Fabri raccoglie 13,5 milioni di dollari per costruire una fonderia digitale negli Stati Uniti

Fabri ha raccolto 13,5 milioni di dollari per sviluppare un modello di fonderia più automatizzato, basato su stampa 3D, robotica, software e controllo dei dati di processo. L’azienda lavora nel campo dell’investment casting, cioè la fusione a cera persa di precisione, un processo molto antico ma ancora centrale per la produzione di componenti metallici complessi destinati ad aerospazio, difesa, energia, turbine, sistemi industriali e dispositivi medici.

Il finanziamento non riguarda una semplice stampante 3D o una nuova macchina per officina. Fabri vuole costruire un sistema produttivo completo: una fonderia software-defined, cioè una fonderia in cui parte del lavoro manuale viene sostituito o supportato da additive manufacturing, robotica, raccolta dati, apprendimento automatico e tracciabilità del processo.

La società è uno spinout del MIT, fondata nel 2022. Il team è guidato da Steven Davis, CEO, insieme a Pieter Coulier, CTO, e Tom Cole, COO. I nomi coinvolti aiutano a capire il posizionamento dell’azienda: Davis ha esperienza tra robotica, additive manufacturing e Relativity Space; Coulier arriva da esperienze software legate alla manifattura avanzata; Cole ha lavorato in ambito operations, anche in contesti dove produzione e automazione devono passare dalla fase di sviluppo alla scala industriale.

Tra gli investitori figurano Lavrock Ventures, Balerion Space Ventures, RTX Ventures, Lockheed Martin Ventures, Marlinspike, Tenon Ventures e SBXi. La presenza di RTX Ventures e Lockheed Martin Ventures è un segnale importante, perché RTX e Lockheed Martin sono tra i grandi utilizzatori di componenti metallici complessi per aerospazio e difesa. Non siamo davanti a un investimento generico nel settore deep tech, ma a una scommessa legata alla capacità produttiva industriale americana.

Perché una fonderia oggi torna al centro della manifattura avanzata

Quando si parla di stampa 3D in metallo si pensa spesso alla produzione diretta del pezzo finale con sistemi a letto di polvere, DED o tecnologie ibride. Fabri segue una strada diversa: usa la manifattura additiva come parte di un processo di fusione tradizionale, non necessariamente come sostituto della fusione.

Nell’investment casting classico si parte da un modello in cera del componente. Questo modello viene rivestito con materiale ceramico, creando un guscio attorno alla forma. La cera viene poi eliminata con il calore, lasciando una cavità nella quale viene colato il metallo fuso. Una volta raffreddato il getto, il guscio ceramico viene rotto e il componente metallico viene rifinito, controllato e, quando serve, lavorato ulteriormente.

Il processo è usato da decenni per parti complesse, come pale di turbine, componenti per motori aeronautici, elementi per missili, parti strutturali leggere, componenti in leghe speciali e geometrie difficili da ottenere con lavorazioni tradizionali. Il problema è che molte fasi richiedono esperienza manuale, tempo, attrezzature dedicate e interventi di correzione dopo la fusione.

Fabri interviene proprio lì: stampa in 3D i modelli in cera, riducendo la necessità di assemblaggi manuali e attrezzature dedicate. A questo aggiunge software di progettazione, raccolta dati di produzione e strumenti di analisi per individuare difetti, migliorare la ripetibilità e ridurre le rilavorazioni.

La stampa 3D non sostituisce la fusione, la rende più agile

Uno degli aspetti più interessanti del progetto Fabri è che l’additive manufacturing viene usato come tecnologia abilitante dentro una catena produttiva già conosciuta dall’industria. La stampa 3D dei modelli in cera permette di evitare alcune fasi della costruzione manuale del pattern, ridurre i tempi di preparazione e produrre forme più complesse senza passare sempre da stampi e utensili dedicati.

Questo approccio ha un vantaggio pratico: il pezzo finale resta un getto metallico prodotto con un processo noto, mentre la parte digitale entra nella fase di preparazione, controllo e ottimizzazione. Per settori come aerospazio e difesa, dove la qualifica dei componenti è un tema delicato, questa impostazione può essere più facile da introdurre rispetto alla sostituzione completa del casting con stampa 3D metallica diretta.

La stampa 3D diretta in metallo ha grandi potenzialità, ma per molti componenti di grandi dimensioni, per certe leghe e per volumi produttivi specifici può incontrare limiti di costo, produttività, finitura, qualifica e ripetibilità. La fusione a cera persa rimane invece un processo familiare per molte catene di fornitura. Fabri prova a modernizzarla senza cancellarne la logica industriale.

In altre parole, l’azienda non propone di abbandonare la fonderia, ma di renderla più automatizzata, più tracciabile e più veloce.

Dove entra il software FoundryOS

Fabri lavora anche a un sistema software indicato come FoundryOS. L’obiettivo è interpretare le geometrie dei componenti, generare modelli senza utensili dedicati, automatizzare il controllo del processo e mantenere tracciabilità dalla fusione del metallo fino alla consegna.

