L’Ilminster Ring: dalla Britannia romana al modello 3D
Un anello di 1.700 anni trasformato in un oggetto digitale
Un anello romano in oro risalente alla fine del III secolo d.C. è diventato il centro di un progetto che mette insieme archeologia, conservazione museale, scansione tridimensionale e stampa 3D. L’oggetto, conosciuto come Ilminster Ring, è stato digitalizzato dal Library Service del Somerset Council in collaborazione con il South West Heritage Trust, che conserva e studia il reperto.
L’obiettivo non era semplicemente ottenere una rappresentazione tridimensionale da osservare sullo schermo. Dal modello digitale è stata prodotta anche una replica fisica mediante stampa 3D, pensata per essere maneggiata dai visitatori senza sottoporre l’originale ai rischi legati al contatto diretto.
Il progetto offre quindi un esempio concreto di una delle applicazioni più interessanti della manifattura digitale nel settore dei beni culturali: creare una copia geometricamente fedele di un oggetto che, per ragioni di conservazione, valore e fragilità, non può essere normalmente toccato.
Il 20 agosto 2026 l’originale e la replica sono stati presentati insieme all’Ilminster Roman Ring Discovery Day, organizzato dal South West Heritage Trust e dall’Ilminster Arts Centre.
Un oggetto fuori dal comune per la Britannia romana
L’Ilminster Ring è un anello in oro del peso di circa 48 grammi, una massa considerevole per un gioiello romano rinvenuto in Britannia. La quantità di metallo prezioso utilizzata, insieme alla lavorazione della montatura e alla gemma incisa, suggerisce che il proprietario appartenesse a una fascia economicamente elevata della società romano-britannica.
Al centro dell’anello si trova una gemma nicolo, caratterizzata da tonalità blu scuro e grigio chiaro. La superficie è lavorata a intaglio, cioè con l’immagine incisa al di sotto del piano della pietra.
La scena rappresenta la dea romana Vittoria, equivalente della Nike greca, alla guida di una biga trainata da due cavalli. La figura femminile è alata, indossa un elmo, tiene le redini con una mano e una frusta con l’altra. Il carro è reso attraverso una linea curva e una ruota a quattro raggi, mentre i cavalli sono raffigurati in movimento.
Questi particolari sono importanti anche dal punto di vista della digitalizzazione: rilievi, incisioni, variazioni della superficie dell’oro e geometrie della montatura forniscono elementi che un sistema di scansione può utilizzare per ricostruire la forma dell’oggetto e allineare acquisizioni effettuate da angolazioni differenti.
La scoperta in un campo del Somerset
L’anello fu trovato nel 2018 da Kevin Minto, appassionato di metal detecting ed ex militare, mentre effettuava ricerche con il permesso del proprietario di un terreno nei pressi di Ilminster, nel South Somerset.
La zona aveva già restituito numerose testimonianze della presenza romana, comprese monete e altri materiali archeologici. Nel complesso sono state recuperate 297 monete romane associate al sito, oltre a oggetti in piombo e frammenti ceramici.
Il rapporto preciso tra l’anello e il deposito monetale merita tuttavia una distinzione. Le pubblicazioni numismatiche hanno osservato che alcuni dei reperti furono recuperati a distanza di alcuni metri e senza il contesto stratigrafico che avrebbe potuto fornire uno scavo archeologico controllato. Non è quindi possibile ricostruire ogni dettaglio della deposizione con assoluta certezza.
Il South West Heritage Trust considera comunque plausibile che l’anello e almeno parte degli oggetti rinvenuti appartengano allo stesso episodio di occultamento, collocabile attorno al 297 d.C.
Il 297 d.C. e una Britannia appena tornata sotto il controllo di Roma
La datazione porta l’Ilminster Ring in uno dei momenti politicamente più complessi della Britannia romana.
Nel 286 d.C. il comandante militare Carausio si proclamò imperatore e sottrasse la Britannia e parte della Gallia settentrionale al controllo dell’Impero romano. Nacque così un’entità politica autonoma che disponeva anche di una propria monetazione.
Carausio governò fino al 293, quando venne ucciso da Alletto, che ne prese il posto. Il dominio indipendente terminò nel 296, quando le forze di Costanzo Cloro riconquistarono la Britannia per conto dell’autorità imperiale.
