Trent’anni dopo il debutto di una delle scarpe da basket più riconoscibili degli anni Novanta, Reebok ha deciso di riportare la Question di Allen Iverson sul mercato attraverso una strada molto diversa dalla normale riedizione di un modello storico.
La nuova Reebok Question 96/26 prende alcuni degli elementi estetici della sneaker presentata nel 1996 e li ricostruisce utilizzando la produzione additiva. Il progetto è stato sviluppato insieme a Zellerfeld, società specializzata nella realizzazione di calzature completamente stampate in 3D.
Il risultato non è una Question tradizionale realizzata con un nuovo metodo produttivo. La scarpa è stata ridisegnata intorno alle possibilità offerte dalla stampa 3D: costruzione monopezzo, assenza di lacci, struttura a densità differenziata e utilizzo di un materiale elastomerico continuo al posto dell’assemblaggio di tomaia, intersuola, suola e numerosi rinforzi separati.
La Question 96/26 rappresenta quindi contemporaneamente un’operazione legata alla storia di Reebok e un esperimento sulla trasformazione della catena produttiva delle calzature.
Dal 1996 al 2026: trent’anni di Reebok Question
La storia parte nel 1996.
Allen Iverson arrivò nella NBA come prima scelta assoluta del Draft e iniziò la propria carriera con i Philadelphia 76ers.
Reebok costruì attorno al giovane giocatore un progetto footwear dedicato, presentando la Question, prima signature shoe ufficiale di Iverson.
Il nome giocava anche sul soprannome del cestista. Iverson sarebbe diventato conosciuto come “The Answer”, mentre la prima sneaker portava il nome “Question”.
Il modello si impose rapidamente oltre il campo da basket.
La combinazione tra l’immagine di Iverson, il design della scarpa e la cultura urbana della seconda metà degli anni Novanta trasformò la Question in uno dei prodotti più identificabili del periodo.
La sneaker originale era caratterizzata da una tomaia tradizionale, sistema di allacciatura, suola in gomma e dagli elementi ovali integrati nell’intersuola, dietro ai quali era visibile la tecnologia di ammortizzazione Hexalite di Reebok.
La Question 96/26 conserva alcuni di questi riferimenti, ma ne modifica completamente il modo di costruzione.
La nuova Question non viene cucita: viene stampata
Il cambiamento più evidente è la struttura.
Zellerfeld realizza la Question 96/26 come un unico componente stampato in 3D.
Questo elimina gran parte della logica normalmente utilizzata nella produzione di una sneaker.
Una scarpa convenzionale può essere composta da decine di elementi distinti: tessuti, schiume, rinforzi, parti in gomma, elementi plastici, lacci e adesivi devono essere prodotti separatamente e successivamente assemblati.
Nella Question 96/26 molte di queste funzioni vengono incorporate direttamente nella geometria digitale.
La superficie esterna, il supporto del piede, le zone flessibili e quelle più rigide derivano dallo stesso processo produttivo.
Per ottenere comportamenti diversi senza assemblare materiali differenti, Zellerfeld modifica la struttura e la densità delle zone stampate.
Una sola scarpa, ma densità differenti
La stampa 3D consente di modificare localmente la quantità di materiale e la geometria interna.
Nella Question 96/26 le zone che richiedono maggiore supporto, come la parte anteriore e quella inferiore, vengono realizzate con una struttura più densa.
Le aree che devono flettersi più facilmente, come quelle attorno alla linguetta e ai lati del piede, utilizzano invece una struttura più aperta.
Il concetto è interessante perché permette di ottenere comportamenti differenti utilizzando essenzialmente lo stesso materiale di base.
Nella produzione tradizionale lo stesso risultato viene spesso raggiunto assemblando schiume, tessuti, gomme e rinforzi con caratteristiche diverse.
Qui una parte delle differenze viene prodotta digitalmente.
In altre parole, la proprietà della scarpa non dipende soltanto dal materiale impiegato, ma anche da come quel materiale viene distribuito nello spazio.
È uno dei vantaggi più importanti della produzione additiva applicata al footwear.
Il materiale è un TPU sviluppato da Zellerfeld
La Question 96/26 utilizza la piattaforma materiale di Zellerfeld basata sul TPU, poliuretano termoplastico.
Zellerfeld commercializza il proprio materiale con il nome zellerFOAM.
