L’intelligenza artificiale sta entrando nella stampa 3D non solo come strumento per generare modelli, ma anche come assistente per creare codice, automatizzare passaggi e sperimentare percorsi di stampa fuori dagli schemi classici. Un esempio interessante arriva dal canale giapponese Age of 3DP, che ha testato Claude Code, l’agente di programmazione di Anthropic, in un flusso FDM basato su una Bambu Lab A1 mini. L’obiettivo non era stampare un normale file STL con uno slicer tradizionale, ma verificare se un assistente AI potesse produrre codice e dati utili per controllare la stampante in modo più libero.
Claude Code nasce come sistema “agentico” per lo sviluppo software: può leggere un progetto, modificare file, eseguire comandi e aiutare anche chi non ha una formazione da programmatore a costruire o correggere codice. Anthropic lo presenta come uno strumento che non si limita al completamento automatico, ma che può seguire istruzioni espresse in linguaggio naturale e trasformarle in operazioni concrete su file e comandi.
Applicato alla stampa 3D, questo significa una cosa precisa: invece di chiedere a un software di slicing di calcolare tutto partendo da un modello 3D, si può chiedere all’AI di scrivere uno script, per esempio in Python, capace di generare G-code o di pilotare un ambiente come Blender per creare geometrie parametriche.
Perché generare G-code con l’AI è diverso dall’usare uno slicer
Nel flusso normale della stampa FDM si parte da un modello 3D, spesso in formato STL, OBJ o 3MF. Lo slicer lo divide in strati, calcola perimetri, riempimento, supporti, velocità, temperature, retrazioni e produce il G-code. PrusaSlicer, per esempio, viene descritto come un generatore di G-code che converte modelli 3D in istruzioni per stampanti FFF.
Lo stesso vale per Bambu Studio, il software di slicing di Bambu Lab, pensato per generare i file di stampa per le sue macchine e compatibile anche con slicer di terze parti che esportano G-code standard, pur con possibili limiti sulle funzioni avanzate. La Bambu Lab A1 mini usata nel test ha un volume di stampa di 180 × 180 × 180 mm, nozzle standard da 0,4 mm, hotend fino a 300 °C e supporto a materiali come PLA, PETG, TPU e PVA.
Il punto è che uno slicer lavora quasi sempre con un’impostazione a strati piani: la testina si muove sul piano XY, mentre l’asse Z cambia quota da uno strato all’altro. Questo approccio è affidabile, ripetibile e adatto alla maggior parte delle stampe. Ma riduce la libertà quando si vuole far muovere l’ugello lungo traiettorie non planari, oppure quando si vuole controllare in modo molto specifico la quantità di materiale estruso lungo un percorso.
Il G-code, invece, è il linguaggio macchina della stampante. Comandi come G0/G1 gestiscono i movimenti lineari, mentre altri comandi governano temperatura, posizionamento, ventole, attese e funzioni legate al firmware. La documentazione di Marlin Firmware, uno dei riferimenti più noti nel mondo RepRap, mostra quanto sia ampio l’elenco dei comandi disponibili.
Il primo esperimento: una parete ondulata con movimento sull’asse Z
Nel primo test, Age of 3DP ha usato Claude Code per generare uno script in grado di produrre G-code per una forma cilindrica. La particolarità era il percorso dell’ugello: invece di depositare materiale su uno strato piano, la testina saliva e scendeva seguendo una curva sinusoidale. In pratica, la parete del cilindro veniva costruita come una successione di onde sovrapposte.
Questo tipo di stampa si avvicina al concetto di stampa non planare: l’ugello non lavora solo su livelli orizzontali separati, ma segue traiettorie tridimensionali. Il risultato può dare superfici più dinamiche e forme che non si ottengono con un normale slicing a strati. Nel test, la Bambu Lab A1 mini è riuscita a stampare anche una versione più alta, con circa trenta livelli, trasformando l’esperimento in un oggetto simile a un portapenne.
