La stampa 3D torna a occuparsi di mare, biodiversità e rigenerazione dei fondali. Al largo dell’Argentario, in Toscana, sono stati posati nuovi elementi artificiali destinati a diventare habitat per pesci, organismi marini e Posidonia oceanica. Il progetto rientra nel nuovo Parco sottomarino dell’Argentario e coinvolge D-Shape, la società legata a Enrico Dini, tra i pionieri italiani della stampa 3D su larga scala applicata all’architettura, all’ingegneria ambientale e alle strutture marine.

La notizia riguarda cinque strutture reef stampate in 3D e inserite in un programma più ampio che unisce arte, protezione dei fondali e progettazione bioattrattiva. L’area interessata si trova nello specchio d’acqua tra Porto Santo Stefano e Porto Ercole, davanti alla punta della Maddalena, a circa dieci metri di profondità. Qui il nuovo museo sommerso non è pensato soltanto come percorso culturale per subacquei e snorkeling, ma anche come presidio fisico e biologico contro il degrado dei fondali e la pesca a strascico illegale.

Un parco sottomarino tra arte, biologia e stampa 3D

Il progetto nasce nell’ambito della Casa dei Pesci, iniziativa avviata nel 2012 dal pescatore maremmano Paolo Fanciulli con l’obiettivo di proteggere i fondali dalla pesca a strascico e creare un nuovo rapporto tra arte pubblica e tutela marina. Il modello è quello già sperimentato a Talamone, dove grandi blocchi di marmo sono stati trasformati in sculture sommerse capaci di svolgere una doppia funzione: impedire fisicamente il passaggio delle reti e diventare, con il tempo, supporti colonizzabili dalla vita marina.

All’Argentario questo approccio viene ampliato. Accanto alle nuove opere in marmo vengono inseriti reef artificiali stampati in 3D, progettati per offrire rifugio alla fauna ittica, e speciali mattonelle pentagonali forate pensate per agevolare la crescita della Posidonia oceanica, una pianta marina fondamentale per l’equilibrio del Mediterraneo. Le fonti locali parlano anche di cento mattonelle destinate all’impianto di talee di Posidonia, ideate da Massimo Barlettani, presidente dell’Accademia Mare Ambiente, e progettate e realizzate con il contributo tecnico di Enrico Dini.

Il risultato è un’infrastruttura ibrida: parte museo, parte barriera fisica, parte esperimento di rigenerazione marina. Non si tratta di “mettere oggetti” sul fondale, ma di creare superfici, cavità, rilievi e spazi protetti in cui organismi diversi possano insediarsi. Nel tempo, le strutture perderanno il loro aspetto iniziale e verranno modificate da alghe, microrganismi, pesci e incrostazioni naturali.

Il ruolo di D-Shape e di Enrico Dini

La parte legata alla stampa 3D porta la firma di D-Shape, tecnologia sviluppata da Enrico Dini. D-Shape è una delle esperienze più longeve nella stampa 3D di grande formato. La società ha lavorato su strutture architettoniche, moduli per l’edilizia, elementi per applicazioni spaziali e reef artificiali. Nel sito aziendale, D-Shape presenta le applicazioni marine come una linea di sviluppo dedicata alla protezione costiera, alla biodiversità e alla creazione di strutture complesse capaci di imitare alcune caratteristiche degli ambienti naturali.

Nel caso dei reef artificiali, l’interesse della stampa 3D sta nella possibilità di produrre forme che sarebbero difficili da ottenere con casseri, stampi tradizionali o blocchi prefabbricati. Un reef utile alla fauna marina non deve essere liscio e regolare: deve offrire fessure, microcavità, zone d’ombra, superfici rugose, passaggi interni, ripari di dimensioni diverse. Questi elementi sono importanti perché specie differenti cercano spazi differenti: piccoli pesci, crostacei, organismi bentonici e alghe non colonizzano allo stesso modo una superficie piatta e una struttura ricca di articolazioni.

