Prusa Research ha introdotto ColorMix, un nuovo sistema software per ottenere molte più tonalità nella stampa 3D FDM multimateriale senza dover caricare una bobina diversa per ogni colore desiderato. L’idea è semplice da spiegare, ma complessa da rendere affidabile: invece di miscelare fisicamente il materiale come farebbe una macchina industriale con ugelli dedicati, ColorMix alterna strati sottili di filamenti diversi e sfrutta la percezione visiva per far apparire un colore intermedio.

Il sistema è stato integrato in PrusaSlicer 2.9.6-beta1 e in EasyPrint, la piattaforma di slicing semplificata legata all’ecosistema Prusa e Printables. Prusa ha pubblicato anche il modello di previsione colore come progetto open source sotto licenza MIT, con l’obiettivo di permettere alla comunità di studiarlo, verificarlo, migliorarlo e adattarlo ad altri flussi di lavoro.

Il tema interessa soprattutto chi stampa modelli decorativi, miniature, oggetti da esposizione, gadget, giocattoli, elementi cosplay e parti dove il colore ha un ruolo estetico. Non è una funzione pensata per sostituire il PETG, l’ABS, l’ASA o il nylon nelle applicazioni meccaniche, ma per rendere più flessibile la stampa a colori su macchine che già dispongono di cambio filamento, MMU, AMS o più utensili.

Dal FullSpectrum della comunità a una funzione integrata in PrusaSlicer

ColorMix non nasce dal nulla. La sperimentazione sulla stampa “full spectrum” con filamenti FDM si è sviluppata nella comunità attraverso progetti come OrcaSlicer-FullSpectrum di Ratdoux, il lavoro di Justin H. Rahb sul filament-mixer e strumenti come PeggyPalette, usati per confrontare combinazioni di colori e risultati reali.

Il principio di base era già emerso: se una stampante può cambiare materiale tra uno strato e l’altro, allora può alternare due o tre colori in sequenza e creare una tonalità percepita diversa. Per esempio, uno strato magenta e uno strato giallo, alternati con sufficiente regolarità, possono generare un’impressione visiva vicina all’arancio. Non si tratta di una fusione del materiale, ma di una miscela ottica.

Prusa Research ha scelto di portare questa idea dentro i propri strumenti, lavorando su tre fronti: PrusaSlicer, EasyPrint e Prusament. La parte software serve a rendere più semplice la preparazione del file. La parte materiali serve invece a creare una base più prevedibile, perché il risultato dipende molto dal colore reale, dalla trasparenza, dalla finitura e dal comportamento ottico dei filamenti.

Come funziona ColorMix

La stampa 3D FDM non può comportarsi come una stampante a getto d’inchiostro. Nel 2D, il colore viene ottenuto depositando punti minuscoli di inchiostro ciano, magenta, giallo e nero sulla carta. Nella stampa FDM, invece, il materiale viene estruso in linee e strati. ColorMix trasferisce la logica del mezzotono dalla superficie piana alla struttura stratificata dell’oggetto.

Il modello non prova a mescolare plastica fusa in un’unica massa omogenea. Alterna filamenti diversi tra gli strati e calcola quale colore dovrebbe essere percepito guardando il pezzo a distanza normale. È una tecnica adatta a superfici laterali, pareti visibili e parti in cui gli strati contribuiscono alla lettura del colore.

Prusa utilizza rapporti discreti, non percentuali libere. I rapporti più pratici sono 75:25, 50:50, 25:75 e 33:33:33. Questo perché una miscela 50:50 può essere ottenuta alternando uno strato di un colore e uno strato di un altro colore. Una miscela 75:25 corrisponde a tre strati di un colore e uno dell’altro. Una miscela 33:33:33 usa tre colori in equilibrio. Rapporti come 30:70 richiederebbero sequenze più lunghe, con più rischio di bande visibili e perdita di dettaglio verticale.

Questa scelta è importante: ColorMix non promette un selettore colore infinito. Offre una tavolozza più ampia e più gestibile rispetto ai soli colori caricati fisicamente sulla macchina. L’obiettivo è produrre tonalità utili e ripetibili, non sostituire una vera stampa full color industriale.

Perché Prusa parla di CMYKW

Prusa sta preparando un set Prusament CMYKW, cioè composto da ciano, magenta, giallo, nero e bianco. È un riferimento evidente alla logica CMYK della stampa tradizionale, con l’aggiunta del bianco perché nella stampa 3D il supporto non è un foglio bianco come nella stampa su carta. Il colore di base del materiale conta e il bianco diventa un ingrediente vero della tavolozza.

Il nero è altrettanto importante. Un sistema basato solo su ciano, magenta, giallo e bianco può creare molte tonalità, ma fatica a ottenere un nero convincente. In molti casi il risultato tende a un grigio scuro con dominante blu o violacea. Inserire un filamento nero dedicato permette di ottenere ombre, contorni e toni scuri più credibili.

Con cinque filamenti ben scelti, una macchina multimateriale può generare molte più tonalità rispetto ai soli cinque colori caricati. Questo è il punto più interessante per gli utenti: non serve acquistare, conservare e montare decine di bobine per ogni variante cromatica. Il software può creare colori intermedi usando ciò che è già montato sulla stampante.