Il limite è emerso quando il canale ha provato una struttura più fitta, basata su elementi piramidali. In quel caso, l’hotend e la zona intorno al nozzle hanno interferito con il pezzo già stampato. È un problema tipico dei percorsi non planari: non basta calcolare il punto in cui passa la punta dell’ugello, bisogna considerare anche l’ingombro fisico del blocco hotend, della calza in silicone, delle ventole e della geometria già depositata.
Questo dettaglio è importante: l’AI può generare il codice, ma non garantisce in automatico che il percorso sia sicuro per ogni stampante. Uno slicer moderno integra molte protezioni e strategie di movimento. Un G-code scritto da zero deve invece essere controllato con attenzione.
Il secondo esperimento: controllare la quantità di materiale estruso
Il secondo test ha riguardato l’estrusione. In una stampa normale, lo slicer calcola la quantità di filamento da spingere in base a parametri come larghezza linea, altezza strato, diametro nozzle e velocità. In questo caso, invece, l’idea era modificare in modo intenzionale il flusso lungo una superficie continua.
Age of 3DP ha applicato questo metodo a un modello in stile vaso, stampato con un percorso continuo. Variando la quantità di materiale estruso con un andamento periodico, la superficie ha assunto un effetto ondulato. Spostando la fase dell’onda da uno strato all’altro, il disegno si è trasformato in una texture regolare, simile a una trama a scaglie.
Qui Claude Code non sostituisce la fisica della stampa: serve comunque trovare una combinazione corretta tra velocità, raffreddamento, flusso e materiale. Nel post giapponese collegato al video viene spiegato che la procedura ha richiesto prove e correzioni, soprattutto per evitare difetti legati a eccesso di materiale, raffreddamento insufficiente o movimento troppo rapido.
Il vantaggio di questo approccio è la parametrizzazione. Si può chiedere all’AI di modificare il numero di onde, la loro ampiezza, lo sfasamento tra gli strati o la frequenza lungo la circonferenza. Il limite è altrettanto chiaro: funziona bene quando la forma può essere descritta con formule o regole matematiche. Per geometrie organiche, irregolari o molto complesse, il solo G-code parametrico diventa meno pratico.
Il terzo esperimento: usare Blender per generare file STL
Il terzo esempio si sposta dal G-code alla modellazione. Invece di creare direttamente le istruzioni per la stampante, Claude Code è stato usato per produrre codice Python destinato a Blender. In questo modo è stato generato un modello 3D esportabile in STL: un supporto per bottiglie, spezie o contenitori da cucina, con parametri modificabili come numero di livelli, inclinazione e dimensioni degli alloggiamenti.
Questo flusso è meno rischioso rispetto alla generazione diretta del G-code. Il modello viene creato in Blender, esportato e poi passato a uno slicer tradizionale. La stampante riceve quindi un file calcolato con un software pensato per gestire retrazioni, temperature, riempimenti e profilo macchina.
La parte più interessante è che Anthropic ha già portato Claude dentro flussi creativi e 3D tramite connettori basati su Model Context Protocol. Il connettore per Blender, sviluppato dai developer di Blender e reso disponibile per Claude, permette all’assistente di accedere alla scena aperta tramite la Python API di Blender, leggere nodi e modificatori, applicare modifiche a più oggetti e creare script per automatizzare operazioni.
Anche Autodesk ha spiegato il collegamento tra Claude e Autodesk Fusion tramite MCP: l’obiettivo è permettere a sistemi AI di interagire con l’ambiente Fusion, mantenendo il lavoro di progettazione dentro un software CAD strutturato e adatto a geometrie, vincoli e output producibili.
La generazione diretta del percorso non nasce con Claude Code
È utile chiarire un punto: il controllo completo del G-code non nasce con Claude Code. Esistono già strumenti pensati per chi vuole definire in modo preciso il percorso dell’ugello. Un esempio è FullControl GCode Designer, progetto legato ad Andrew Gleadall e Dirk Leas, che propone un approccio senza CAD e senza slicing tradizionale, basato sul controllo del percorso di stampa e dei parametri.
