come si certifica una struttura stampata? Quali materiali naturali possono essere estrusi in modo affidabile? È possibile integrare impianti durante la stampa? Quanto incidono isolamento, spessore murario e geometria sulle prestazioni energetiche? Come si collega un edificio stampato a un modello di produzione agricola e gestione delle risorse?
Le risposte arriveranno dal funzionamento del laboratorio nel tempo. Ed è proprio questo il punto: Shamballa non è soltanto il luogo in cui si mostra una costruzione stampata in 3D, ma un ambiente in cui mettere alla prova un’idea di abitare più integrata. Itaca ne è il primo edificio simbolico, ma anche un banco di prova tecnico per capire dove la stampa 3D edilizia può uscire dalla fase dimostrativa e diventare parte di cantieri più maturi.