In una fonderia tradizionale molta conoscenza è nelle mani degli operatori: come viene assemblato un modello, dove si possono formare difetti, come si comporta una lega, quali aree del getto richiedono attenzione, quali geometrie generano problemi durante colata e raffreddamento. Questo sapere è prezioso, ma spesso non è codificato in un sistema digitale facilmente replicabile.

Fabri vuole trasformare una parte di questa conoscenza in dati e procedure. Sensori, controlli, ispezioni, analisi dei difetti e feedback di produzione possono contribuire a ridurre scarti e rilavorazioni. La parte di machine learning, se funziona in modo robusto su materiali e geometrie diverse, può aiutare a capire prima dove un componente rischia di presentare difetti o dove il processo deve essere corretto.

Il punto non è fare una fonderia “senza persone”. Il punto è ridurre la dipendenza da passaggi manuali difficili da scalare e rendere più prevedibile un processo che, per sua natura, combina metallo fuso, materiali ceramici, calore, geometrie complesse e molte variabili produttive.

I materiali e le dimensioni lavorabili

Fabri è partita da componenti in alluminio e ha ampliato il campo verso rame e leghe di acciaio. Sono citati anche bronzo, C71500 e l’intenzione di espandere le capacità verso leghe a base nichel come IN713C e Mar-M247. Si tratta di materiali importanti per applicazioni ad alte prestazioni, soprattutto quando entrano in gioco temperature elevate, resistenza meccanica, corrosione, fatica e requisiti aerospaziali.

Le dimensioni dichiarate per i getti arrivano a 7 x 13 x 15,75 pollici. Non è quindi un approccio pensato per pezzi enormi, ma per componenti di precisione dove complessità, tempi di consegna e qualità contano più della massa del singolo pezzo.

Fabri afferma di poter consegnare fusioni in settimane invece che in mesi o anni. L’azienda indica anche una possibile riduzione dei costi rispetto alla lavorazione dal pieno e casi in cui assemblaggi saldati possono essere sostituiti da un unico getto. Questi dati vanno letti nel contesto applicativo: non ogni parte metallica ha senso come casting, non ogni casting può essere trasformato con lo stesso beneficio, e non ogni geometria giustifica un processo digitale. Ma per componenti critici, piccoli lotti, ricambi difficili e parti ad alto valore, il margine di miglioramento può essere significativo.

Il legame con difesa, aerospazio ed energia

La notizia va letta dentro un problema industriale più ampio: negli Stati Uniti molte fonderie hanno chiuso, molte competenze specialistiche stanno uscendo dal mercato del lavoro e il settore difesa ha bisogno di catene di fornitura più robuste. Casting e forging sono aree considerate critiche perché entrano in moltissimi sistemi militari: motori, turbine, veicoli, missili, componenti navali, sistemi aeronautici e strutture soggette a carichi elevati.

Nel mondo della difesa non basta progettare un componente. Bisogna produrlo in modo affidabile, ripetibile, controllabile e in tempi compatibili con programmi industriali spesso complessi. Se una parte richiede tempi di consegna molto lunghi, l’intero sistema può subire ritardi. Se una fonderia chiude o non trova personale, la vulnerabilità si trasferisce lungo tutta la catena.

Fabri si inserisce in questo spazio: non come produttore di software industriale venduto a terzi, ma come operatore di fonderie modernizzate. L’azienda punta a costruire, acquistare o riattrezzare capacità produttiva e a usarla per fornire getti metallici. Il modello assomiglia più a un servizio produttivo verticale che a una vendita di macchine.

Questo dettaglio è importante. Fabri non sembra voler vendere semplicemente una piattaforma software o una cella robotica. Vuole possedere e gestire capacità di fonderia. In un mercato dove la domanda può arrivare da difesa, aerospazio, energia e medicale, controllare il processo può essere un vantaggio rispetto a un modello basato solo su licenze o macchine.

Il ruolo degli investitori

Lavrock Ventures ha guidato il seed round da 5 milioni di dollari annunciato nel dicembre 2024. Nel totale da 13,5 milioni entrano anche Balerion Space Ventures, RTX Ventures, Lockheed Martin Ventures, Marlinspike, Tenon Ventures e SBXi.

Lavrock Ventures investe in tecnologie legate alla sicurezza nazionale e al dual use. Balerion Space Ventures guarda al settore spaziale e industriale. RTX Ventures e Lockheed Martin Ventures rappresentano due punti di accesso molto forti al mondo aerospazio-difesa. Marlinspike investe in aree come AI, robotica, aerospazio e cybersecurity. Tenon Ventures e SBXi completano una rete di capitali con attenzione alla manifattura avanzata e alle tecnologie nate in ambito MIT.

