Un test nazionale per capire cosa va prodotto, riparato o rigenerato in patria
Quanto resiste un Paese se si fermano le forniture estere? La proposta di Steven Camilleri
Steven Camilleri, cofondatore e CTO di SPEE3D, ha firmato per l’Australian Strategic Policy Institute un rapporto che sposta il tema della manifattura additiva dal solo piano tecnologico a quello della continuità industriale di un Paese. Il documento, intitolato Make stuff here…or else: A framework for deciding what Australia must produce, repair or regenerate domestically, propone un metodo per stabilire quali beni, componenti e capacità l’Australia debba mantenere dentro i propri confini, non per chiudersi al mondo, ma per non dipendere in modo fragile da filiere esterne quando queste vengono interrotte.
Il punto centrale è il National Resilience Test, un test nazionale di resilienza pensato per gli operatori di infrastrutture critiche. L’idea è semplice da spiegare, ma impegnativa da applicare: ogni sistema essenziale dovrebbe sapere con precisione quanto tempo può continuare a funzionare se le forniture dall’estero si fermano. Da questa misurazione nasce il concetto di Sovereignty Countdown, un conto alla rovescia della sovranità operativa.
Non si tratta di una formula politica astratta. Camilleri la presenta come un problema ingegneristico: quali input servono, quanto se ne consuma ogni giorno, quali scorte esistono, quali alternative sono disponibili, quali parti si possono riparare sul territorio e quali, invece, dipendono da fornitori lontani. Quando il conto alla rovescia arriva a zero, il Paese non perde solo efficienza: perde margine di scelta.
Dal magazzino alla capacità di rigenerare
Il rapporto parte da una constatazione che riguarda molte economie avanzate, non solo l’Australia. Per decenni le catene di fornitura sono state costruite intorno a costo, velocità e ottimizzazione. Se un componente costava meno all’estero, acquistarlo fuori era una scelta razionale. Se un materiale poteva arrivare via nave in tempi stabili, mantenerne una grande produzione locale sembrava poco conveniente. Se un’azienda poteva ridurre scorte e affidarsi al just-in-time, il bilancio appariva più leggero.
Questo modello funziona quando il commercio globale è stabile, i trasporti sono prevedibili e le tensioni geopolitiche non bloccano rotte, carburanti, materiali o componenti. Quando una crisi interrompe il flusso, però, un magazzino può solo guadagnare tempo. Non può generare nuova produzione. Non può rifare un pezzo critico. Non può sostituire un impianto chiuso o competenze industriali disperse.
È qui che la proposta di Camilleri diventa interessante per il mondo della stampa 3D. La manifattura additiva, da sola, non basta a risolvere la fragilità di una nazione. Serve energia, servono materiali, servono competenze, standard, certificazioni, software, manutenzione, operatori e filiere locali. Ma la stampa 3D, in particolare quella metallica e distribuita, può diventare uno degli strumenti per riportare capacità produttiva vicino al punto di utilizzo.
Che cosa misura il Sovereignty Countdown
Il Sovereignty Countdown misura il tempo di sopravvivenza operativa di un sistema essenziale. Un Paese può avere dighe, tubazioni, centrali elettriche, porti, reti stradali e infrastrutture digitali, ma tutto questo non basta se mancano gli input che fanno funzionare quei sistemi.
L’acqua potabile, per esempio, non dipende solo da dighe e impianti. Dipende anche da sostanze chimiche per disinfezione e filtrazione, come cloro, coagulanti e altri prodotti per il trattamento. Il carburante non è solo una voce del settore trasporti: alimenta logistica, miniere, agricoltura, gruppi elettrogeni, emergenze e servizi pubblici. I fertilizzanti, a loro volta, possono generare un problema meno visibile: se un input agricolo manca nel momento della semina, il danno può comparire mesi dopo, quando il raccolto non arriva.
Il rapporto cita tre aree molto concrete: prodotti chimici per il trattamento dell’acqua, carburanti liquidi e fertilizzanti a base di urea. Sono esempi diversi per tempi, effetti e livello di visibilità. In alcuni casi il problema si manifesta in giorni o settimane; in altri passa una stagione agricola prima di vederne le conseguenze. La logica però è la stessa: se una funzione essenziale dipende da forniture esterne e non esiste una via nazionale per ripristinarla, il Paese sta consumando tempo, non sicurezza.