Il TPU è particolarmente interessante per le calzature perché combina elasticità, capacità di deformazione e resistenza meccanica.
Zellerfeld descrive zellerFOAM come un materiale traspirante, lavabile e resistente agli odori, progettato specificamente per le proprie calzature stampate in 3D.
L’azienda ne sottolinea inoltre la possibilità di recupero e riutilizzo all’interno di una concezione più circolare della produzione.
La possibilità di utilizzare un solo materiale per gran parte della scarpa può semplificare il problema del fine vita rispetto alle sneakers tradizionali, nelle quali separare tessuto, gomma, schiuma, colla e parti plastiche può risultare molto difficile.
Questo non significa automaticamente che ogni Question 96/26 verrà effettivamente riciclata: affinché la circolarità funzioni sono necessari sistemi di raccolta, recupero e trasformazione del materiale.
Il principio produttivo, tuttavia, elimina una parte della complessità derivante dalla costruzione multimateriale.
Scompaiono anche i lacci
Una delle differenze visivamente più immediate è l’assenza del sistema di allacciatura tradizionale.
La nuova Question è una slip-on.
Il piede viene inserito direttamente nell’apertura superiore e la geometria stessa della scarpa deve fornire contenimento e adattamento.
La scelta non è soltanto stilistica.
Realizzare fori, occhielli, lacci e relativi rinforzi avrebbe reintrodotto diversi componenti all’interno di un progetto concepito invece come monopezzo.
Zellerfeld ha quindi reinterpretato anche questa funzione attraverso la geometria stampata.
Il risultato si allontana abbastanza dalla silhouette originale da rendere la Question 96/26 un nuovo modello piuttosto che una semplice retro sneaker.
Gli storici elementi Hexalite rimangono, ma cambiano funzione
Uno dei dettagli più interessanti riguarda i due elementi ovali visibili lateralmente sopra la suola.
Nella Question originale del 1996 erano associati alla tecnologia Reebok Hexalite.
Hexalite utilizzava una geometria a celle esagonali progettata per contribuire all’assorbimento degli impatti.
Il nome e la struttura si ispiravano alla geometria a nido d’ape, utilizzata in numerosi settori tecnici per ottenere strutture leggere ma resistenti.
Nella nuova Question 96/26 le forme ovali rimangono immediatamente riconoscibili.
La loro funzione è però diversa.
Non rappresentano più finestre attraverso le quali mostrare un sistema Hexalite separato.
Sono state incorporate direttamente nel corpo stampato e funzionano soprattutto come richiamo visivo alla sneaker del 1996.
È un dettaglio importante perché mostra il tipo di lavoro effettuato da Reebok e Zellerfeld.
L’obiettivo non era riprodurre letteralmente la tecnologia della vecchia scarpa, ma tradurne alcuni elementi estetici in un linguaggio produttivo completamente differente.
Anche il motivo a nido d’ape diventa parte della geometria digitale
La struttura honeycomb associata alla tradizione Hexalite viene reinterpretata attraverso la stampa 3D.
È un passaggio quasi naturale.
Le geometrie cellulari sono infatti uno dei campi nei quali la produzione additiva offre maggiori vantaggi.
Un reticolo tridimensionale può essere progettato modificando:
dimensione delle celle;
spessore delle pareti;
orientamento;
densità;
deformabilità.
Questo permette di passare da una struttura relativamente rigida a una molto più elastica senza necessariamente cambiare materiale.
Nel footwear queste geometrie possono essere utilizzate per modificare ammortizzazione, supporto e ventilazione.
La Question 96/26 utilizza quindi un elemento che nel 1996 rappresentava una tecnologia inserita nella scarpa e lo trasforma in parte della geometria stessa della scarpa.
Il Vector di Reebok rimane al centro del design
Nonostante la trasformazione, il modello mantiene l’identità del marchio.
Il classico Vector Reebok è integrato nella zona mediale della scarpa, sopra gli elementi ovali che richiamano la Question originale.
Anche questo logo non deve necessariamente essere applicato come elemento separato.
La produzione additiva permette infatti di incorporare loghi, texture, scritte e decorazioni direttamente nel file tridimensionale.
Il branding diventa così geometria.
La stessa tecnica può essere utilizzata per inserire codici identificativi, numeri di serie o personalizzazioni senza aggiungere nuove fasi di assemblaggio.