Se l’occultamento dell’Ilminster Ring risale davvero al 297, sarebbe avvenuto immediatamente dopo questo decennio di secessione, guerra e cambiamenti di potere.
Nascondere monete e beni preziosi durante periodi di instabilità era una forma elementare di protezione patrimoniale. Il proprietario poteva contare di recuperare gli oggetti quando la situazione fosse tornata sicura. Il fatto che l’anello sia rimasto nel terreno per circa diciassette secoli indica che, qualunque fosse il progetto del suo possessore, il recupero non avvenne.
Non conosciamo il nome di quella persona. Amal Khreisheh, Senior Curator del South West Heritage Trust, ha indicato tra le possibilità un funzionario, un mercante facoltoso o un grande proprietario terriero. Sono ipotesi coerenti con il valore dell’oggetto, non identificazioni certe.
L’anello potrebbe inoltre non essere stato un gioiello destinato all’uso quotidiano. Le sue dimensioni, il peso e la ricchezza della lavorazione lasciano aperta l’ipotesi che venisse indossato in occasioni pubbliche, cerimoniali o legate alla rappresentazione dello status.
Dall’acquisizione pubblica alla conservazione
Il South West Heritage Trust ha acquisito l’Ilminster Ring e il complesso di reperti collegati per conto del Somerset Council nell’ambito del Treasure Act 1996.
Per l’acquisizione sono state raccolte 78.010 sterline. Al finanziamento hanno contribuito l’Arts Council England/V&A Purchase Grant Fund, Art Fund con un contributo della Wolfson Foundation e The Headley Trust.
Hanno partecipato anche organizzazioni locali quali Friends of The Museum of Somerset, Ilminster Town Council, Taunton U3A e Ilminster Education Foundation.
L’anello è destinato alle collezioni romane del Museum of Somerset di Taunton. La digitalizzazione aggiunge a questa conservazione fisica un secondo livello: quello della documentazione tridimensionale.
Un oggetto archeologico può infatti essere conservato in una teca e, nello stesso tempo, trasformato in un insieme di dati geometrici utilizzabile per studio, didattica, esposizioni digitali e produzione di copie.
Come è stato scansionato l’Ilminster Ring
La scansione è stata realizzata dal Somerset Council’s Library Service insieme al South West Heritage Trust utilizzando un sistema prodotto da Creality.
Lo scanner impiegato è un Creality Sermoon P1, apparecchio portatile progettato per acquisire geometrie tridimensionali attraverso sistemi laser e luce strutturata. L’attrezzatura utilizzata dalle biblioteche del Somerset è stata finanziata con il supporto della British Library.
Trattandosi di un reperto archeologico di valore, la prima difficoltà non riguardava il software, ma la manipolazione dell’originale.
L’operazione è stata svolta sotto la supervisione di Amal Khreisheh del South West Heritage Trust. L’anello è stato sistemato su un piccolo supporto di materiale espanso collocato sopra una piattaforma rotante. In questo modo poteva essere cambiata progressivamente l’angolazione senza sottoporre il reperto a pressioni o movimenti non necessari.
Lo scanner Creality Sermoon P1 è stato installato su un treppiede, mentre attorno all’oggetto sono stati collocati marcatori di riferimento bianchi. Questi punti aiutano il sistema a determinare la propria posizione rispetto all’oggetto mentre la piattaforma viene ruotata.
Il principio consiste nell’acquisire un gran numero di misurazioni della superficie e convertirle in una nuvola di punti tridimensionali. Ogni punto possiede coordinate nello spazio e, quando disponibili, informazioni relative al colore.
Il risultato iniziale non assomiglia ancora a un anello virtuale pronto per essere utilizzato: è una raccolta di dati provenienti da numerose viste parziali.
Perché una sola scansione non basta
Un oggetto come un anello presenta sottosquadri, cavità, superfici interne e zone che da una singola posizione resterebbero nascoste al sensore.
È stato quindi necessario riposizionare più volte l’Ilminster Ring e acquisirlo da diverse angolazioni.
Le varie scansioni devono poi essere riconosciute e allineate dal software. I marcatori e le caratteristiche geometriche dell’oggetto forniscono punti comuni attraverso i quali i diversi gruppi di dati possono essere sovrapposti.
Da questo processo emerge progressivamente un’unica geometria tridimensionale.
