La stampa 3D farmaceutica sta aprendo possibilità che vanno ben oltre la produzione di compresse con forme personalizzate. Un gruppo della Queen’s University Belfast ha sviluppato un piccolo cerotto dotato di microneedle dissolvibili, prodotto attraverso stampa 3D e progettato per trasportare direttamente nella pelle due sostanze con attività antitumorale: 5-fluorouracile, o 5-FU, e curcumina.

La ricerca è stata condotta da Rutuja N. Meshram, dottoranda presso la School of Pharmacy della Queen’s University Belfast, e dal Professor Dimitrios A. Lamprou, Chair of Biofabrication and Advanced Manufacturing nello stesso ateneo.

Lo studio, intitolato Biphasic Co-Delivery of Curcumin and 5-FU using 3D-Printed Dissolving Microneedles for Skin Cancer Therapy, è stato pubblicato il 20 agosto 2026 sulla rivista scientifica Advanced Healthcare Materials.

La tecnologia non deve essere interpretata come un nuovo trattamento già disponibile per i pazienti. Si tratta di una piattaforma sperimentale che ha dimostrato la possibilità di stampare microneedle contenenti direttamente i due principi attivi, farle penetrare efficacemente nei modelli di pelle utilizzati e ottenere un rilascio controllato dei farmaci.

La fase successiva dovrà comprendere ulteriori verifiche biologiche e, prima di qualsiasi possibile utilizzo clinico, un percorso molto più lungo di valutazione della sicurezza e dell’efficacia.

La ricerca è però interessante perché affronta contemporaneamente tre problemi: la somministrazione localizzata dei farmaci, la produzione personalizzabile mediante additive manufacturing e la combinazione in una singola struttura di molecole con caratteristiche chimiche molto differenti.

Un cerotto ricoperto da minuscoli aghi che si dissolvono

Il dispositivo sviluppato a Belfast appartiene alla famiglia delle dissolving microneedles.

A prima vista può essere immaginato come un piccolo patch sulla cui superficie si trova una matrice ordinata di aghi microscopici.

Questi aghi sono sufficientemente lunghi e resistenti da attraversare lo strato più esterno della pelle, ma non sono progettati per raggiungere la profondità normalmente associata a un’iniezione convenzionale.

Una volta inserite, le microneedle assorbono liquidi e progressivamente si dissolvono, liberando le sostanze farmacologiche che sono state incorporate nella loro struttura.

Terminato il processo non rimane quindi un ago metallico da rimuovere.

È una differenza importante rispetto alle normali siringhe e rispetto alle microneedle solide riutilizzate come supporto per un rivestimento farmacologico.

Il problema della barriera cutanea

La pelle svolge una funzione fondamentale: impedire alle sostanze esterne di entrare facilmente nell’organismo.

Lo strato corneo rappresenta una barriera estremamente efficace.

È proprio questa caratteristica a rendere complicata la somministrazione transdermica di numerosi farmaci.

Applicare semplicemente una sostanza sulla superficie non significa necessariamente che una quantità sufficiente raggiunga il tessuto sottostante.

Le microneedle cercano di risolvere il problema creando microscopici percorsi attraverso la barriera superficiale.

Il farmaco non deve più affidarsi esclusivamente alla diffusione attraverso lo strato corneo, ma può essere portato direttamente nelle porzioni più superficiali della pelle.

Per il trattamento localizzato questo concetto è particolarmente interessante.

La quantità di sostanza può essere concentrata nella zona interessata anziché essere distribuita all’intero organismo.

Il 5-fluorouracile è già utilizzato sulla pelle

Uno dei due principi attivi scelti dai ricercatori, il 5-fluorouracile, non è una sostanza sperimentale sconosciuta.

Il 5-FU è un farmaco antimetabolita utilizzato da molti anni in oncologia.

Esiste inoltre una formulazione topica applicata direttamente sulla pelle per il trattamento di determinate lesioni superficiali.

Viene utilizzato, per esempio, in alcune forme di carcinoma basocellulare superficiale e nella malattia di Bowen, cioè il carcinoma squamocellulare in situ, oltre che nelle cheratosi attiniche.

Il trattamento topico presenta però inevitabilmente alcune limitazioni.

Il paziente deve applicare la crema ripetutamente per periodi che possono durare diverse settimane e l’area trattata può sviluppare infiammazione, arrossamento e irritazione.

La quantità di farmaco che raggiunge i diversi strati della pelle dipende inoltre dalla capacità della formulazione di attraversare la barriera cutanea.

