Trasformare i gusci di soia in una materia prima per la stampa 3D può ridurre la quantità di polimero necessaria per produrre un filamento e creare un impiego aggiuntivo per un sottoprodotto agricolo disponibile in grandi volumi. Il passaggio dal concetto al materiale utilizzabile, però, richiede molto più della semplice miscelazione tra una fibra vegetale e il PLA.

Un gruppo di ricercatori della North Carolina State University ha analizzato il problema concentrandosi sulla produzione del filamento, una fase che viene spesso trattata come un passaggio intermedio ma che determina buona parte dell’affidabilità della successiva stampa FFF.

Lo studio, firmato da Muneeb Tahir, Tri Vu e Abdel-Fattah M. Seyam, esamina la trasformazione di pellet composti da PLA e fibra micronizzata di guscio di soia in un filamento nominale da 1,75 millimetri. Il materiale è stato sviluppato senza aggiungere plastificanti o compatibilizzanti, con percentuali di fibra che arrivano fino al 35% in peso.

La ricerca non presenta un filamento commerciale già pronto per la distribuzione. Definisce piuttosto una finestra di processo sperimentale e individua i punti nei quali la produzione diventa instabile, il diametro perde uniformità o il filamento non riesce più a sopportare le operazioni di avvolgimento e alimentazione della stampante.

Che cosa sono i gusci di soia

I gusci sono il rivestimento esterno del seme di soia. Vengono separati durante le operazioni industriali di pulizia, frantumazione e preparazione necessarie per ottenere olio, farina proteica e altri prodotti derivati.

Questo materiale viene impiegato soprattutto nell’alimentazione animale, grazie al suo contenuto di fibre. La disponibilità legata alla produzione mondiale di soia ha però spinto università e aziende a studiarne l’utilizzo in prodotti con un valore economico differente, compresi alimenti arricchiti, materiali assorbenti, pannelli, fibre e compositi polimerici.

Dal punto di vista strutturale, il guscio di soia è un residuo lignocellulosico. Contiene componenti come cellulosa, emicellulosa, lignina, proteine e sostanze minerali. La composizione effettiva può cambiare in funzione della varietà della pianta, delle condizioni agricole e delle operazioni di separazione e trattamento.

Per essere incorporati in un filamento, i gusci non possono essere utilizzati nelle dimensioni originarie. Devono essere puliti, essiccati, macinati e ridotti in particelle sufficientemente piccole da attraversare l’estrusore e l’ugello della stampante.

Nello studio della North Carolina State University il materiale è stato micronizzato. La riduzione dimensionale limita il rischio che le particelle più grandi blocchino il passaggio, ma non elimina problemi come agglomerazione, assorbimento di umidità, irregolarità morfologica e scarsa adesione tra fibra e matrice polimerica.

Perché combinare la fibra vegetale con il PLA

Il PLA, o acido polilattico, è uno dei materiali più utilizzati nelle stampanti 3D a estrusione di filamento. Può essere prodotto a partire da materie prime vegetali ed è disponibile in formulazioni adatte alla produzione di filamenti.

Aziende come NatureWorks sviluppano gradi di PLA della famiglia Ingeo destinati anche alla stampa 3D. Il PLA è apprezzato per la facilità di lavorazione, la rigidità e le temperature di estrusione compatibili con numerose stampanti desktop e professionali.

L’aggiunta di guscio di soia consente di sostituire una parte del polimero con una carica proveniente da un sottoprodotto agricolo. In una formulazione contenente il 30% in peso di fibra, per esempio, la quantità di PLA necessaria per produrre la stessa massa di materiale viene ridotta.

Questo dato non basta, da solo, per definire il composito più sostenibile. La valutazione dovrebbe considerare l’energia richiesta per essiccazione, micronizzazione, miscelazione, pellettizzazione, estrusione e stampa, oltre alla durata del prodotto, agli scarti generati e alle possibilità effettive di riciclo o smaltimento.