Quali stampanti possono usarlo

ColorMix non è legato solo a una specifica architettura hardware. Può funzionare su sistemi toolchanger, su macchine con MMU e su stampanti con sistemi di cambio filamento simili agli AMS. La differenza principale è pratica, non teorica.

Su una macchina toolchanger, come una Original Prusa XL con più testine, il cambio tra colori può essere più efficiente perché ogni utensile ha già il proprio filamento pronto. Il problema da controllare è l’allineamento tra gli ugelli: se gli offset XY non sono precisi, il colore può risultare meno uniforme sulle superfici.

Su una macchina a singolo ugello con cambio filamento, come una configurazione MMU o AMS, non c’è il problema dell’allineamento tra ugelli, perché il materiale esce sempre dalla stessa testina. In compenso ogni cambio colore richiede spurgo, gestione del materiale residuo e tempi aggiuntivi. In questi casi la stampa può diventare più lenta e generare più scarto.

Il modello ColorMix non “sa” se la macchina è un toolchanger o un sistema a singolo ugello. Calcola la tonalità in base ai colori di partenza e al rapporto tra gli strati. Sarà poi lo slicer a tradurre quella scelta in cambi utensile, cambi filamento, purge tower o altre strategie operative.

Il ruolo di PrusaSlicer 2.9.6 e di EasyPrint

In PrusaSlicer 2.9.6-beta1 compare un nuovo flusso per creare estrusori virtuali. L’utente parte dai filamenti caricati sulla stampante, apre la funzione ColorMix, genera combinazioni virtuali e poi usa questi colori come se fossero strumenti normali nella pittura multimateriale del modello.

Questo significa che il colore misto non va impostato ogni volta manualmente con sequenze complicate. Una volta generata la tavolozza, l’utente può assegnare le tonalità a parti, volumi o superfici del modello. Il backend dello slicer si occupa della parte tecnica.

EasyPrint va nella stessa direzione, ma con un approccio ancora più guidato. L’obiettivo è far sembrare il processo più vicino alla pittura digitale che alla configurazione di una macchina. In pratica, si caricano i filamenti, si visualizzano le tonalità disponibili e si applicano al modello.

Questa scelta è significativa perché molte funzioni avanzate della stampa 3D restano poco usate non perché manchino, ma perché richiedono passaggi tecnici scoraggianti. ColorMix prova a ridurre la distanza tra possibilità hardware e uso quotidiano.

Un modello calibrato su stampe reali

La parte più tecnica del progetto riguarda la previsione del colore. Prusa non si è limitata a calcolare una media RGB tra due colori. Una media matematica dei valori visualizzati sullo schermo può dare un risultato molto diverso dalla plastica stampata. I filamenti non sono pixel luminosi, hanno pigmenti, opacità, riflessione, trasparenza e comportamento diverso quando sono depositati in strati sottili.

Il modello ColorMix parte dalla logica del mezzotono e usa come riferimento l’equazione di Yule-Nielsen, impiegata per descrivere la percezione dei colori nella stampa. A questa base Prusa ha aggiunto correzioni derivate da misurazioni su stampe FDM reali. Le correzioni tengono conto di fenomeni come l’oscuramento nelle miscele ad alto contrasto, la perdita di saturazione nelle tonalità chiare e alcuni spostamenti di tinta nelle zone ciano-blu.

Un aspetto importante è il metodo di misura. Prusa ha stampato campioni dei colori base e delle miscele, poi li ha misurati nella stessa sessione con un colorimetro. In questo modo eventuali piccoli errori dello strumento o variazioni di ambiente pesano in modo coerente sui colori base e sulle miscele. La previsione non nasce solo da teoria, ma da un confronto con pezzi stampati.

Il modello iniziale è stato calibrato soprattutto con Prusament PLA su Prusa XL. Questo non vuol dire che ColorMix funzioni solo in quella combinazione, ma significa che i risultati più affidabili si attendono con materiali simili a quelli usati per la calibrazione. Con PETG, ABS, PLA di altri marchi o filamenti speciali con glitter, particelle metalliche o finiture particolari, il comportamento può cambiare.

OpenPrintTag e il problema dei dati sui materiali

ColorMix non vive isolato. Prusa lo collega anche a OpenPrintTag, un’iniziativa aperta per associare dati leggibili ai materiali di stampa 3D. L’idea è che una bobina non debba essere solo un oggetto fisico con un’etichetta stampata, ma possa portare dati sul materiale, sul colore, sulla quantità residua e su altre proprietà utili alla macchina e al software.

La banca dati OpenPrintTag raccoglie informazioni su marchi, materiali, confezioni e contenitori. Per ColorMix questo può diventare utile perché la previsione del colore dipende dalla conoscenza dei filamenti. Se il software conosce con maggiore precisione il colore reale di una bobina, può proporre miscele più sensate e ridurre la distanza tra anteprima e stampa.

