La stampa 3D a estrusione di pasta continua ad allargare il proprio campo d’azione oltre argille, cementi, bioceramiche e impasti alimentari. Un nuovo studio scientifico mostra come la gomma arabica possa essere usata come legante naturale per trasformare la lolla di riso in una pasta stampabile in 3D.

Il tema è interessante perché mette insieme due elementi molto diversi ma compatibili: da un lato un residuo agricolo abbondante, leggero e ricco di silice; dall’altro un materiale vegetale già noto come addensante, adesivo e stabilizzante in diversi settori industriali.

L’obiettivo non è sostituire PLA, ABS, resine o metalli nei loro campi di applicazione, ma capire se sia possibile costruire una filiera diversa: più locale, meno dipendente da polimeri sintetici e adatta a oggetti rigidi o semi-rigidi ottenuti con stampa 3D a temperatura ambiente.

La ricerca dietro il materiale

Il lavoro scientifico si intitola “Gum Arabic as a Binder for Paste Extrusion Additive Manufacturing Using Rice Husks” ed è stato pubblicato su Engineering, Technology & Applied Science Research. Gli autori sono Beinomugisha Vian, Samuel Kabini Karanja, James Wamai Mwangi e Leif Bretschneider.

La ricerca coinvolge il Pan African University of Basic Science, Technology and Innovation – PAUSTI di Juja, in Kenya, la Jomo Kenyatta University of Agriculture and Technology – JKUAT, sempre a Juja, e l’Institute of Machine Elements, Engineering Design and Manufacturing – IMKF della Technische Universität Bergakademie Freiberg, in Germania.

Il progetto ha ricevuto supporto anche dal German Federal Ministry of Research, Technology and Space – BMFTR attraverso il progetto RAMMforIU, oltre alla collaborazione tra JKUAT e TUBAF.

Nel lavoro compaiono inoltre alcune aziende legate agli strumenti di prova e preparazione: Haver & Boecker per la setacciatura, KERN & Sohn per l’analisi dell’umidità e Shimadzu Corporation per le prove meccaniche. Per lo slicing dei campioni è stato usato PrusaSlicer 2.9.3, software associato all’ecosistema Prusa.

Perché usare la lolla di riso nella stampa 3D

La lolla di riso è lo strato esterno che protegge il chicco durante la crescita. Dopo la lavorazione del riso diventa un sottoprodotto agricolo disponibile in grandi quantità. In molti contesti viene bruciata, usata come combustibile a basso valore o lasciata come materiale di scarto.

Dal punto di vista dei materiali, però, non è un residuo qualunque. Contiene componenti lignocellulosiche e una quota rilevante di silice. Questa combinazione la rende interessante come riempitivo naturale, come precursore per materiali porosi e come base per compositi a basso costo.

Il problema è che la lolla di riso, da sola, non può essere stampata. È leggera, irregolare, porosa e non possiede una coesione sufficiente per formare strati stabili. Per trasformarla in un materiale da estrusione serve un legante che tenga insieme le particelle, regoli la viscosità dell’impasto e consenta al filamento depositato di mantenere la forma.

Qui entra in gioco la gomma arabica.

Il ruolo della gomma arabica

La gomma arabica è un essudato naturale ricavato da alberi di acacia. È solubile in acqua e viene usata da tempo come addensante, stabilizzante, adesivo e agente filmogeno. Queste caratteristiche sono utili anche nella stampa 3D a estrusione di paste.

Per funzionare bene, una pasta stampabile deve comportarsi in modo particolare: deve scorrere quando viene spinta attraverso l’ugello, ma deve recuperare consistenza appena depositata. In termini più tecnici, deve avere un comportamento pseudoplastico, una soglia di scorrimento adeguata e una buona capacità di recupero dopo lo sforzo di estrusione.

Se l’impasto è troppo liquido, gli strati collassano. Se è troppo denso, l’ugello si intasa o richiede pressioni elevate. Se il legante è insufficiente, il pezzo si sbriciola dopo l’asciugatura. Se il legante è eccessivo, aumentano ritiri, deformazioni e tempi di essiccazione.

Il lavoro degli autori si concentra proprio su questo equilibrio.

Come è stata preparata la pasta stampabile

La lolla di riso è stata essiccata al sole per 72 ore, in modo da ridurre l’umidità e limitare grumi e agglomerazioni durante le fasi successive. Il materiale è stato poi ridotto di dimensione con un mulino a martelli e raffinato con un mulino a sfere, fino a ottenere polveri sotto i 250 micrometri.

Le particelle sono state classificate in tre fasce: inferiori a 90 micrometri, comprese tra 90 e 125 micrometri, e comprese tra 125 e 250 micrometri.

Anche la gomma arabica è stata essiccata, macinata e setacciata. I ricercatori hanno poi preparato miscele con rapporti differenti tra riempitivo e legante: 7:1, 7:2 e 7:3. In altre parole, la quantità di gomma arabica è stata aumentata gradualmente per verificare l’effetto sulla scorrevolezza, sulla tenuta della forma e sulle proprietà meccaniche finali.