D-Shape descrive i propri reef artificiali come strutture prodotte con materiali minerali e leganti pensati per sostenere la colonizzazione marina. L’azienda indica l’uso di rocce sedimentarie di origine marina e di un legante ecologico brevettato, con l’obiettivo di superare il limite di molte soluzioni in semplice calcestruzzo, robuste ma poco attente alla funzione biologica della superficie.

Cinque habitat stampati in 3D, cinque forme diverse

Secondo il racconto diffuso a livello internazionale, nel parco sono stati depositati cinque elementi reef stampati in 3D, ciascuno con un disegno differente. Enrico Dini ha collegato le forme anche a riferimenti artistici e progettuali: Rossella Siani, James Gardiner, David Lennon, Bathsheba Grossman, Alex Goad e lo stesso Dini sono citati come fonti di ispirazione per queste geometrie. L’idea di fondo è che l’opera non sia una scultura subacquea inerte, ma una struttura abitabile, un supporto destinato a cambiare nel tempo attraverso la colonizzazione biologica.

Questa è una differenza importante rispetto a molte installazioni artistiche tradizionali. Qui la forma non serve solo a essere guardata. Serve a creare un comportamento: trattenere vita, generare microambienti, offrire riparo, aumentare la complessità del fondale. In un ambiente marino, una struttura complessa ha più possibilità di diventare habitat rispetto a un blocco uniforme, perché moltiplica le superfici disponibili e crea condizioni differenti di luce, corrente, sedimentazione e protezione.

La stampa 3D consente di lavorare proprio su questo punto: non limitarsi a “imitare” un reef naturale dal punto di vista estetico, ma progettare cavità, trame e volumi in funzione delle specie che si vogliono attrarre o sostenere. È un passaggio che avvicina la manifattura additiva alla progettazione ecologica.

Le sculture in marmo e la funzione anti-strascico

Il Parco sottomarino dell’Argentario non è composto soltanto dai reef stampati in 3D. Il progetto comprende anche cinque grandi opere in marmo realizzate da artisti italiani e internazionali legati al distretto artistico di Carrara. Le opere sono state presentate a terra a Porto Santo Stefano e poi calate sul fondale. Tra gli artisti citati dalle fonti locali compaiono Corrado Levi, Andre Marini Leandri, Francesca Bonanni, Anna Torre, Abdulkadir Hocaoglu, Nikolas Maniatakos e Wimar Van Ommen. I blocchi di marmo provengono dalla Cava Michelangelo, legata a Franco Barattini, e sono stati lavorati nei laboratori di Studi d’Arte Carrara.

La scelta del marmo non è solo simbolica. Blocchi pesanti e difficili da rimuovere possono impedire alle reti a strascico di lavorare in prossimità della costa. In questo senso le sculture funzionano anche come dissuasori fisici: proteggono l’area e lasciano il tempo alla Posidonia e alla fauna marina di reinsediarsi. La Nazione descrive l’area come poco più grande di un campo da calcio, destinata a diventare zona protetta dalla pesca con reti a strascico e visitabile come museo sottomarino.

Questa combinazione di marmo, reef stampati in 3D e mattonelle per la Posidonia crea un sistema a più livelli. Le sculture hanno peso, presenza e valore culturale; i reef 3D aggiungono complessità geometrica e funzione bioattrattiva; le mattonelle forate lavorano sulla rigenerazione vegetale del fondale.

Perché la Posidonia è centrale

La Posidonia oceanica non è un’alga, ma una pianta marina endemica del Mediterraneo. Le sue praterie sono fondamentali perché ospitano molte specie, stabilizzano i sedimenti, contribuiscono all’ossigenazione delle acque e proteggono la costa dall’erosione. Quando una prateria viene danneggiata da ancoraggi, pesca a strascico o altre pressioni, il recupero può essere lento.

Per questo le mattonelle forate e i supporti artificiali hanno una funzione precisa: creare punti in cui le talee possano essere collocate e protette. La stampa 3D, in questo contesto, non è solo un modo per fabbricare oggetti complessi. È uno strumento per adattare forma, porosità e superficie alle esigenze di un ecosistema specifico.