Stone e Lilac sostituiscono il tradizionale rosso e bianco
La prima Question del 1996 viene ricordata soprattutto attraverso la combinazione bianco-rosso.
La Question 96/26 prende una direzione differente.
Il lancio è stato organizzato con due colorazioni monocromatiche:
Stone;
Lilac.
La scelta monocromatica è coerente con molte delle scarpe prodotte da Zellerfeld.
Quando un prodotto viene costruito in un unico materiale attraverso un’unica operazione di stampa, ottenere sezioni di colori molto differenti è più complesso rispetto a una sneaker tradizionale composta da pezzi separati.
Il risultato enfatizza quindi la geometria piuttosto che la grafica.
Texture, cavità e variazioni di densità prendono il posto di buona parte degli elementi cromatici utilizzati nel modello storico.
169 dollari per la Question stampata in 3D
La Reebok Question 96/26 è stata proposta a 169 dollari.
Il lancio è stato fissato per il 25 agosto 2026 attraverso la piattaforma online di Zellerfeld, inizialmente in quantità limitate.
La vendita attraverso Zellerfeld è un altro elemento significativo.
Reebok non sta utilizzando soltanto la tecnologia di una società esterna per produrre la sneaker e distribuirla successivamente attraverso il normale retail.
Zellerfeld gestisce anche una parte dell’infrastruttura digitale e produttiva attraverso la quale il prodotto viene ordinato e realizzato.
Il modello assomiglia quindi più a una piattaforma di produzione on-demand che alla tradizionale catena industriale delle calzature.
Le scarpe vengono prodotte ad Austin e Amburgo
Zellerfeld indica due principali poli produttivi per le proprie calzature:
Austin, Texas;
Amburgo, Germania.
La Question 96/26 viene prodotta attraverso questa rete di printer farm.
L’azienda indica tempi di consegna nell’ordine di alcune settimane, compatibili con un modello nel quale la produzione è maggiormente collegata agli ordini effettivamente ricevuti.
È una differenza rispetto alla sneaker convenzionale.
Normalmente il marchio deve stimare in anticipo quante scarpe produrre per ciascuna taglia, farle realizzare, distribuirle nei magazzini e infine venderle.
Una rete digitale di stampanti permette teoricamente di spostare parte della produzione dopo l’ordine.
Questo può diminuire il rischio di produrre quantità eccessive di determinate taglie.
Dal numero di scarpa alla scansione del piede
Zellerfeld sta inoltre sviluppando un modello nel quale il classico numero di scarpa può essere affiancato dalla scansione del piede.
La piattaforma consente agli utenti di effettuare un foot scan attraverso il browser dello smartphone, utilizzando la fotocamera.
I dati possono essere utilizzati per adattare digitalmente il modello.
La pagina della Question 96/26 indica infatti la possibilità di riprogettare la calzatura in funzione delle dimensioni dell’utilizzatore.
Questo rappresenta uno degli sviluppi più interessanti del footwear stampato in 3D.
La produzione tradizionale richiede forme e attrezzature specifiche per ciascuna taglia.
Con la produzione digitale, invece, un algoritmo può modificare il file prima della stampa.
In prospettiva la domanda potrebbe non essere più soltanto “porto il 42 o il 43?”, ma “qual è la geometria corretta per il mio piede?”.
Il file digitale diventa il vero prodotto industriale
Questo concetto cambia anche il valore del design.
Nella produzione tradizionale una nuova sneaker richiede una complessa catena di attrezzature.
Per una suola può essere necessario sviluppare uno stampo dedicato.
Ogni modifica importante alla geometria può comportare nuove attrezzature e nuovi costi.
Nel modello Zellerfeld, invece, il punto di partenza è il file digitale.
Una modifica può essere trasferita direttamente alle macchine di produzione senza rifare una serie completa di stampi.
La Question 96/26 viene quindi descritta anche come un prodotto digitalmente evolvibile.
Lo stesso modello potrebbe teoricamente essere aggiornato modificando strutture, densità o geometrie senza ricostruire l’intera linea produttiva.
Non è necessariamente una scarpa da basket prestazionale
Un elemento deve però essere distinto chiaramente.
La Question originale nasceva come scarpa da basket utilizzata sul campo da Allen Iverson.
La Question 96/26 viene presentata soprattutto come reinterpretazione del patrimonio estetico della Question attraverso la produzione digitale.
Reebok e Zellerfeld non hanno pubblicato dati che permettano di considerarla automaticamente equivalente a una moderna scarpa da basket da competizione.