La pasta è stata preparata con acqua trattata e testata a temperatura ambiente. I campioni sono stati estrusi con un sistema FFF modificato, dotato di un meccanismo a siringa con pistone. Non si tratta quindi della classica stampa FDM con filamento fuso, ma di una estrusione di pasta: il materiale viene spinto attraverso un ugello e depositato strato dopo strato seguendo un percorso generato da file STL e G-code.

Una stampante FFF modificata per estrudere paste

Uno degli aspetti pratici dello studio è l’uso di un sistema modificato internamente. La macchina non fonde un filamento, ma spinge la miscela attraverso una siringa grazie a un attuatore controllato da motore passo-passo.

I campioni stampati sono stati cilindri per le prove di compressione e barrette rettangolari per le prove a flessione. I modelli sono stati preparati in CAD, esportati in STL e convertiti in G-code con PrusaSlicer.

L’ugello usato aveva diametro di 4 mm, quindi parliamo di una stampa a cordoni larghi, adatta a materiali granulari e paste viscose. Non è un processo pensato per dettagli fini come quelli di una stampante a resina o di una FDM con ugello da 0,4 mm. Il suo campo naturale è quello di oggetti più grossolani, elementi porosi, inserti, campioni strutturali, packaging rigido o semi-rigido e componenti in cui conta più il volume che la precisione estetica.

La finestra di stampa più stabile

I risultati indicano che le paste a base di lolla di riso e gomma arabica sono stampabili quando la dimensione delle particelle resta sotto i 250 micrometri. La frazione che ha dato il comportamento più regolare in estrusione è quella compresa tra 90 e 125 micrometri.

Questa dimensione ha prodotto deposizione continua del filamento, minore intasamento dell’ugello, larghezza più costante e risposta più stabile nelle fasi di avvio e arresto dell’estrusione.

Le particelle troppo fini trattengono più acqua a causa della maggiore superficie specifica. Questo può rendere la miscela più sensibile all’umidità e influenzare il comportamento in asciugatura. Le particelle più grandi, invece, possono migliorare alcune prestazioni meccaniche, ma complicano la deposizione e aumentano il rischio di irregolarità dimensionali.

La finestra di processo individuata comprende portate tra 40 e 72 mm³/s, con un valore di 60 mm³/s indicato come particolarmente adatto per ottenere buona definizione e deviazioni dimensionali più contenute.

Il passaggio delicato dell’asciugatura

Dopo la stampa, i campioni sono stati lasciati esposti all’aria per favorire l’evaporazione graduale dell’umidità superficiale. Questo passaggio serve a ridurre deformazioni e fessurazioni. I pezzi sono poi stati asciugati in forno a temperature comprese tra 45 e 55 °C.

L’asciugatura è un punto critico per tutti i materiali a base acquosa. Una perdita d’acqua troppo veloce può generare tensioni interne, ritiri non uniformi e crepe. Una perdita d’acqua troppo lenta allunga il processo e può lasciare il materiale instabile. Gli autori indicano che temperature superiori a 60 °C possono danneggiare la microstruttura interna e peggiorare le prestazioni meccaniche.

Questo dettaglio è importante: la stampa 3D di paste naturali non finisce quando l’ugello smette di muoversi. Il post-processing è parte del processo, al pari dell’estrusione.

Le proprietà meccaniche misurate

Le prove meccaniche sono state condotte con una macchina universale Shimadzu, presso la Jomo Kenyatta University of Agriculture and Technology. I campioni sono stati testati senza carteggiatura, quindi nelle condizioni effettive di stampa.

Nei test a flessione, l’aumento del contenuto di gomma arabica ha migliorato la coesione del materiale. Per la frazione più grande, compresa tra 125 e 250 micrometri, il rapporto 7:3 tra lolla di riso e gomma arabica ha raggiunto una resistenza a flessione di 8,29 MPa.

Nei test a compressione, lo stesso rapporto 7:3 ha portato il valore massimo a circa 5,05 MPa. Gli autori segnalano che questo valore supera quello di alcuni materiali convenzionali da imballaggio, come il polistirene espanso e la polpa modellata, almeno nel confronto sulle resistenze indicate nello studio.

Va letto nel modo corretto: non significa che il materiale sia automaticamente pronto a sostituire gli imballaggi in ogni settore, ma mostra che una pasta agricola con legante vegetale può arrivare a valori di compressione non banali per applicazioni rigide o semi-rigide.

Il compromesso tra stampabilità e resistenza

Lo studio mette in evidenza un compromesso tipico dei materiali compositi: la miscela più facile da stampare non coincide sempre con quella più resistente.

La frazione 90–125 micrometri è risultata la più regolare in estrusione. Le particelle tra 125 e 250 micrometri hanno però dato i valori meccanici più alti. Questo può dipendere da un migliore trasferimento del carico tra particelle e matrice legante, ma anche dalla minore richiesta di legante rispetto a particelle più fini.

Per un eventuale uso pratico, la scelta dipenderebbe dall’applicazione. Se serve un materiale facile da depositare e più prevedibile dimensionalmente, la frazione media può essere preferibile. Se serve più resistenza alla compressione o alla flessione, la frazione più grossolana può essere utile, a patto di accettare una stampa meno fine e una maggiore attenzione ai parametri.