Le microneedle costituiscono quindi un metodo alternativo di somministrazione, non una nuova molecola farmacologica.

La curcumina rappresenta il secondo componente

Il secondo composto incorporato nel patch è la curcumina, molecola naturale associata alla Curcuma longa e largamente studiata in ambito farmacologico.

La curcumina presenta proprietà biologiche che hanno attirato l’interesse della ricerca oncologica, ma possiede anche una caratteristica che ne rende complicato l’impiego farmaceutico: è scarsamente solubile in acqua.

Questo dettaglio è importante per comprendere il lavoro della Queen’s University Belfast.

Il 5-FU è relativamente idrofilo.

La curcumina è invece idrofobica.

Inserire contemporaneamente le due sostanze all’interno dello stesso materiale stampabile significa quindi dover gestire componenti con comportamenti chimico-fisici differenti.

È uno dei problemi che il gruppo di Meshram e Lamprou ha cercato di risolvere attraverso la formulazione della resina.

La novità è incorporare i farmaci prima della stampa

Le microneedle contenenti farmaci non sono un’idea completamente nuova.

Una delle strategie già studiate consiste nel produrre prima gli aghi e applicare successivamente il principio attivo sulla loro superficie attraverso coating, inkjet printing o altre tecniche di deposizione.

Questo approccio presenta però alcune limitazioni.

La quantità di sostanza che può essere caricata dipende dalla superficie disponibile.

Il coating deve essere uniforme.

Parte del materiale può andare persa durante manipolazione e applicazione.

Diventa inoltre più difficile controllare con precisione la quantità di farmaco presente nelle diverse zone della microneedle.

Il gruppo della Queen’s University Belfast ha seguito una strada differente.

5-FU e curcumina vengono mescolati direttamente nella resina prima della fabbricazione.

La microneedle nasce quindi già contenente i principi attivi.

Una produzione in un solo passaggio

La procedura viene descritta dagli autori come una strategia di stampa one-step.

La formulazione farmacologica e la fabbricazione tridimensionale vengono integrate nello stesso processo.

Il materiale fotopolimerizzabile contiene contemporaneamente la matrice che formerà la microneedle e i due farmaci.

Dopo la stampa non è quindi necessario realizzare un ulteriore rivestimento farmacologico.

Questo concetto è particolarmente interessante per la produzione farmaceutica personalizzata.

Se geometria e formulazione possono essere controllate digitalmente, in futuro potrebbe essere possibile modificare dimensioni degli aghi, numero degli elementi presenti nel patch e quantità di principio attivo in funzione del trattamento richiesto.

È comunque una prospettiva futura: lo studio dimostra principalmente la fattibilità tecnica della piattaforma.

La tecnologia scelta è la Digital Light Processing

Le microneedle sono state prodotte attraverso Digital Light Processing, DLP, tecnologia di stampa 3D a fotopolimerizzazione.

Il principio è differente dalla normale stampa FFF utilizzata dalle stampanti desktop a filamento.

Una resina liquida fotosensibile viene solidificata selettivamente attraverso l’esposizione alla luce.

Nel sistema DLP viene proiettata l’immagine corrispondente a un intero strato della geometria.

La procedura viene quindi ripetuta fino alla costruzione completa dell’oggetto.

La capacità di realizzare dettagli molto piccoli rende questa famiglia di tecnologie particolarmente interessante per le microneedle.

Un ago lungo poco più di un millimetro deve infatti terminare con una punta sufficientemente definita da penetrare nella superficie cutanea.

Una geometria poco precisa potrebbe ridurre drasticamente l’efficienza del sistema.

PEGDA e VP costituiscono la matrice stampabile

La formulazione sviluppata dai ricercatori utilizza una matrice basata su PEGDA, polyethylene glycol diacrylate, e VP, N-vinylpyrrolidone.

Il materiale deve soddisfare contemporaneamente esigenze molto diverse.

Prima della stampa deve rimanere processabile.

Durante l’esposizione alla luce deve solidificare correttamente.

Una volta prodotto, l’ago deve essere abbastanza resistente da non piegarsi o rompersi durante l’inserimento.

Dopo essere entrato nella pelle deve invece assorbire liquido e consentire la liberazione dei farmaci.

Si tratta quindi di trovare un equilibrio tra stampabilità, resistenza meccanica e comportamento di dissoluzione.

La curcumina crea anche un problema ottico

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda l’interazione fra farmaco e processo produttivo.