Una parte consistente del lavoro avviene però dopo la raccolta dei dati. Olly Hellis, dello staff digitale di Somerset Libraries, ha lavorato alla pulizia manuale del modello, eliminando dalla scansione informazioni estranee all’anello.
Supporto, sfondo, punti isolati e altri dati indesiderati vengono classificati come “rumore”. Dopo la loro rimozione è possibile rifinire i bordi della mesh, correggere piccole discontinuità e chiudere eventuali lacune rimaste tra una scansione e l’altra.
È una fase meno visibile rispetto all’utilizzo dello scanner, ma determina in larga misura la qualità del modello finale.
Dalla geometria al colore
Riprodurre la forma non era sufficiente. Una copia digitale destinata alla divulgazione doveva rappresentare anche l’aspetto dell’anello.
Sono state quindi eseguite acquisizioni dedicate alla texture e al colore, registrando le tonalità dell’oro e quelle blu-grigie della gemma nicolo.
Una volta elaborata, questa informazione può essere applicata sulla geometria tridimensionale come una sorta di rivestimento digitale. La mesh definisce il volume dell’oggetto; la texture ricostruisce invece ciò che l’occhio percepisce sulla superficie.
Il risultato è un modello tridimensionale che non documenta soltanto diametri, curvature e incisioni, ma permette di visualizzare anche l’aspetto dell’originale.
Il Creality Sermoon P1 integra sistemi a laser blu, illuminazione strutturata nel vicino infrarosso e acquisizione RGB del colore. Creality dichiara, per alcune modalità laser e nelle condizioni previste dal costruttore, accuratezze fino a 0,02 millimetri.
Non sono però stati pubblicati tutti i parametri metrologici utilizzati nella scansione dell’Ilminster Ring. Non sarebbe quindi corretto attribuire automaticamente al modello archeologico quel valore di accuratezza: si tratta di una specifica dello scanner Creality Sermoon P1, non di una misura certificata del progetto dell’anello.
Dal modello digitale alla stampa 3D
Completata la ricostruzione tridimensionale, il file può essere utilizzato per produrre una replica fisica.
È il passaggio che rende il progetto particolarmente utile dal punto di vista museale.
Un visitatore non può normalmente prendere in mano un anello romano in oro di 1.700 anni, ruotarlo tra le dita o provarne le dimensioni. Una replica stampata in 3D permette invece di farlo senza alcuna conseguenza per l’originale.
Le informazioni pubblicate sul progetto non specificano il modello di stampante impiegato né il materiale utilizzato per la copia. È quindi preferibile non attribuire al progetto tecnologie o polimeri non dichiarati.
La replica non deve essere confusa con l’originale e non pretende di sostituirlo. Non riproduce il valore materiale dell’oro, il peso effettivo, la composizione metallurgica o diciassette secoli di storia della superficie.
Riproduce però la geometria, le proporzioni e una parte dell’esperienza tattile dell’oggetto. Dal punto di vista didattico, questa differenza è determinante.
Un museo può conservare l’originale e lasciare toccare la copia
La stampa 3D modifica uno dei problemi classici della divulgazione museale.
Per conservare un reperto bisogna limitarne la manipolazione. Per comprenderlo, invece, sarebbe spesso utile poterlo osservare da vicino, ruotarlo e percepirne le dimensioni.
La copia digitale e quella stampata permettono di separare queste due esigenze.
L’originale rimane protetto mentre la replica può essere toccata da studenti, visitatori e persone con disabilità visive. Il modello digitale può inoltre essere ingrandito sullo schermo, consentendo di studiare particolari dell’intaglio difficili da osservare a occhio nudo.
Lo stesso file può essere utilizzato per produrre più copie, realizzare versioni ingrandite, creare materiale didattico o, con le opportune autorizzazioni, essere condiviso con ricercatori e altre istituzioni.
La scansione crea inoltre una documentazione dello stato dell’oggetto in un preciso momento. Ripetendo il processo dopo anni, modelli sufficientemente accurati possono contribuire anche allo studio di eventuali modificazioni della superficie.
Dieci anni di stampa 3D nelle biblioteche del Somerset
Il progetto dell’Ilminster Ring non nasce da un’iniziativa isolata.
Somerset Libraries lavora con tecnologie di progettazione e stampa 3D da circa dieci anni. Nel corso di questo periodo il servizio ha coinvolto scuole, gruppi locali, cittadini e imprese.
