La University of Colorado Anschutz School of Dental Medicine, spesso indicata come CU Anschutz, sta portando avanti un programma di ricerca dedicato alle dentiere stampate in 3D con tecnologia inkjet multimateriale. L’obiettivo non è solo produrre una protesi più in fretta, ma ripensare il modo in cui base gengivale, denti, proprietà meccaniche, estetica e igiene orale vengono progettati nello stesso dispositivo.

Il progetto è guidato da Jeffrey Stansbury, PhD, professore e senior associate dean for research alla CU Anschutz School of Dental Medicine. Il suo gruppo lavora su polimeri fotopolimerizzabili ad alte prestazioni, pensati per essere depositati come “inchiostri” durante la stampa 3D. La ricerca si collega anche ai laboratori di Devatha Nair, PhD, e Michael Schurr, PhD, che stanno sviluppando materiali antimicrobici e antifungini da integrare nella protesi o applicare come rivestimento.

Perché le dentiere tradizionali sono ancora un problema aperto

Le protesi mobili tradizionali sono dispositivi molto diffusi, ma il loro processo produttivo conserva diversi passaggi manuali. Nelle dentiere analogiche si parte da impronte e modelli, si passa alla fabbricazione della base e dei denti, poi all’assemblaggio, alla rifinitura e agli aggiustamenti. Ogni passaggio può introdurre piccole variazioni dimensionali. Il risultato è che molti pazienti devono tornare dal dentista per ribasature, ritocchi e correzioni della forma.

Anche i materiali hanno compromessi. I denti in acrilico sono più economici ma possono consumarsi, alterando occlusione, masticazione e fonazione. Le soluzioni in porcellana o ceramica offrono una resa estetica diversa, ma sono più pesanti e fragili in caso di urti. La dentiera, quindi, non è solo una questione di “sostituire i denti”: deve permettere al paziente di parlare, masticare, mantenere una dieta più equilibrata e ridurre le conseguenze di una perdita dentale non trattata.

La stampa 3D dentale passa dal modello alla protesi funzionale

La digitalizzazione ha già cambiato il lavoro odontoiatrico. Le scansioni intraorali hanno ridotto il ricorso ai calchi fisici e permettono di trasformare la geometria della bocca in un file digitale. Da qui si può passare alla progettazione CAD e alla produzione, tramite fresatura o stampa 3D. Questo flusso ha reso più veloce la realizzazione di modelli, guide e dispositivi dentali, ma per le dentiere funzionali la questione è più complessa.

Molte dentiere stampate in 3D usano processi a vasca con resine fotopolimeriche. In questi casi, base e denti possono essere prodotti separatamente e poi uniti. Il punto debole resta proprio l’unione tra le parti: incollaggi, adattamenti e materiali singoli limitano la possibilità di ottimizzare ogni zona della protesi. Il lavoro della CU Anschutz si concentra invece sulla stampa inkjet multimateriale, dove microgocce di materiali diversi vengono depositate nello stesso strato e fissate con luce durante il processo.

Una dentiera in un unico pezzo, ma con più materiali

Il concetto chiave è la dentiera monolitica multimateriale. Monolitica non significa “un solo materiale”, ma un solo corpo costruito senza incollare denti e base dopo la stampa. Con l’inkjet 3D, il materiale del dente, quello della base e il materiale di supporto possono essere posizionati nello stesso ciclo, strato per strato. La CU Anschutz spiega che questo approccio permette di costruire l’intera dentiera, base e denti, in un’unica produzione e in poche ore.

Dal punto di vista meccanico, l’assenza di un’interfaccia incollata può migliorare la robustezza complessiva. Dal punto di vista estetico, la deposizione controllata dei materiali permette di variare colore, opacità e traslucenza, ad esempio rendendo il bordo del dente più traslucido e il corpo più opaco. Dal punto di vista funzionale, la ricerca punta anche a distribuire rigidità, elasticità e tenacità in zone diverse della protesi, così da ottenere strutture più sottili dove possibile e più resistenti dove serve.

Il 3D Print Hub della CU Anschutz

Per portare questa ricerca più vicino alla pratica clinica, la CU Anschutz School of Dental Medicine ha aperto un 3D Print Hub dedicato alla stampa 3D dentale. Il laboratorio collega ricerca sui materiali, produzione additiva multimateriale, formazione degli studenti e studi clinici. Una stampante rimane nel laboratorio Stansbury per lo sviluppo dei materiali, mentre un’altra è destinata all’uso clinico nel nuovo hub.