Cosa succede dentro il materiale

Le immagini al microscopio elettronico riportate nello studio mostrano un dettaglio interessante: le fratture non sembrano dovute a un semplice distacco pulito tra particelle di lolla e legante. Sulle superfici sono presenti residui della matrice, segno che la gomma arabica aderisce alle particelle e che il cedimento avviene in buona parte all’interno del legante stesso.

Questo suggerisce che la gomma arabica non agisce solo come “colla” generica, ma contribuisce a creare un’interfaccia abbastanza efficace con la parte lignocellulosica e silicea della lolla di riso.

Per la stampa 3D questo è un punto importante. La deposizione strato su strato richiede adesione interna e adesione tra gli strati. Se il legante non lavora bene su entrambi i fronti, il pezzo può rompersi facilmente lungo le linee di deposizione.

Dove potrebbe essere usato un materiale di questo tipo

Le applicazioni più plausibili non sono quelle dei componenti strutturali ad alte prestazioni. Il materiale resta sensibile all’acqua, richiede asciugatura controllata e ha una risoluzione legata a ugelli grandi.

Le aree più coerenti sono altre: imballaggi rigidi o semi-rigidi, inserti protettivi, anime temporanee, pannelli leggeri, oggetti dimostrativi, elementi per design sperimentale, modelli architettonici, componenti porosi e manufatti per didattica o ricerca.

In territori dove la lolla di riso è disponibile localmente, una tecnologia di questo tipo potrebbe avere senso in fablab, università, centri di ricerca agricola, laboratori di economia circolare e piccole filiere produttive. Il valore non sta solo nella prestazione del materiale, ma nella possibilità di trasformare uno scarto locale in un oggetto fisico con attrezzature relativamente semplici.

I limiti da considerare

La gomma arabica è biodegradabile e idrofila. Questo è un vantaggio dal punto di vista ambientale, ma un limite per la durabilità. In ambienti umidi, i pezzi potrebbero assorbire acqua, perdere rigidezza o deformarsi. Per usi più impegnativi servirebbero trattamenti successivi, rivestimenti, reticolazione del legante o combinazioni con altri materiali.

La granulometria della lolla è un altro punto da controllare. Particelle troppo grandi possono intasare l’ugello o creare cordoni irregolari. Particelle troppo fini possono cambiare il comportamento reologico e aumentare la ritenzione d’acqua. Anche la qualità della lolla dipende dalla varietà di riso, dal luogo di coltivazione, dalla lavorazione e dal grado di pulizia del materiale.

C’è poi il tema della ripetibilità. Un materiale agricolo non è uniforme come un granulo industriale. Per passare dal laboratorio a una produzione più ampia servirebbero protocolli chiari di essiccazione, macinazione, setacciatura, miscelazione, stampa e asciugatura.

Non un nuovo filamento, ma una strada diversa

Questo studio non riguarda un filamento commerciale per stampanti desktop. Non si inserisce nel mercato del PLA caricato con fibre naturali, del PETG riciclato o dei compositi a base polimerica. Qui il processo è diverso: si parte da polvere vegetale, acqua e gomma arabica, e si lavora con estrusione di pasta.

È una direzione più vicina alla stampa 3D di argille, cementi, biopaste e materiali semi-solidi. Il vantaggio è la possibilità di usare materie prime poco costose, anche locali. Lo svantaggio è la maggiore complessità nella preparazione della miscela e nel controllo dell’essiccazione.

Per questo il risultato va letto come un passo di ricerca, non come un prodotto già pronto per il mercato. La parte più utile dello studio è la definizione di una finestra di processo: dimensione delle particelle, rapporto lolla-legante, portata, ugello e asciugatura.

Perché questa ricerca conta per la manifattura additiva

La manifattura additiva sta cercando materiali diversi dai polimeri convenzionali. Non tutti devono servire per componenti tecnici ad alte prestazioni. Alcuni possono servire per ridurre sprechi, usare risorse locali, produrre oggetti temporanei, creare imballaggi su misura o trasformare biomasse in prodotti con un valore maggiore.

La combinazione tra lolla di riso e gomma arabica va in questa direzione. Non promette pezzi impermeabili, elastici o resistenti come materiali industriali consolidati. Mostra però che un residuo agricolo può essere convertito in una pasta stampabile, con proprietà meccaniche misurabili e una logica di processo compatibile con macchine modificate a basso costo.

Il prossimo passaggio sarà capire come migliorare durabilità, resistenza all’umidità, precisione dimensionale e scalabilità. Serviranno prove su geometrie più complesse, cicli di asciugatura ottimizzati, test ambientali e valutazioni sul costo reale della preparazione del materiale.

Per ora il dato principale è chiaro: la gomma arabica può funzionare come legante naturale per paste a base di lolla di riso, e la stampa 3D a estrusione può diventare uno strumento per valorizzare uno scarto agricolo che oggi viene spesso usato molto al di sotto del suo potenziale.

Di Fantasy

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