In parallelo, la letteratura scientifica mostra un interesse crescente per i reef artificiali realizzati con additive manufacturing. Una revisione pubblicata su Rapid Prototyping Journal ha analizzato casi di reef artificiali stampati in 3D, evidenziando il ruolo della manifattura additiva nella creazione di forme complesse, nella diversificazione degli habitat e nell’impiego di materiali pensati per ridurre l’impatto ambientale.

Dalla stampa 3D edilizia alla stampa 3D per ecosistemi

Il caso dell’Argentario mostra un’evoluzione interessante della stampa 3D di grande formato. All’inizio, molte sperimentazioni si concentravano sulla possibilità di stampare edifici, padiglioni, facciate o componenti architettonici. Oggi una parte di questa ricerca si sposta verso ambienti più complessi, come il mare, dove la forma stampata deve resistere alla corrosione, alle correnti, alla colonizzazione biologica e alle sollecitazioni del fondale.

D-Shape lavora da anni su questo confine tra architettura e natura costruita. Nel sito aziendale, il progetto Underwater MoMA viene descritto come un parco sottomarino a Porto Santo Stefano, collocato tra 10 e 15 metri di profondità e pensato come incontro tra arte e conservazione marina. Anche se il linguaggio promozionale dell’azienda è molto ambizioso, il punto tecnico resta concreto: la stampa 3D può produrre strutture non standard, adattabili a contesti marini diversi e progettate per diventare parte del paesaggio biologico.

Rispetto alla prefabbricazione tradizionale, la manifattura additiva permette di passare dal modello digitale al manufatto fisico senza dover semplificare troppo la geometria. Questo consente ai progettisti di lavorare con forme ispirate a coralli, rocce erose, gusci, reti naturali o strutture matematiche complesse. Nel mare queste geometrie non hanno soltanto valore estetico: possono aumentare la superficie utile, creare ripari e orientare il modo in cui acqua, sedimenti e organismi interagiscono con il manufatto.

Una filiera italiana con molte competenze

Nel progetto dell’Argentario compaiono molti attori. Ci sono il Comune di Monte Argentario, l’associazione Casa dei Pesci, l’Accademia Mare Ambiente, D-Shape, Miramis, Studi d’Arte Carrara, la Cava Michelangelo, l’Associazione Argentario Mare e Ambiente, l’Università di Siena e Argentario Scuba Point. Le operazioni di posa hanno coinvolto anche i palombari del Gruppo Operativo Subacquei del COMSUBIN della Marina Militare, con il supporto della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza per la sicurezza della navigazione e delle attività in mare.

Questa pluralità di soggetti è uno degli aspetti più interessanti del progetto. La stampa 3D da sola non rigenera un fondale. Serve una progettazione ambientale, una mappatura dell’area, una gestione delle autorizzazioni, un monitoraggio nel tempo e una comunità locale che riconosca valore all’intervento. La tecnologia produce i manufatti; il progetto ambientale decide dove metterli, perché metterli e come seguirne l’evoluzione.

Un laboratorio da osservare nel tempo

Il successo di questi interventi non si misura al momento della posa. Il dato importante arriverà nei mesi e negli anni successivi: colonizzazione delle superfici, ritorno della fauna ittica, attecchimento della Posidonia, riduzione delle pressioni sul fondale, interesse dei visitatori e capacità di mantenere l’area protetta.

Le strutture stampate in 3D hanno una caratteristica adatta a questo tipo di sperimentazione: possono essere modificate, ridisegnate e replicate. Se una geometria funziona meglio di un’altra, può essere migliorata in un progetto successivo. Se un materiale favorisce più colonizzazione, può diventare base per nuovi moduli. Se una cavità risulta troppo grande o troppo piccola per determinate specie, può essere riprogettata.

È qui che la manifattura additiva può dare un contributo concreto alla tutela marina: non come soluzione unica, ma come strumento di progettazione adattiva. Il mare dell’Argentario diventa così un banco di prova per una stampa 3D che non produce soltanto forme complesse, ma prova a costruire spazi abitabili per la vita marina.

Di Fantasy

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