Il National Resilience Test
Il test proposto da Camilleri non chiede di produrre tutto in Australia. Chiede invece di capire che cosa non può mancare. Gli operatori di infrastrutture critiche dovrebbero mappare gli input, calcolare i consumi, individuare fornitori, scorte e sostituti, e stabilire per quanto tempo possono restare operativi in uno scenario di interruzione rilevante.
A quel punto il risultato andrebbe confrontato con una soglia minima: il National Survival Threshold. Se un sistema essenziale risulta sotto soglia, la vulnerabilità non dovrebbe restare un tema generico, ma diventare un problema da risolvere con piani di intervento, investimenti e responsabilità precise.
Le soluzioni indicate nel rapporto seguono tre direzioni: aumentare le scorte quando ha senso, progettare sistemi capaci di usare alternative e ricostruire produzione domestica nei casi in cui il tempo di rifornimento dall’estero sia più lungo del margine disponibile. Non è autarchia. È una selezione mirata di capacità.
Dove entra SPEE3D
SPEE3D è un’azienda australiana specializzata nella stampa 3D metallica tramite Cold Spray Additive Manufacturing. La società è stata fondata nel 2014 da Byron Kennedy e Steven Camilleri, dopo una lunga collaborazione iniziata tra motori elettrici, auto solari e tecnologie sviluppate anche nel contesto della Charles Darwin University. La loro esperienza precedente con In Motion Technologies, poi acquisita da Regal Beloit, ha contribuito a formare un approccio molto legato alla produzione industriale reale: non solo prototipi, ma parti capaci di svolgere un lavoro.
La tecnologia di SPEE3D non fonde il metallo con laser o fasci elettronici. Utilizza particelle metalliche accelerate a velocità supersoniche e depositate su un substrato; l’energia cinetica consente alle particelle di legarsi e costruire il pezzo strato dopo strato. Questo approccio ha un valore particolare in contesti dove il tempo di riparazione, la logistica e la disponibilità di ricambi possono diventare determinanti.
L’azienda ha sviluppato sistemi come WarpSPEE3D e XSPEE3D, pensati per produrre parti metalliche in tempi ridotti e in ambienti anche difficili. La dimensione strategica di questa tecnologia è emersa nel settore difesa, dove la possibilità di fabbricare ricambi vicino al punto di utilizzo può ridurre dipendenza da trasporti, depositi e fornitori lontani. La collaborazione legata al supporto all’Ucraina, con sistemi impiegati per produrre o riparare parti in contesti operativi complessi, ha mostrato perché la manifattura additiva non sia solo una tecnologia di fabbrica, ma anche uno strumento di continuità.
La stampa 3D non sostituisce l’industria, la integra
Un punto da non fraintendere è che il rapporto non presenta la stampa 3D come soluzione unica. Nessuna stampante può sostituire da sola raffinerie, impianti chimici, miniere, reti energetiche, produzione di polveri, trattamenti termici, controlli qualità e personale formato. La manifattura additiva entra in gioco quando è parte di una filiera: progettazione digitale, materiali disponibili, operatori addestrati, macchine distribuite, post-processing, collaudo e certificazione.
Per questo il tema è più ampio della sola macchina. Una stampante 3D metallica installata in un deposito militare, in un porto, in una miniera o vicino a una rete infrastrutturale può ridurre i tempi di fermo solo se esistono disegni validati, parametri di processo affidabili, polveri o materiali disponibili, capacità di finitura e personale in grado di prendere decisioni. La resilienza non si compra come un prodotto finito: si costruisce come sistema.
La proposta di Camilleri punta proprio a questo cambio di prospettiva. Una nazione resiliente non è quella che ha più scorte in magazzino, ma quella che sa quali parti del proprio sistema possono rigenerare forniture, ricambi e competenze quando il flusso normale si interrompe.
Acqua, diesel e fertilizzanti: tre esempi molto concreti
Nel caso dell’acqua, il rapporto osserva che il Paese può controllare gran parte dell’infrastruttura fisica, ma restare vulnerabile su alcuni prodotti chimici necessari al trattamento. Se le scorte sono di poche settimane, il problema non è teorico: una crisi logistica può trasformarsi in rischio sanitario.
Nel caso del diesel, il conto alla rovescia ha effetti trasversali. Non riguarda solo automobili e camion. Il carburante entra nella distribuzione alimentare, nelle attività minerarie, nei servizi di emergenza, nell’agricoltura e nei gruppi elettrogeni. Se le importazioni si riducono e le scorte calano, la gestione passa dalla normalità economica alla scelta delle priorità.