Anche l’uso della parola biodegradabile richiede cautela. Le condizioni nelle quali un PLA o un biocomposito può degradarsi dipendono dalla formulazione, dalla geometria del pezzo, dalla temperatura, dall’umidità e dall’ambiente di trattamento. Un componente stampato non scompare rapidamente soltanto perché contiene una matrice di PLA e una fibra vegetale.

Il problema centrale non è soltanto la stampa

Quando si sviluppa un materiale per FFF, è facile concentrare l’attenzione sulla temperatura dell’ugello, sulla velocità di stampa e sull’adesione al piano. Prima di raggiungere la stampante, però, il composito deve essere trasformato in un filamento continuo, sufficientemente uniforme e resistente alla manipolazione.

La linea di produzione deve alimentare i pellet, fonderli, comprimere la miscela, spingerla attraverso una filiera, raffreddare il materiale estruso, controllarne il diametro e avvolgerlo su una bobina.

Ogni fase condiziona quella successiva. Una variazione nella quantità di pellet che entra nella vite può modificare la pressione nella filiera. Una pressione instabile può produrre un filamento più largo o più sottile. Un raffreddamento non uniforme può deformarne la sezione. Una trazione eccessiva può ridurre il diametro o spezzare il materiale.

Con un PLA convenzionale, i pellet hanno forma e densità relativamente regolari. I pellet caricati con fibra micronizzata di guscio di soia presentano invece una superficie più ruvida, una maggiore variabilità e una tendenza più marcata a incastrarsi tra loro.

Questi fenomeni possono ostacolare la discesa nella tramoggia e provocare un’alimentazione intermittente. L’estrusore può passare da una condizione stabile a una fase di sottoalimentazione anche quando velocità della vite e temperature rimangono impostate sugli stessi valori.

La piattaforma Brabender e il sistema Filabot

I ricercatori hanno utilizzato un estrusore monovite Brabender insieme a componenti Filabot per il raffreddamento, la trazione e la gestione del filamento.

Brabender è un marchio specializzato nelle apparecchiature da laboratorio per lo studio e la trasformazione dei materiali, oggi integrato nell’offerta di Anton Paar. Le piattaforme Brabender permettono di modificare vite, temperature, filiere e condizioni operative, caratteristica utile quando occorre osservare il comportamento di formulazioni sperimentali.

Filabot sviluppa sistemi per trasformare pellet, materiali riciclati e miscele personalizzate in filamento per stampa 3D. Il controllo coordinato di raffreddamento, trazione, misurazione del diametro e avvolgimento è essenziale perché un materiale estruso dalla filiera non è ancora un filamento utilizzabile.

Lo studio dimostra che la qualità finale non dipende da una singola macchina. È il risultato dell’interazione tra alimentazione, configurazione della vite, profilo termico, geometria della filiera, raffreddamento e velocità di raccolta.

Trentatré prove per comprendere il processo

Il gruppo della North Carolina State University ha eseguito trentatré prove di produzione del filamento. Quattordici sono state analizzate attraverso registrazioni del diametro suddivise in diverse fasi operative.

Questa impostazione permette di distinguere un tratto prodotto in condizioni stabili da quello realizzato durante il riempimento della tramoggia, l’esaurimento dei pellet o un’interruzione dell’alimentazione.

Calcolare soltanto la media complessiva del diametro può nascondere problemi importanti. Un filamento potrebbe alternare sezioni troppo grandi e troppo piccole, mantenendo una media apparentemente vicina al valore nominale.

Per interpretare la distribuzione delle misure, i ricercatori hanno utilizzato anche indicatori simili agli indici Cp e Cpk impiegati nel controllo dei processi industriali. Cp descrive il rapporto tra la dispersione del processo e i limiti dimensionali, mentre Cpk considera anche quanto la distribuzione sia centrata rispetto al valore richiesto.

Gli autori precisano che questi valori devono essere letti come strumenti diagnostici. Non dimostrano che il processo sia già statisticamente controllato né che la produzione sia pronta per una certificazione industriale.

La configurazione che ha fornito i risultati più stabili

Le prove hanno portato a una configurazione basata su una vite con una sola zona di miscelazione, una filiera con un orifizio da 3,85 millimetri e un tratto rettilineo da 5,75 millimetri.