Nella stampa DLP la luce non serve soltanto a visualizzare la geometria: provoca direttamente la polimerizzazione del materiale.

Qualsiasi sostanza capace di assorbire parte di quella radiazione può quindi modificare il risultato della stampa.

La curcumina presenta una significativa assorbanza ottica.

Quando viene incorporata nella resina, una parte dell’energia luminosa utilizzata per polimerizzare il materiale viene assorbita dalla molecola.

Se i normali parametri di esposizione vengono mantenuti invariati, alcune zone possono quindi ricevere energia insufficiente e non solidificare correttamente.

Gli autori hanno modificato i tempi di esposizione

Meshram e Lamprou hanno affrontato il problema modificando i parametri di esposizione in funzione della formulazione.

Questo aspetto dimostra perché la stampa 3D farmaceutica sia più complessa rispetto alla semplice produzione di una geometria.

L’aggiunta di un principio attivo può cambiare viscosità, comportamento ottico e reazione alla luce della resina.

Il farmaco diventa quindi contemporaneamente il contenuto terapeutico e una variabile del processo produttivo.

Secondo i risultati dello studio, l’assorbimento causato dalla curcumina può essere compensato senza perdere la precisione necessaria per produrre punte ben definite.

Geometrie definite direttamente dal CAD

Un altro vantaggio della stampa DLP è la possibilità di determinare digitalmente la geometria degli aghi.

Il patch può essere progettato mediante CAD e riprodotto senza dover costruire uno stampo tradizionale dedicato a ogni configurazione.

Questo punto può diventare importante nella medicina personalizzata.

La modifica della geometria potrebbe teoricamente consentire di intervenire sulla profondità di penetrazione, sulla resistenza dell’ago e sulla quantità di materiale presente nel dispositivo.

Una configurazione con un numero maggiore di microneedle potrebbe inoltre contenere una quantità complessiva di principio attivo differente.

L’additive manufacturing permette quindi di collegare più direttamente geometria e dose.

Non significa che la dose possa essere modificata arbitrariamente: ogni configurazione farmaceutica dovrebbe essere validata.

Dal punto di vista produttivo, però, la capacità di cambiare rapidamente geometria è uno dei principali vantaggi della tecnologia.

Oltre il 95% di efficienza nell’inserimento

La capacità delle microneedle di penetrare efficacemente è stata uno degli aspetti verificati dagli autori.

Le strutture ottimizzate hanno mostrato un’efficienza di inserimento superiore al 95% nei test utilizzati nello studio.

È un risultato importante perché la precisione geometrica da sola non sarebbe sufficiente.

Un ago può apparire perfetto al microscopio ma non possedere resistenza sufficiente per attraversare la barriera superficiale.

Il gruppo ha quindi valutato sia la geometria sia il comportamento meccanico delle microneedle.

Sono stati utilizzati modelli sperimentali destinati a simulare la penetrazione nella pelle, comprese prove su tessuti ex vivo.

Questi test permettono di verificare il comportamento fisico del dispositivo prima di procedere verso studi biologici più complessi.

Non significa però che il patch abbia già curato un tumore

Questa distinzione è fondamentale.

Lo studio dimostra che il dispositivo può essere prodotto, che gli aghi possono penetrare nei modelli utilizzati e che i farmaci possono essere caricati e rilasciati.

Non dimostra ancora che il patch sia clinicamente efficace contro un tumore cutaneo nell’uomo.

Gli stessi autori indicano la necessità di future validazioni biologiche.

Siamo quindi in una fase di sviluppo della piattaforma di drug delivery, non davanti a un prodotto medico prossimo alla commercializzazione.

La differenza è importante soprattutto quando un risultato di laboratorio riguarda il trattamento del cancro.

Due farmaci con due comportamenti differenti

Uno dei risultati che dà il nome allo studio è il rilascio bifasico.

5-FU e curcumina non vengono necessariamente liberati con la stessa velocità.

Le differenze nelle loro proprietà chimiche e nell’interazione con la matrice permettono di ottenere profili di rilascio differenti.

Questo comportamento può essere sfruttato nella progettazione di sistemi terapeutici nei quali una sostanza debba diventare disponibile rapidamente e un’altra debba essere rilasciata seguendo una cinetica diversa.

Nella formulazione sviluppata a Belfast il rilascio dei due principi attivi si sviluppa nell’arco di ore e giorni, anziché avvenire istantaneamente al momento dell’applicazione.

La combinazione idrofilo-idrofobo è una parte importante del lavoro

Il fatto che 5-FU e curcumina abbiano proprietà così differenti rende il risultato particolarmente interessante dal punto di vista della formulazione.