Le biblioteche hanno utilizzato le stampanti per realizzare modelli didattici e prototipi, ma anche per risolvere problemi pratici.
Tra i progetti citati dal Somerset Council c’è la realizzazione di piccoli componenti personalizzati e pezzi sostitutivi per un’impresa locale attiva nel settore della mobilità elettrica.
In un altro caso il servizio ha progettato e prodotto dadi di grandi dimensioni per un’iniziativa comunitaria, realizzando oggetti personalizzati che sarebbero stati più difficili o costosi da procurare attraverso canali commerciali.
L’Ilminster Ring applica quindi a un reperto archeologico competenze già utilizzate per prototipazione, formazione e produzione di piccoli oggetti.
Dal patrimonio culturale all’industria: l’ecosistema 3D del Somerset
Nel Somerset le tecnologie additive sono presenti anche in un contesto industriale molto diverso da quello museale.
A Yeovil opera l’iAero Centre, struttura da circa 10 milioni di sterline dedicata alla ricerca, progettazione e innovazione nei settori aerospaziale, manifatturiero e dell’ingegneria avanzata.
Il centro, aperto nel 2022, è stato sviluppato dal Somerset Council con la partecipazione di Leonardo UK e dell’Heart of the South West Local Enterprise Partnership. Leonardo UK, che a Yeovil possiede uno dei principali poli britannici per gli elicotteri, è uno dei partner industriali centrali dell’iniziativa.
All’interno di iAero è stata inoltre sviluppata una struttura specifica per la manifattura additiva attraverso una collaborazione tra Somerset Council, Leonardo UK, Yeovil College, Mark3D UK Limited e Markforged Inc.
Markforged Inc. fornisce sistemi industriali di produzione additiva e la piattaforma Digital Forge, mentre Mark3D UK Limited opera come partner e fornitore specializzato dei sistemi Markforged.
Tra le apparecchiature previste per il centro figura anche la Markforged FX20, macchina per applicazioni industriali capace di lavorare materiali ad alte prestazioni e compositi rinforzati.
Il collegamento con l’Ilminster Ring non è tecnologicamente diretto: il progetto archeologico utilizza strumenti e obiettivi diversi. Mostra però come scansione, modellazione e produzione additiva possano attraversare settori apparentemente lontani, dalla conservazione di un gioiello romano alla formazione tecnica e all’ingegneria aerospaziale.
Un “gemello digitale” che non sostituisce l’originale
Definire il modello dell’Ilminster Ring un gemello digitale può essere utile, purché si tenga presente il significato del termine.
Il file tridimensionale conserva una rappresentazione della forma e dell’aspetto del reperto. Non contiene automaticamente tutte le informazioni fisiche dell’oggetto: composizione della lega, distribuzione interna dei materiali, microfratture, tracce di lavorazione invisibili alla scansione superficiale o dati archeometrici richiedono tecniche differenti.
Il valore del modello è quindi complementare.
La digitalizzazione permette di conservare e diffondere informazioni geometriche senza continuare a manipolare il reperto; la replica fisica consente invece di trasformare quei dati in un oggetto destinato all’interazione.
È proprio questa separazione tra originale e copia a rendere utile la tecnologia: più l’oggetto è prezioso e difficile da maneggiare, maggiore diventa l’interesse di una rappresentazione che possa essere utilizzata senza restrizioni analoghe.
Diciassette secoli tra un artigiano romano e uno scanner Creality
L’Ilminster Ring nasce dall’incontro di due tecnologie separate da circa 1.700 anni.
La prima è quella di un artigiano del III secolo, capace di lavorare una quantità considerevole di oro e di montare una piccola gemma incisa con una scena complessa.
La seconda combina laser, sensori ottici, elaborazione di nuvole di punti, mesh tridimensionali, texture digitali e stampa 3D.
Il risultato non cancella la distanza tra quei due mondi. La rende, però, misurabile e osservabile.
L’anello originale continuerà a essere conservato come reperto archeologico. Il suo modello digitale potrà essere esaminato senza toccarlo. La replica potrà passare di mano in mano.
Per un oggetto rimasto sottoterra per circa diciassette secoli, è un cambiamento significativo nel modo in cui la sua storia può essere studiata e raccontata.
Questo articolo è stato redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale (AI)