Questo passaggio è importante perché permette agli studenti e ai docenti di lavorare su casi reali, non solo su dimostrazioni di laboratorio. La prima sperimentazione clinica prevista confronterà dentiere analogiche realizzate per compressione con dentiere stampate inkjet, usando un disegno in cieco per valutare soddisfazione dei pazienti e risultati funzionali. Le dentiere già disponibili sono state autorizzate dalla FDA, ma non sono ancora state valutate in uno studio clinico controllato.

Il ruolo di Myerson e Henry Schein

La ricerca della CU Anschutz non resta isolata all’università. Jeffrey Stansbury ha collaborato con il produttore dentale Myerson per sviluppare una stampante 3D inkjet personalizzata, pensata per questi materiali. Il percorso ha portato a una joint venture e all’introduzione sul mercato, nel 2025, della prima generazione di dentiere stampate attraverso l’affiliazione di Myerson con Henry Schein.

Myerson presenta il sistema Trusana1 come una soluzione per dentiere monolitiche basata su costruzione inkjet, con ridotto post-curing, meno lavoro manuale e produzione di arcate precise con combinazioni di colori per denti e base nello stesso ciclo di stampa. L’azienda cita anche l’assenza di bonding dei denti, la possibilità di stampare internamente il nome del paziente nella protesi e la compatibilità con riparazioni e ribasature tradizionali.

Materiali antibatterici e antifungini: la parte più delicata della ricerca

Uno dei problemi meno discussi delle dentiere è la colonizzazione microbica. Le superfici della protesi possono trattenere biofilm, batteri e funghi, soprattutto se l’igiene non è costante o se il paziente ha difficoltà nella pulizia quotidiana. Questo può causare cattivi odori, sapori sgradevoli, infiammazioni, lesioni dei tessuti molli e infezioni. Nei casi più critici, microrganismi presenti nel cavo orale possono contribuire a problemi che non restano confinati alla bocca.

Il gruppo di Devatha Nair e Michael Schurr lavora su un additivo da incorporare in piccole quantità nei materiali della dentiera. Durante la fotopolimerizzazione, l’additivo diventa parte integrante del dispositivo e aiuta a limitare la crescita microbica e fungina. Secondo la CU Anschutz, questi materiali mostrano attività significativa contro specie di Streptococcus e Candida, due gruppi associati a problemi frequenti nei portatori di protesi.

Qui serve prudenza: un materiale che svolge una funzione attiva sulla salute richiede un percorso regolatorio diverso rispetto a una semplice resina dentale. Lo stesso Stansbury chiarisce che ogni modifica della formulazione deve ottenere nuova autorizzazione FDA. Per questo le dentiere commerciali e le formulazioni antimicrobiche più avanzate vanno tenute distinte: una parte è già entrata nel mercato, l’altra resta oggetto di ricerca, validazione e passaggi regolatori.

Un progetto sostenuto da un finanziamento da 6 milioni di dollari

Il programma è sostenuto anche da un finanziamento Anschutz Acceleration Initiative da 6 milioni di dollari assegnato alla CU School of Dental Medicine. Il finanziamento nasce per integrare due linee tecnologiche sviluppate alla CU Anschutz: da una parte fotopolimeri resistenti, tenaci e adatti alla stampa inkjet; dall’altra polimeri fotopolimerizzabili con attività contro batteri come Streptococcus mutans.

L’obiettivo non è solo realizzare dentiere più performanti per chi può permettersele. La CU Anschutz collega il progetto anche a un tema di accessibilità: ridurre tempi e costi può aiutare pazienti anziani, veterani, persone con bisogni sanitari particolari e comunità con minore accesso alle cure protesiche. La scuola intende usare il proprio ambiente clinico e didattico per costruire dati su efficacia, soddisfazione e risultati nel mondo reale.

Quanto può cambiare il flusso per dentista, laboratorio e paziente

Con un flusso digitale, il dentista può acquisire la geometria della bocca con una scansione, inviare il file al laboratorio, far produrre la dentiera e riceverla in tempi più brevi. Stansbury indica che alcuni laboratori stanno già usando materiali derivati dalle prime fasi del progetto: il dentista invia il file, il laboratorio stampa la protesi e la rispedisce, con tempi intorno a una settimana. Alcuni studi potrebbero valutare una stampante direttamente in sede, anche se la macchina non viene descritta come economica.

La prospettiva più interessante è il passaggio da una produzione “per componenti” a una produzione “per paziente”. Invece di adattare materiali e procedure a limiti produttivi storici, il progetto permette di progettare la dentiera partendo dalla bocca del paziente, dalle esigenze funzionali e dalle proprietà locali del dispositivo. È un approccio che può ridurre sprechi di materiale, numero di passaggi manuali e possibilità di errore tra una fase e l’altra.