Incorporare contemporaneamente un composto idrofilo e uno idrofobo all’interno della stessa resina significa dimostrare che la piattaforma può gestire carichi terapeutici più complessi rispetto a una singola molecola.

Questo potrebbe avere implicazioni che vanno oltre il caso specifico del tumore cutaneo.

Numerose terapie combinano più principi attivi.

Se la produzione additiva riuscisse a integrare molecole differenti all’interno di una stessa struttura, potrebbe diventare possibile progettare dispositivi nei quali la geometria controlla non soltanto la forma del prodotto ma anche la distribuzione dei farmaci.

La stampa 3D modifica il concetto di dosaggio

Nella produzione farmaceutica tradizionale, la dose viene generalmente determinata dalla quantità di principio attivo presente in una compressa, capsula o soluzione.

La stampa 3D introduce un’ulteriore variabile: la geometria.

Se il farmaco è distribuito nella matrice, aumentando o riducendo il volume stampato si può modificare anche la quantità complessiva contenuta nel dispositivo.

La densità e la distribuzione delle microneedle possono diventare quindi parametri di progetto.

È uno dei motivi per cui la stampa 3D viene studiata per la medicina personalizzata.

Un futuro sistema potrebbe teoricamente produrre dispositivi adattati alle necessità terapeutiche di gruppi specifici di pazienti o a diverse dimensioni della zona da trattare.

Qualsiasi implementazione di questo tipo richiederebbe però sistemi di controllo e procedure regolatorie estremamente rigorose.

Il vantaggio potenziale del trattamento localizzato

Per alcune forme superficiali di tumore della pelle esiste una ragione evidente per cercare sistemi di somministrazione locale.

La lesione è fisicamente accessibile dall’esterno.

Non è quindi sempre necessario distribuire il farmaco in tutto l’organismo per raggiungere il bersaglio.

Il trattamento topico con 5-FU utilizza già questo principio.

Le microneedle potrebbero permettere di spingere il concetto un passo più avanti, trasportando direttamente il composto attraverso la barriera superficiale.

Una distribuzione maggiormente concentrata nell’area interessata potrebbe teoricamente permettere un migliore controllo locale della dose e ridurre l’esposizione dei tessuti non interessati.

La dimostrazione di un reale beneficio clinico richiederà però studi dedicati.

Il patch potrebbe ridurre l’impiego di aghi convenzionali

Un altro possibile vantaggio riguarda l’esperienza del paziente.

Le microneedle sono progettate per attraversare lo strato superficiale senza penetrare alla profondità di una normale siringa.

Il sistema può quindi risultare meno invasivo.

Dopo l’applicazione, inoltre, gli aghi si dissolvono.

Non rimangono quindi elementi appuntiti da smaltire.

Il Professor Dimitrios A. Lamprou sottolinea proprio questa caratteristica come possibile sistema per ridurre il rischio di punture accidentali e la quantità di rifiuti sanitari taglienti.

È un vantaggio potenzialmente interessante anche per vaccini e altre terapie somministrate attraverso la pelle.

Meno rifiuti taglienti non significa nessun rifiuto

Il dispositivo continuerebbe naturalmente a produrre un supporto e un imballaggio da smaltire.

La differenza è la scomparsa dell’ago metallico contaminato.

Nel settore sanitario questa categoria di rifiuti richiede contenitori specifici e procedure dedicate.

Per programmi di vaccinazione su larga scala o terapie ripetute, la riduzione dei materiali taglienti potrebbe quindi avere anche un valore logistico.

È uno dei motivi per cui le dissolving microneedles vengono studiate per applicazioni molto differenti.

La produzione senza stampi può facilitare la personalizzazione

Tradizionalmente molte microneedle vengono realizzate utilizzando microstampi.

Il processo può offrire un’elevata produttività quando occorre realizzare grandi quantità di elementi identici.

Diventa però meno flessibile quando si vuole cambiare frequentemente la geometria.

La stampa DLP consente di modificare direttamente il file digitale.

Non è necessario produrre un nuovo stampo per ogni variazione.

Per la ricerca questo permette di sperimentare rapidamente diverse geometrie.

Per una futura produzione personalizzata potrebbe consentire di fabbricare lotti differenti utilizzando la stessa piattaforma.

Ma l’industrializzazione richiederà ripetibilità

La libertà geometrica non basta però per produrre un farmaco.