Il tema è più ampio della sola stampa a colori. Un database aperto dei materiali può aiutare anche nella gestione dell’inventario, nella tracciabilità e nell’integrazione tra hardware, slicer e materiali di marchi diversi. Prusa lo presenta come uno standard aperto, non come un sistema chiuso per bloccare l’utente dentro un solo ecosistema.

I limiti da non ignorare

ColorMix è interessante, ma va raccontato con misura. Non è una stampa 3D full color paragonabile alle tecnologie a getto di legante o ad altri processi industriali in grado di depositare colore in modo molto più continuo. È una tecnica FDM basata sull’alternanza degli strati. Per questo funziona meglio su certi modelli e peggio su altri.

Le superfici verticali e leggermente inclinate possono mostrare bene l’effetto di miscela. Le superfici superiori, invece, restano un problema più complesso perché l’osservatore vede l’ultimo strato depositato, non una sequenza laterale di strati alternati. Anche i gradienti continui non sono ancora una funzione banale: passare da un colore all’altro in modo morbido richiede strategie di slicing più sofisticate.

C’è poi il costo in tempo e materiale. Su sistemi a singolo ugello, ogni cambio colore può richiedere spurgo. Se l’oggetto usa molte tonalità miste e cambi frequenti, la stampa può diventare lunga e meno efficiente. Su sistemi toolchanger il processo può essere più rapido, ma diventa essenziale la precisione meccanica della macchina.

Anche la fedeltà colore dipende dalle bobine. Due filamenti chiamati “ciano” da produttori diversi possono avere tonalità, saturazione e trasparenza differenti. Anche due lotti dello stesso colore possono non essere identici. Per questo Prusa sta lavorando su un set Prusament CMYKW: un gruppo di materiali controllati dovrebbe rendere il sistema più prevedibile per chi vuole partire senza troppe prove.

Cosa cambia per gli utenti

Per chi stampa già in multimateriale, ColorMix può ridurre la necessità di tenere molte bobine montate o disponibili. Un utente che lavora con modelli decorativi potrebbe caricare cinque colori base e ottenere una tavolozza più ampia per personaggi, oggetti da scrivania, insegne, componenti estetici e modelli educativi.

Per i possessori di Prusa XL a cinque utensili, il set CMYKW appare particolarmente coerente: ogni colore base può avere il proprio tool. Per chi usa MMU o sistemi simili, il vantaggio resta, ma va valutato insieme ai tempi di cambio e al materiale purgato.

Per la comunità open source, il fatto che il modello sia sotto licenza MIT è un punto rilevante. Il codice può essere analizzato, integrato, confrontato e migliorato. Questo può favorire anche l’adozione in altri slicer o in strumenti di anteprima colore, a patto che arrivino dati sufficienti da materiali e macchine diverse.

Perché è importante per Prusa

Prusa Research sta usando ColorMix per rafforzare vari pezzi del proprio ecosistema: hardware multimateriale, PrusaSlicer, EasyPrint, Prusament e OpenPrintTag. Non è solo una funzione aggiunta allo slicer. È un modo per collegare meglio materiali, software e stampanti.

Da un lato c’è il lavoro della comunità, che ha dimostrato la validità della tecnica. Dall’altro c’è l’intervento di un produttore che prova a renderla più accessibile e meno artigianale. La parte più interessante non è tanto l’effetto “wow” del colore, quanto il tentativo di trasformare una procedura da smanettoni in uno strumento ripetibile.

La stampa 3D desktop è piena di funzioni nate nei forum, nelle fork software e nei profili condivisi dagli utenti. Quando queste idee vengono portate dentro uno slicer principale, con interfaccia pulita e modello documentato, possono raggiungere un pubblico molto più ampio.

Una funzione da provare con aspettative corrette

ColorMix non elimina la necessità di test. Chi vuole risultati precisi dovrà stampare campioni, confrontare le tonalità e capire come si comportano i propri filamenti. La stessa Prusa invita la comunità a contribuire con misurazioni e prove, perché il problema del colore non si risolve solo con una formula.

Il valore pratico della funzione sarà maggiore per chi accetta una certa variabilità cromatica e vuole soprattutto ampliare la tavolozza disponibile. Per un personaggio, un giocattolo, un elemento decorativo o un oggetto promozionale, avere molte tonalità credibili può bastare. Per applicazioni dove il colore deve rispettare standard rigidi, serviranno controlli più severi.

ColorMix mostra comunque una direzione chiara: nella stampa 3D FDM il colore non dipende solo dal numero di bobine montate, ma anche dal modo in cui il software usa quelle bobine. La prossima fase della stampa multimateriale potrebbe passare meno dall’aggiunta di nuovi porta-bobine e più da modelli software capaci di sfruttare meglio il materiale già disponibile.

Prusa ColorMix si inserisce proprio in questo passaggio: non cambia la natura della stampa FDM, ma offre agli utenti multimateriale un modo più ordinato per creare tonalità intermedie, con un modello aperto, un’integrazione diretta nello slicer e un legame con dati materiali più strutturati. Per chi stampa oggetti dove il colore conta, è una funzione da seguire con attenzione e da valutare con prove reali sui propri filamenti.

Di Fantasy

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