La vite è stata fatta ruotare a 10 giri al minuto. Per le formulazioni contenenti dal 10 al 30% in peso di fibra di guscio di soia, il profilo delle quattro zone del cilindro è stato impostato a 160, 170, 180 e 195 °C.

Il PLA non caricato ha richiesto un profilo differente, pari a 180, 185, 200 e 205 °C. La differenza indica che una configurazione sviluppata per il PLA puro non può essere trasferita automaticamente al composito.

La fibra modifica il trasferimento di calore, la viscosità apparente, la compressione dei pellet, il comportamento della massa fusa e la pressione necessaria per attraversare la filiera.

Durante le prime prove era stata utilizzata una vite con due zone di miscelazione, derivata dalla precedente fase di compoundazione. Questa soluzione non ha prodotto un’alimentazione stabile nella fase di fabbricazione del filamento. Sono stati osservati problemi nell’area di ingresso e fenomeni di ritorno del materiale fuso.

Il passaggio alla vite con una sola zona di miscelazione ha permesso di bilanciare meglio trasporto, compattazione e omogeneizzazione. Il risultato mostra che l’architettura adatta a mescolare il composito non coincide necessariamente con quella più efficace per trasformare i pellet già miscelati in filamento.

Il diametro come indicatore dello stato della linea

Il filamento doveva rientrare nell’intervallo nominale di 1,75 ± 0,05 millimetri. La prova più stabile è stata ottenuta con il composito contenente il 10% in peso di fibra.

Il diametro medio misurato è stato di 1,7411 millimetri, con una deviazione standard di 0,0236 millimetri. Il 95,45% delle letture è rimasto compreso tra 1,70 e 1,80 millimetri. Soltanto lo 0,013% ha superato 1,89 millimetri.

Questi risultati non descrivono soltanto l’accuratezza dimensionale. Il diametro funziona come segnale indiretto di ciò che accade nell’intera linea.

Un tratto più sottile può indicare una riduzione del materiale alimentato, un riempimento incompleto della vite, una pressione inferiore o una trazione eccessiva. Un tratto più largo può derivare da un aumento momentaneo della portata, da un cambiamento della pressione o da una velocità di raccolta non adeguata.

Le variazioni non erano sempre causate dalle impostazioni principali dell’estrusore. Il rabbocco della tramoggia, l’esaurimento dei pellet, la presenza di particelle fini, l’uso di materiale rilavorato e la forma irregolare dei granuli potevano trasformare una configurazione stabile in un processo fuori controllo.

Perché la tramoggia ha un ruolo decisivo

Le fibre vegetali riducono la densità apparente e aumentano l’attrito tra i pellet. Quando i granuli si incastrano, possono formare una struttura capace di sostenere il proprio peso sopra l’ingresso dell’estrusore. Questo fenomeno, indicato come bridging, interrompe o riduce il flusso pur lasciando materiale visibile nella tramoggia.

Un altro problema si verifica quando il livello diventa troppo basso. La pressione esercitata dal materiale sovrastante diminuisce e la vite non viene più riempita nello stesso modo.

Anche un rabbocco consistente può alterare il comportamento. I nuovi pellet possono compattare il materiale già presente, modificare l’orientamento dei granuli o introdurre una quantità diversa di polvere fine.

Queste variazioni spiegano perché il controllo del solo motore non sia sufficiente. Una linea destinata alla produzione continua dovrebbe misurare anche portata dei pellet, coppia della vite, pressione della massa fusa e diametro del filamento, utilizzando i dati per correggere automaticamente alimentazione e trazione.

Il limite operativo tra il 30 e il 35% di fibra

Il 30% in peso di fibra di guscio di soia è risultato il contenuto più elevato con il quale il gruppo ha prodotto un filamento avvolgibile e alimentabile dalla bobina con un’affidabilità sufficiente per le prove di stampa.

Il composito con il 35% ha comunque attraversato l’ugello ed è stato depositato quando veniva fornito sotto forma di spire libere. Il problema principale non era quindi la possibilità assoluta di fondere ed estrudere il materiale.