Un dispositivo medico destinato alla somministrazione di principi attivi deve garantire che ogni patch contenga una quantità di farmaco controllata.

Ogni microneedle deve essere prodotta correttamente.

Il processo di fotopolimerizzazione deve rimanere stabile.

Occorre controllare la presenza di eventuali monomeri residui, la degradazione dei principi attivi, la sterilità, la conservazione e la stabilità nel tempo.

La produzione farmaceutica richiede quindi livelli di ripetibilità molto superiori a quelli normalmente sufficienti nella prototipazione con stampa 3D.

Il lavoro della Queen’s University Belfast rappresenta un punto di partenza per affrontare questi problemi, non la loro soluzione definitiva.

La stabilità dei farmaci durante la stampa è un problema centrale

Qualsiasi processo additive destinato alla farmaceutica deve inoltre evitare di danneggiare il principio attivo.

Alcune tecnologie utilizzano temperature elevate che possono degradare molecole sensibili.

La DLP lavora a temperature inferiori, ma utilizza radiazione luminosa e reazioni di fotopolimerizzazione.

Anche questi fattori possono interferire con i farmaci.

Nel caso della curcumina, la forte interazione con la luce utilizzata per la stampa ha richiesto una specifica ottimizzazione.

Il processo produttivo e la formulazione non possono quindi essere sviluppati indipendentemente.

È necessario progettare contemporaneamente materiale, farmaco e parametri di stampa.

Dalla stampa 3D alla produzione farmaceutica digitale

Questo è forse l’aspetto più significativo dello studio.

La stampa 3D non viene utilizzata semplicemente per creare la forma del patch.

Diventa una parte integrante della formulazione farmaceutica.

La quantità e la posizione del farmaco sono legate direttamente alla geometria prodotta.

Il file digitale diventa quindi un elemento della catena terapeutica.

In prospettiva, questo concetto potrebbe consentire la produzione distribuita di determinate formulazioni in ospedali o farmacie specializzate.

Si tratterebbe però di un cambiamento profondo, perché i sistemi digitali e le stampanti dovrebbero diventare a tutti gli effetti apparecchiature farmaceutiche qualificate.

Un filone di ricerca già sviluppato dal gruppo di Lamprou

Il lavoro sul tumore cutaneo si inserisce in una linea di ricerca più ampia del gruppo guidato da Dimitrios A. Lamprou presso la Queen’s University Belfast.

Il laboratorio studia advanced drug delivery, biofabrication, microfluidica, nanomedicina e tecnologie farmaceutiche avanzate.

Negli anni il gruppo ha sviluppato numerosi progetti nei quali additive manufacturing e somministrazione farmacologica vengono combinati.

Tra le applicazioni studiate figurano microneedle contenenti differenti farmaci, medicazioni stampate in 3D e dispositivi destinati alla medicina personalizzata.

La stessa Meshram e Lamprou avevano pubblicato nel 2025 un lavoro specificamente dedicato alla produzione mould-free di microneedle attraverso resine fotopolimeriche.

Il nuovo studio applica quel principio a una formulazione terapeutica più complessa contenente due composti differenti.

La ricerca precedente aveva affrontato il problema dello stampo

Le microneedle dissolvibili vengono spesso prodotte riempiendo microstampi.

Realizzare strutture direttamente con DLP permette invece di eliminare questa fase.

È una trasformazione analoga a quella che l’additive manufacturing ha introdotto in molti settori industriali: passare da uno strumento fisico dedicato alla produzione diretta dal modello digitale.

Nel settore farmaceutico questo vantaggio può essere particolarmente significativo quando vengono prodotti piccoli lotti oppure dispositivi personalizzati.

Per grandi volumi identici, invece, stampaggio e processi tradizionali potrebbero continuare a essere economicamente più efficienti.

La stampa 3D non sostituirà automaticamente le creme

Il nuovo patch non deve quindi essere presentato come sostituto già disponibile dei trattamenti dermatologici esistenti.

Le neoplasie cutanee comprendono malattie differenti e vengono trattate attraverso chirurgia, creme, crioterapia, terapia fotodinamica e altre procedure a seconda del tipo, della posizione e della profondità della lesione.

Le creme al 5-FU vengono utilizzate solo in specifiche situazioni superficiali.

Un sistema a microneedle dovrebbe dimostrare, attraverso studi comparativi, di offrire benefici sufficienti rispetto a queste terapie.

Potrebbe avere vantaggi in termini di somministrazione, precisione o comodità, ma sono ipotesi che devono essere confermate sperimentalmente.