La differenza sta nell’interfaccia. Con strumenti come FullControl si lavora in modo parametrico e consapevole, spesso con script o notebook. Con Claude Code, invece, il maker può descrivere l’idea in linguaggio naturale e ottenere uno script da correggere, adattare e provare. Non elimina la necessità di capire cosa si sta facendo, ma riduce la barriera iniziale per chi vuole sperimentare.
Anche gli slicer non sono sistemi chiusi e immutabili. PrusaSlicer, per esempio, supporta script di post-processing che possono modificare il G-code generato. Questo dimostra che, nel mondo della stampa 3D, la personalizzazione del file macchina è già una pratica nota. Claude Code può inserirsi in questa zona intermedia: non solo creare G-code da zero, ma anche aiutare a generare script per modificare output già prodotti da uno slicer.
Dove ha senso usare Claude Code nella stampa 3D
Per la stampa quotidiana di pezzi funzionali, supporti, prototipi, ricambi e oggetti tecnici, lo slicer resta la scelta più sensata. Programmi come Bambu Studio, PrusaSlicer, OrcaSlicer o Cura gestiscono una quantità enorme di dettagli che l’utente spesso non vede: accelerazioni, cambi di velocità, cuciture, ritrazioni, compensazioni, supporti, bridging, raffreddamento e sicurezza del movimento.
Claude Code può essere utile in altri casi:
per creare pattern matematici non previsti dallo slicer;
per generare varianti parametriche di un oggetto;
per scrivere script Blender;
per modificare G-code in modo controllato;
per automatizzare test e forme sperimentali;
per creare piccoli strumenti software legati alla stampa 3D.
Il caso più sicuro è la generazione di modelli o script di supporto. Il caso più delicato è la generazione diretta del G-code, perché ogni comando inviato alla stampante può avere conseguenze fisiche sulla macchina.
Attenzione a sicurezza, collisioni e profili macchina
Quando si salta lo slicer, si saltano anche molte protezioni. Una stampante 3D non interpreta il G-code come un consiglio: lo esegue. Se il file porta l’ugello in una zona sbagliata, imposta temperature non adatte, spinge troppo filamento o fa muovere l’asse Z in modo non compatibile con l’ingombro dell’hotend, il rischio non è solo una stampa fallita.
Per questo, un flusso di lavoro prudente dovrebbe partire da file molto piccoli, movimenti lenti, temperature compatibili con il materiale, controllo visivo del G-code e test su geometrie semplici. Nel test di Age of 3DP viene ricordato che il codice non nasce perfetto al primo tentativo e che la supervisione durante le prove è fondamentale.
Un altro punto riguarda le stampanti Bambu Lab. La A1 mini è una macchina compatta e accessibile, ma come tutte le stampanti moderne lavora al meglio quando il file è generato tenendo conto del profilo macchina. Anche se il G-code standard è supportato, alcune funzioni avanzate possono dipendere dal software e dall’ecosistema del produttore.
Claude Code non rende inutile lo slicer. Piuttosto, apre una strada diversa per chi vuole esplorare la stampa 3D come processo programmabile. Per un utente normale, lo slicer resta il centro del flusso di lavoro. Per chi sperimenta, insegna, progetta pattern o lavora con modelli parametrici, un agente AI capace di scrivere Python, generare G-code e interagire con Blender può diventare un assistente utile.
Il test di Age of 3DP mostra bene entrambe le facce del tema: da un lato, la possibilità di creare superfici e percorsi difficili da ottenere con strumenti convenzionali; dall’altro, la necessità di conoscere i limiti fisici della macchina. La stampa 3D non diventa magia perché entra in gioco l’AI. Diventa però più programmabile, più accessibile a chi sa descrivere ciò che vuole ottenere e più aperta a flussi in cui modellazione, codice e produzione si avvicinano.