Il filamento con il 35% di fibra si spezzava durante l’avvolgimento o mentre veniva svolto direttamente dalla bobina. L’aumento del riempitivo riduce la continuità della matrice di PLA e restringe il margine di deformazione che il filo può sopportare.

Un filamento deve curvarsi durante la raccolta, rimanere avvolto e raddrizzarsi mentre entra nella stampante. Un materiale sufficientemente rigido per essere spinto dall’ingranaggio può diventare troppo fragile per queste operazioni.

Il valore del 30% non deve essere interpretato come un limite universale dei compositi PLA-guscio di soia. Dipende dalla granulometria della fibra, dal trattamento superficiale, dal tipo di PLA, dalla geometria dei pellet, dalla vite, dalla filiera, dal diametro della bobina e dal percorso di alimentazione della stampante.

Una formulazione al 35% potrebbe essere gestita da una macchina a pellet, da un sistema con percorso rettilineo o da una bobina di diametro maggiore. Sarebbero però necessarie altre prove.

Il ruolo dell’umidità

Le fibre lignocellulosiche assorbono acqua dall’ambiente. Anche il PLA deve essere protetto dall’umidità prima della lavorazione ad alta temperatura.

Durante l’estrusione, l’acqua può favorire l’idrolisi del PLA, riducendo la lunghezza delle catene polimeriche e modificando viscosità e resistenza. Può inoltre trasformarsi in vapore e creare bolle, vuoti, superfici irregolari o variazioni nel diametro.

La presenza della fibra aumenta la superficie interna del materiale e rende più complessa la fase di essiccazione. Non basta asciugare il filamento finito: il controllo dovrebbe iniziare dai gusci micronizzati e proseguire durante miscelazione, pellettizzazione, conservazione e alimentazione dell’estrusore.

Per una produzione commerciale sarebbe necessario stabilire un valore massimo di umidità, un protocollo di essiccazione e un sistema di confezionamento capace di mantenere il materiale nelle condizioni previste.

Dalla fibra alla stampa di 720 provini

La validazione operativa ha coinvolto quattro formulazioni: PLA privo di fibra e compositi con il 10, 20 e 30% in peso di guscio di soia.

Con questi filamenti sono stati prodotti 720 campioni destinati alle prove meccaniche. L’attività di stampa ha richiesto circa 936 ore e ha incluso quattro orientamenti dei percorsi di deposizione e tre differenti fasi produttive.

La durata della sperimentazione è importante perché una stampa breve non mette in evidenza tutti i problemi. Un materiale può produrre correttamente un piccolo campione e fallire durante lavorazioni prolungate a causa di accumulo nell’ugello, variazioni di diametro, rotture del filamento o cambiamenti nella portata.

Il completamento della campagna dimostra che le configurazioni selezionate possono sostenere una sperimentazione estesa. Non equivale però alla qualificazione per la vendita né alla dimostrazione di prestazioni meccaniche adatte a un’applicazione industriale specifica.

I risultati delle prove sui componenti dovranno essere analizzati considerando direzione di stampa, adesione tra strati, porosità, contenuto di fibra e condizioni di produzione del singolo lotto.

Un percorso di ricerca iniziato prima di questo studio

L’impiego dei gusci di soia nei materiali per FFF è stato studiato anche in lavori precedenti.

Una ricerca pubblicata nel 2020 ha valutato fibre di guscio di soia trattate e non trattate all’interno di una matrice elastomerica in copoliestere termoplastico. Le formulazioni contenevano il 5 e il 10% in peso di fibra. Il trattamento con idrolisi acida diluita e defibrillazione aveva migliorato distribuzione, adesione all’interfaccia e caratteristiche del composito rispetto alla fibra non trattata.

Un altro studio ha esaminato filamenti di PLA con il 5, il 7,5 e il 10% di guscio di soia, valutando anche l’aggiunta di isolato proteico di soia. Questi lavori si erano concentrati su composizione, proprietà e possibilità di stampa.