La personalizzazione rappresenta la prospettiva più interessante

Rutuja Meshram sottolinea il potenziale dell’advanced manufacturing per la medicina personalizzata.

La stampa permette infatti di modificare digitalmente il dispositivo prima della produzione.

In futuro potrebbero essere sviluppati patch con geometrie adattate alla zona da trattare, numero differente di microneedle o quantità diverse di principio attivo.

Potrebbe inoltre diventare possibile distribuire farmaci differenti in zone specifiche della stessa struttura.

È una prospettiva particolarmente interessante per trattamenti combinati.

Il prodotto farmaceutico smetterebbe di essere necessariamente identico per ogni paziente e potrebbe diventare un oggetto fabbricato secondo specifiche terapeutiche definite digitalmente.

Vaccini e altri farmaci potrebbero essere applicazioni future

La piattaforma non è necessariamente limitata al tumore della pelle.

I ricercatori considerano le microneedle dissolvibili potenzialmente utilizzabili anche per vaccini e altre sostanze terapeutiche.

L’interesse internazionale verso questa tecnologia deriva proprio dalla capacità di somministrare molecole attraverso la pelle senza ricorrere alla normale iniezione ipodermica.

Naturalmente ogni nuovo farmaco porrebbe problemi specifici.

Dimensione molecolare, stabilità, dose necessaria e comportamento nella matrice possono cambiare completamente le caratteristiche del dispositivo.

Il risultato di Belfast deve quindi essere considerato una dimostrazione di piattaforma, non una tecnologia immediatamente applicabile a qualsiasi principio attivo.

Prima della clinica servono ancora molte verifiche

La strada verso un prodotto terapeutico utilizzabile è ancora lunga.

Occorre dimostrare l’attività antitumorale della combinazione quando viene somministrata attraverso le microneedle.

Devono essere valutate eventuali reazioni locali ai materiali.

È necessario studiare la distribuzione dei farmaci nel tessuto e verificare quanto profondamente penetrino.

Servono dati tossicologici.

Successivamente sarebbero necessari modelli preclinici più complessi e, soltanto dopo risultati sufficienti, studi clinici sull’uomo.

Il passaggio dal laboratorio alla pratica medica è quindi sostanziale.

Il risultato importante è il processo integrato

Il valore principale della ricerca di Queen’s University Belfast non risiede pertanto nell’annuncio di una nuova cura contro il tumore della pelle.

Risiede nell’aver dimostrato una possibile modalità produttiva.

Due farmaci chimicamente differenti vengono inseriti direttamente in una resina fotopolimerizzabile.

La formulazione viene stampata attraverso DLP.

La geometria ottenuta mantiene punte sufficientemente definite e resistenti.

Le microneedle penetrano efficacemente nei modelli sperimentali.

Una volta esposte all’ambiente acquoso, rilasciano i due composti seguendo un comportamento controllato e bifasico.

Tutto questo avviene senza dover produrre prima gli aghi e rivestirli successivamente con il farmaco.

La stampa 3D diventa parte del farmaco

È proprio questa integrazione a rendere il progetto interessante per il futuro della produzione farmaceutica.

In un normale componente industriale, il materiale e la forma definiscono soprattutto proprietà meccaniche.

In un dispositivo farmacologico stampato, la geometria può contribuire anche a determinare dose, area di contatto, profondità di somministrazione e velocità di rilascio.

Il design digitale entra quindi direttamente nel comportamento terapeutico del prodotto.

Questo è uno dei campi nei quali l’additive manufacturing potrebbe avere un ruolo molto diverso da quello normalmente associato alla stampa 3D.

Non si tratta soltanto di produrre oggetti complessi.

Si tratta di utilizzare la geometria e il processo produttivo per controllare come una sostanza viene somministrata all’organismo.

Il patch sviluppato da Rutuja N. Meshram e Dimitrios A. Lamprou rappresenta ancora una tecnologia sperimentale, ma mostra con chiarezza questa direzione: passare da medicinali fabbricati in forme standard a dispositivi nei quali formulazione farmaceutica e struttura tridimensionale vengono progettate insieme.

Se le future fasi di validazione biologica confermeranno il potenziale del sistema, le microneedle dissolvibili stampate in 3D potrebbero diventare una delle piattaforme da considerare per il rilascio localizzato e personalizzato di farmaci, non soltanto in dermatologia ma in un insieme molto più ampio di applicazioni terapeutiche.

Questo articolo è stato redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale (AI)

Di Fantasy

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