Non sono stati forniti, per esempio, risultati comparativi su:
assorbimento degli impatti;
stabilità laterale;
ritorno di energia;
trazione sul parquet;
durabilità in utilizzo agonistico.
La presenza delle forme ispirate a Hexalite non significa inoltre che la nuova scarpa utilizzi il sistema Hexalite originale.
È quindi più corretto considerare la Question 96/26, almeno sulla base delle informazioni disponibili, come una calzatura lifestyle e un esperimento industriale sul footwear stampato in 3D piuttosto che come un ritorno letterale della scarpa da gara del 1996.
Per Reebok è un ingresso importante nella calzatura integralmente stampata
L’operazione permette a Reebok di entrare in un settore sul quale stanno lavorando numerosi marchi sportivi.
La stampa 3D non è nuova nel footwear.
Da anni viene utilizzata per prototipi, forme, componenti di suole e strutture reticolari.
La differenza attuale è che alcune aziende stanno passando dalla stampa di un singolo elemento alla produzione di quasi tutta o dell’intera calzatura attraverso additive manufacturing.
Zellerfeld è diventata uno degli operatori più visibili di questa trasformazione.
Zellerfeld lavora anche con Nike
Un esempio importante è la collaborazione con Nike.
Zellerfeld ha lavorato sulla Nike Air Max 1000, progetto nel quale la stampa 3D viene utilizzata per realizzare quasi integralmente la struttura della scarpa.
Nike ha inoltre continuato a sviluppare proprietà intellettuale dedicata all’integrazione fra parti tessili e componenti stampati.
La presenza dello stesso partner dietro Nike Air Max 1000 e Reebok Question 96/26 mostra che Zellerfeld sta cercando di diventare non semplicemente un marchio di scarpe, ma una piattaforma produttiva utilizzabile da brand differenti.
Nel portafoglio Zellerfeld entrano anche Havaianas e SKYLRK
La società ha sviluppato progetti anche con altre aziende e marchi.
Tra gli esempi figurano Havaianas, che ha esplorato la produzione di calzature attraverso la piattaforma Zellerfeld, e SKYLRK, marchio collegato a Justin Bieber.
Sono state inoltre realizzate collaborazioni con designer indipendenti e con progetti provenienti dal mondo fashion.
Questo posizionamento è importante.
La produzione tradizionale delle calzature richiede normalmente accesso a fabbriche, fornitori, stampi e quantità minime di produzione.
Zellerfeld sta cercando invece di trasformarla in un modello più vicino a una piattaforma digitale.
Un designer può creare una geometria tridimensionale, sottoporla ai controlli della piattaforma e, una volta verificata, renderla producibile.
La stampa 3D riduce il peso degli stampi nella supply chain
Uno dei vantaggi più rilevanti non riguarda quindi la forma futuristica della sneaker.
Riguarda ciò che non è necessario produrre.
Una normale linea footwear utilizza stampi e utensili dedicati.
Queste attrezzature richiedono capitale, tempo e devono essere realizzate prima di iniziare la produzione.
Se il prodotto vende meno del previsto, parte di quell’investimento viene comunque sostenuto.
Una scarpa completamente stampata in 3D elimina gran parte di questa infrastruttura.
Per lanciare una nuova variante può bastare modificare il modello digitale.
Questo rende economicamente più plausibili produzioni limitate e sperimentazioni.
La Question 96/26 è un buon esempio: Reebok può celebrare il trentesimo anniversario del modello con un prodotto molto differente senza dover necessariamente impostare una tradizionale linea di produzione di grande volume.
Anche il problema delle taglie può cambiare
Le calzature sono un prodotto particolarmente adatto alla produzione additiva perché combinano personalizzazione e volumi elevati.
Una normale sneaker deve essere prodotta in molte taglie.
Per ogni mercato bisogna prevedere quante unità vendere in ciascuna misura.
Gli errori generano inventario.
Se rimangono migliaia di scarpe di una taglia poco richiesta, il produttore deve scontarle o gestirle come stock invenduto.
La produzione on-demand permette almeno teoricamente di evitare parte di questo problema.
Il modello digitale esiste indipendentemente dalla taglia.
La geometria viene adattata e successivamente prodotta.
In una fase più avanzata, due clienti che portano formalmente lo stesso numero potrebbero ricevere scarpe leggermente differenti perché hanno piedi con larghezze o proporzioni diverse.