Il confronto con 3D Systems e il mercato delle dentiere jetted

La CU Anschutz non è l’unico soggetto che lavora sulle dentiere inkjet multimateriale. 3D Systems ha ottenuto nel 2024 l’autorizzazione FDA 510(k) per una soluzione jetted denture monolitica e multimateriale, basata sui materiali NextDent Jet Denture Teeth e NextDent Jet Denture Base. L’azienda ha indicato anche Glidewell tra i primi grandi laboratori coinvolti nell’implementazione del flusso.

Nel 2026, 3D Systems ha comunicato anche la certificazione EU MDR Class IIa per la soluzione NextDent Jetted Denture, con disponibilità commerciale in Europa dal 4 maggio 2026 tramite 3D Systems e partner autorizzati. Questo dato è utile per capire il contesto: la stampa 3D dentale multimateriale non è più solo una sperimentazione universitaria, ma sta entrando nei flussi industriali e regolati dei laboratori odontotecnici.

Novenda Technologies e la stampa multimateriale per laboratori

Un altro nome da seguire è Novenda Technologies, azienda con sede nei Paesi Bassi che sviluppa piattaforme di material jetting per applicazioni dentali. La società descrive le stampanti LD100 e LD105 come sistemi capaci di gestire più materiali e più testine, con l’obiettivo di produrre dispositivi dentali complessi con proprietà meccaniche ed estetiche controllate.

La presenza di realtà come 3D Systems, Myerson e Novenda Technologies mostra che il punto tecnico è ormai chiaro: il mercato dentale non cerca solo resine più belle o stampanti più veloci. Cerca flussi che possano produrre dispositivi personalizzati, multimateriale, coerenti dal punto di vista normativo e adatti al lavoro quotidiano dei laboratori.

Perché il materiale conta quanto la stampante

In molti settori della stampa 3D si tende a concentrarsi sulla macchina. Nel caso delle dentiere, però, il materiale è il vero centro del progetto. Una protesi deve resistere a carichi ripetuti, umidità, variazioni di temperatura, detergenti, pigmenti alimentari, usura e contatto continuo con i tessuti. Deve anche essere biocompatibile, stabile nel tempo e riparabile.

Per questo la ricerca sui polimeri fotopolimerizzabili è decisiva. La stampante deposita e solidifica il materiale, ma sono composizione chimica, comportamento meccanico, resistenza all’acqua, adesione tra zone diverse e compatibilità regolatoria a determinare se il dispositivo può funzionare in bocca per un periodo adeguato. La CU Anschutz sottolinea proprio la possibilità di controllare rigidità, elasticità e altre proprietà locali della protesi attraverso i sistemi polimerici sviluppati dal laboratorio Stansbury.

Dove siamo davvero: tra mercato, clinica e ricerca

La situazione va letta su tre livelli. Il primo è quello commerciale: alcune dentiere inkjet monolitiche sono già autorizzate e disponibili attraverso canali industriali. Il secondo è quello clinico: servono studi controllati per confrontare questi dispositivi con le dentiere analogiche in termini di comfort, adattamento, funzione, durata e soddisfazione dei pazienti. Il terzo è quello dei materiali attivi, cioè le formulazioni antimicrobiche e antifungine, che richiedono ulteriori autorizzazioni perché non si limitano a fare da supporto protesico ma puntano anche a contribuire alla salute orale.

Questa distinzione è fondamentale per evitare aspettative sbagliate. Una dentiera stampata in 3D può già ridurre tempi e passaggi produttivi. Una dentiera multimateriale può migliorare integrazione tra base e denti. Una dentiera con funzione antibatterica e antifungina, invece, deve ancora superare una validazione più ampia prima di diventare una soluzione diffusa.

Il lavoro della CU Anschutz School of Dental Medicine indica una direzione concreta per la stampa 3D dentale: non più solo modelli, guide chirurgiche o basi protesiche separate, ma dispositivi multimateriale progettati come un unico corpo. La collaborazione con Myerson, il collegamento con Henry Schein, il confronto indiretto con soluzioni industriali come 3D Systems NextDent e l’interesse di aziende come Novenda Technologies mostrano che la dentiera digitale sta diventando un campo competitivo e molto tecnico.

Il passaggio più interessante resta quello dei materiali antimicrobici e antifungini. Se i test clinici e regolatori confermeranno i risultati di laboratorio, la stampa 3D potrà offrire non solo protesi più rapide da produrre, ma dispositivi progettati per ridurre alcuni problemi quotidiani dei portatori di dentiere: biofilm, cattivi odori, infiammazioni e infezioni. Per ora, la strada è aperta, ma il valore reale sarà misurato dai dati clinici, dalla durata nel tempo e dalla capacità dei laboratori di integrare questi flussi senza aumentare la complessità per dentisti e pazienti.

Di Fantasy

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