La ricerca di Muneeb Tahir, Tri Vu e Abdel-Fattah M. Seyam porta l’attenzione su un problema differente: produrre in modo continuativo un filamento ad alto contenuto di fibra, controllarne il diametro e conservarne l’integrità durante avvolgimento e alimentazione.

Quali applicazioni potrebbe avere il materiale

Un composito di questo tipo potrebbe essere valutato per modelli, prototipi visivi, espositori, componenti decorativi, oggetti per l’arredamento, imballaggi rigidi, dime e attrezzature leggere.

L’aspetto superficiale e il colore naturale possono diventare caratteristiche estetiche, analogamente a quanto accade con i filamenti caricati con legno, sughero, canapa, caffè o residui vegetali.

Per applicazioni strutturali sarebbe necessario disporre di dati completi su resistenza a trazione e flessione, tenacità, fatica, assorbimento d’acqua, stabilità dimensionale, comportamento termico e invecchiamento.

L’introduzione della fibra non garantisce un aumento della resistenza. Una carica vegetale può aumentare la rigidità, ma anche ridurre allungamento, adesione tra strati e resistenza all’impatto. Il risultato dipende dalla qualità dell’interfaccia tra fibra e PLA e dalla quantità di vuoti presenti.

Anche l’impiego all’esterno richiederebbe verifiche. Umidità, cicli termici, radiazione ultravioletta e microrganismi possono modificare le proprietà del composito.

Che cosa manca per trasformarlo in un prodotto commerciale

Per passare dalla ricerca alla produzione di bobine vendibili occorrerebbe replicare le prove su estrusori e sistemi di avvolgimento differenti. Sarebbe inoltre necessario verificare il funzionamento su stampanti con architetture di alimentazione diverse.

Il controllo qualità dovrebbe comprendere diametro, ovalità, umidità, percentuale effettiva di fibra, distribuzione delle particelle, resistenza del filamento alla flessione e stabilità del colore.

Un produttore dovrebbe definire temperature consigliate, velocità di stampa, diametro minimo dell’ugello, condizioni di essiccazione e dimensione della bobina. La presenza di particelle vegetali potrebbe rendere preferibile un ugello più largo rispetto a quello utilizzato con il PLA standard, riducendo il rischio di accumulo e ostruzione.

Dovrebbe essere valutata anche l’usura. Le fibre vegetali sono generalmente meno abrasive rispetto a carbonio, vetro o alcuni riempitivi minerali, ma un composito può comunque contenere particelle dure o contaminanti derivati dal processo agricolo.

Infine, occorrerebbe garantire la costanza tra lotti. I gusci ottenuti da raccolti e impianti differenti potrebbero presentare variazioni di composizione, dimensione, colore e contenuto minerale.

Un risultato che riguarda soprattutto il controllo del processo

Il principale contributo dello studio non consiste nell’avere dimostrato che una particella vegetale può essere mescolata al PLA. Numerosi filamenti commerciali e sperimentali contengono già legno, sughero, canapa e altri residui organici.

L’elemento più utile è l’analisi della catena che collega lo stato dei pellet al diametro del filamento e, infine, alla continuità della stampa.

Il lavoro mostra che un materiale può essere estrudibile ma non avvolgibile, stampabile da una spira libera ma non alimentabile da una bobina, oppure dimensionalmente corretto soltanto durante una parte della produzione.

Per i produttori di filamento, questo significa che le impostazioni nominali dell’estrusore non bastano. Occorre controllare il modo in cui il materiale entra nella vite e osservare le perturbazioni lungo tutta la linea.

La combinazione tra piattaforma Brabender, marchio di Anton Paar, e apparecchiature Filabot ha permesso ai ricercatori della North Carolina State University di individuare una finestra operativa per filamenti contenenti fino al 30% di fibra micronizzata di guscio di soia.

Il 35% resta depositabile in condizioni specifiche, ma supera il limite di manipolazione osservato su quella piattaforma. È una distinzione importante: il confine non riguarda soltanto la fusione del composito, ma la capacità di trasformarlo in un prodotto intermedio che possa essere conservato, trasportato e utilizzato da una stampante FFF.

Di Fantasy

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