SBXi, in particolare, è collegata a un gruppo di investitori che sostiene fondatori MIT. La presenza di questo tipo di soggetti segnala che Fabri viene letta non solo come azienda di fonderia, ma come infrastruttura industriale per una nuova fase della manifattura americana.

La differenza rispetto a molte startup additive è chiara: qui non si parla solo di stampare meglio un componente, ma di risolvere un collo di bottiglia produttivo in una filiera matura. La fonderia è un settore poco visibile al grande pubblico, ma fondamentale per oggetti, macchine e sistemi che dipendono da parti metalliche complesse.

Una prima fonderia R&D e una seconda struttura produttiva

Fabri opera già una fonderia di ricerca e sviluppo e punta ad aprire una seconda struttura con piena capacità produttiva entro il 2027. L’obiettivo dichiarato è arrivare a un ritmo di una nuova fonderia all’anno, per contribuire a ricostruire capacità di casting negli Stati Uniti.

È un piano ambizioso, ma coerente con il problema che l’azienda vuole affrontare. Se la scarsità di fonderie e di manodopera qualificata è il nodo principale, non basta migliorare un singolo passaggio. Serve costruire capacità ripetibile, trasferibile e scalabile.

Il punto critico sarà dimostrare che il modello funziona fuori dall’ambiente R&D. Una cosa è produrre centinaia o migliaia di pezzi in un contesto controllato, un’altra è sostenere volumi industriali, materiali diversi, geometrie diverse, controlli severi e tempi di consegna affidabili.

Fabri dovrà provare che la stampa 3D dei modelli in cera, la robotica e il software possono ridurre davvero rilavorazioni, difetti, tempi e costi su casi produttivi concreti. Il valore non sarà nella singola tecnologia, ma nella combinazione tra processo tradizionale e strumenti digitali.

Non una startup di sola stampa 3D, ma una startup di processo

Fabri non è una classica startup di stampa 3D metallica. La stampa 3D entra nel processo, ma il risultato finale è una fusione. Questo la rende interessante per il mondo additive manufacturing perché mostra una direzione molto pragmatica: usare la stampa 3D dove porta vantaggio immediato, senza pretendere che sostituisca tutto.

Nelle fonderie, la stampa 3D può già avere un ruolo nella produzione di modelli, anime, stampi e attrezzature. Fabri applica questa logica all’investment casting di precisione, aggiungendo automazione e software. In questo senso si colloca vicino a quella parte della manifattura additiva che non cerca di essere “alternativa” all’industria esistente, ma di integrarsi nei processi più solidi.

È una distinzione importante anche per chi guarda al mercato italiano ed europeo. Molte PMI manifatturiere non hanno bisogno di cambiare completamente tecnologia produttiva; hanno bisogno di ridurre tempi, eliminare colli di bottiglia, gestire piccoli lotti, produrre ricambi e rendere più digitale una parte del processo. Il caso Fabri va letto in questa chiave.

Cosa può significare per la manifattura additiva

L’operazione conferma un orientamento sempre più visibile: la stampa 3D industriale non cresce solo quando produce direttamente il pezzo finito, ma anche quando diventa uno strumento dentro processi tradizionali. Casting, forging, CNC, saldatura, trattamenti termici e controllo qualità restano centrali. L’additive manufacturing può rendere alcune fasi più veloci, più flessibili e meno dipendenti da utensili dedicati.

Per Fabri, la sfida sarà industriale prima ancora che tecnologica. Serviranno qualità ripetibile, tracciabilità, certificazioni, capacità di consegna, gestione dei materiali e personale capace di far convivere fonderia, automazione e software. Gli investitori sembrano puntare proprio su questa combinazione.

La presenza di clienti e investitori come Lockheed Martin Ventures e RTX Ventures indica che la domanda potenziale esiste. La difficoltà sarà trasformare la prima capacità produttiva in un modello replicabile, capace di servire settori dove i requisiti tecnici non ammettono improvvisazione.

Fabri porta la stampa 3D dentro uno dei processi più antichi della metallurgia industriale: la fusione a cera persa. Lo fa con una proposta concreta, meno legata all’effetto novità e più vicina a un bisogno produttivo: costruire getti metallici complessi con tempi più brevi, meno lavoro manuale e maggiore controllo digitale.

Il finanziamento da 13,5 milioni di dollari dà all’azienda risorse per passare da una fonderia R&D a una capacità produttiva più ampia. Il coinvolgimento di Lavrock Ventures, Balerion Space Ventures, RTX Ventures, Lockheed Martin Ventures, Marlinspike, Tenon Ventures e SBXi conferma l’interesse per tecnologie che rafforzano la base industriale americana, soprattutto nei settori difesa e aerospazio.

Per il mondo della stampa 3D, Fabri è un caso da seguire perché mostra una via concreta: non sempre la manifattura additiva deve sostituire i processi esistenti. A volte il suo impatto più forte arriva quando rende più rapida, digitale e controllabile una tecnologia già essenziale per l’industria.

Di Fantasy

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