La vera sfida resta la velocità produttiva
La stampa 3D presenta però anche limiti rispetto allo stampaggio tradizionale.
La produzione di una sneaker convenzionale beneficia di una supply chain altamente ottimizzata e capace di realizzare milioni di paia.
Una stampante deve invece costruire fisicamente ciascuna scarpa.
Il tempo macchina diventa quindi una componente importante del costo.
Per portare il modello dalla nicchia al mercato di massa occorre aumentare:
velocità delle macchine;
numero di stampanti;
affidabilità;
automazione;
capacità di controllo qualità.
È il motivo per cui Zellerfeld utilizza printer farm composte da numerosi sistemi.
La scalabilità non deriva dalla velocità di una singola macchina, ma dalla possibilità di aggiungere capacità produttiva modulare.
Anche il prezzo dovrà confrontarsi con la produzione tradizionale
I 169 dollari richiesti per la Question 96/26 rappresentano già un livello confrontabile con molte sneakers premium.
Non significa però che la stampa 3D sia diventata automaticamente più economica della produzione convenzionale.
Il confronto dipende fortemente dal volume.
Per centinaia o poche migliaia di paia, eliminare gli stampi può risultare molto interessante.
Per milioni di scarpe identiche, i processi tradizionali possono mantenere forti economie di scala.
La produzione additiva offre quindi per ora vantaggi particolarmente evidenti quando sono importanti:
piccoli lotti;
personalizzazione;
varianti frequenti;
produzione su richiesta;
geometrie complesse.
La Question 96/26 mostra un diverso modo di utilizzare la storia di un marchio
Reebok avrebbe potuto celebrare i trent’anni della Question semplicemente riproducendo il modello del 1996.
Il mercato sneaker utilizza da anni questo modello commerciale e le riedizioni storiche continuano ad avere una domanda significativa.
La Question 96/26 segue invece una strada differente.
Mantiene alcuni simboli:
il nome Question;
la silhouette generale;
le finestre ovali;
il richiamo alla struttura honeycomb;
il Vector Reebok.
Ma cambia quasi tutto il resto.
La sneaker del 1996 era costruita attraverso componenti assemblati.
Quella del 2026 nasce come oggetto digitale monopezzo.
La prima utilizzava Hexalite come tecnologia separata.
La seconda incorpora il riferimento a Hexalite direttamente nella geometria.
La prima aveva lacci.
La seconda è slip-on.
La prima apparteneva a una supply chain basata su stampi e assemblaggio.
La seconda viene prodotta in printer farm.
Dal prodotto storico alla manifattura digitale
È probabilmente questo il motivo per cui la Question 96/26 è interessante anche al di fuori del mondo sneaker.
La collaborazione tra Reebok, Allen Iverson e Zellerfeld mette insieme un prodotto profondamente legato agli anni Novanta con una delle ipotesi industriali più attuali per il footwear.
La domanda non è più soltanto se sia possibile stampare una scarpa in 3D.
Questo è già stato dimostrato.
Le questioni diventano altre:
quanto velocemente può essere prodotta;
quanto può essere personalizzata;
quanto costa rispetto alla produzione tradizionale;
quanto dura;
come viene riciclata;
quanti modelli possono essere sviluppati senza nuovi stampi;
quanto rapidamente un file digitale può trasformarsi in un prodotto commerciale.
La Question 96/26 non fornisce ancora una risposta definitiva a tutti questi problemi.
Mostra però come un grande marchio possa utilizzare la produzione additiva non soltanto per realizzare un prototipo o una piccola parte della suola, ma come elemento centrale dell’identità e della produzione del prodotto finale.
Trent’anni dopo la Question originale, il collegamento con Allen Iverson rimane quindi il punto di partenza, ma il contenuto industriale del progetto è molto diverso.
Nel 1996 l’innovazione veniva mostrata attraverso la tecnologia Hexalite inserita nella scarpa.
Nel 2026 una parte molto più ampia dell’innovazione è nel modo in cui la scarpa stessa viene progettata e prodotta.
La Reebok Question 96/26 rappresenta così un incontro tra cultura sneaker e manifattura digitale: un modello nato nell’epoca della produzione di massa viene ripensato per una possibile futura produzione basata su file, personalizzazione e stampa on-demand.
Questo articolo è stato redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale (AI)