Nel caso dell’urea e dei fertilizzanti, il tempo è più ingannevole. Una carenza nel periodo di semina può non bloccare il Paese il giorno stesso, ma può tradursi mesi dopo in rese inferiori o minore produzione alimentare. È un conto alla rovescia più lungo, ma non meno importante.
Questi esempi aiutano a distinguere tra possesso dell’infrastruttura e controllo della continuità. Avere l’impianto non significa poterlo far funzionare in ogni scenario. Avere il progetto non significa poter produrre il pezzo. Avere il fornitore non significa poter ricevere il materiale quando altri Paesi decidono di trattenere le scorte per sé.
Il legame con la strategia di difesa australiana
La proposta si inserisce in un clima politico e industriale in cui l’Australia parla sempre più spesso di capacità sovrane, base industriale della difesa e partnership affidabili. La National Defence Strategy 2026 del governo australiano mette l’accento su maggiore autosufficienza operativa, resilienza della base industriale nazionale e relazioni industriali più solide con partner esteri.
Questo è un equilibrio delicato. Camilleri non propone di tagliare i ponti con il commercio internazionale. Al contrario, il rapporto riconosce il ruolo di alleanze e partnership, comprese quelle legate ad AUKUS e al Quad. La differenza è tra dipendere da partner affidabili dentro una strategia chiara e dipendere senza sapere per quanto tempo un sistema può resistere.
Il test nazionale servirebbe a rendere visibile questa differenza. In altre parole: non basta dire che una filiera è importante. Bisogna misurare quanto tempo resta prima che la sua interruzione produca conseguenze.
Finanziare la resilienza
Un altro aspetto utile del rapporto è il tema finanziario. La resilienza ha un costo, ma anche la vulnerabilità ne ha uno. La proposta include meccanismi per rendere investibili le capacità considerate strategiche: fondi dedicati, strumenti di co-investimento, obbligazioni legate alla resilienza, coinvolgimento di investitori istituzionali e fondi pensione.
Questa impostazione evita di trattare la produzione nazionale solo come sussidio. Se un’infrastruttura critica riduce il rischio di fermo, inflazione, carenze o emergenze pubbliche, quel valore dovrebbe entrare nelle decisioni di investimento. In questo senso il rapporto prova a spostare il discorso dalla nostalgia industriale alla gestione del rischio.
Perché il tema interessa anche alla manifattura additiva europea
Il caso australiano parla anche all’Europa e all’Italia. Molti settori industriali hanno imparato che il prezzo più basso non è sempre il costo più basso. Se un ricambio fermo blocca un impianto, se una fornitura ritarda la manutenzione, se un materiale non arriva quando serve, il risparmio iniziale può essere annullato dal danno operativo.
La stampa 3D può aiutare in tre modi. Primo, può creare scorte digitali per ricambi a bassa rotazione ma alto impatto. Secondo, può portare capacità produttiva in luoghi dove un magazzino fisico sarebbe costoso o insufficiente. Terzo, può ridurre il tempo tra identificazione del problema, progettazione della soluzione e produzione del componente.
Non basta installare macchine. Serve una politica industriale che includa formazione, materiali, standard, certificazione e collaborazione tra aziende, università, enti pubblici e operatori di infrastrutture. Il rapporto ASPI ha il merito di mettere questi elementi dentro una cornice misurabile.
Una proposta più concreta di uno slogan
Il messaggio di Camilleri può essere sintetizzato così: non chiediamoci solo che cosa conviene produrre oggi, chiediamoci che cosa dobbiamo essere in grado di produrre, riparare o rigenerare quando le condizioni cambiano. È una domanda utile per la difesa, per l’energia, per l’acqua, per l’agricoltura, per i trasporti e per la manifattura avanzata.
SPEE3D entra in questa discussione da un punto di vista particolare: quello di un’azienda che costruisce macchine per produrre parti metalliche in tempi ridotti e in contesti dove la logistica è parte del problema. Ma il valore della proposta non si limita a SPEE3D. Il punto è più ampio: la resilienza industriale non può restare un termine da convegno. Va misurata, confrontata con soglie minime e collegata a decisioni concrete.
Per la stampa 3D questo significa una cosa importante: la tecnologia ha più peso quando viene vista come infrastruttura produttiva distribuita, non solo come metodo per fare pezzi complessi. Nel mondo che Camilleri descrive, la domanda non è più soltanto “quanto costa produrre questo componente?”, ma “quanto vale poterlo produrre quando nessun altro può consegnarlo?”.
