Un gruppo di ricercatori della University of Colorado Boulder e della Columbia University ha sviluppato un metodo per migliorare la stampa 3D di materiali da costruzione a base di terra. Il lavoro è stato pubblicato su Nature Communications con il titolo Bio-inspired 3D-printed earthen materials and structures e affronta uno dei problemi più concreti della stampa 3D con argille, sabbie e sottosuoli naturali: trasformare una miscela locale, spesso variabile e difficile da controllare, in un materiale capace di scorrere nell’ugello, mantenere la forma dopo l’estrusione e sostenere strati successivi senza collassare.

Il punto di partenza dello studio non è la semplice sostituzione del cemento con la terra. Il gruppo ha osservato il modo in cui alcuni sistemi naturali costruiscono strutture resistenti usando particelle minerali e leganti biologici. Termitai, nidi di vespe e barriere di vermi marini offrono esempi di architetture costruite con materiali granulari, secrezioni organiche e organizzazione geometrica. I ricercatori hanno provato a trasferire questo principio in un processo di fabbricazione additiva, studiando le interazioni tra minerali terrestri e biopolimeri a diverse scale.

Perché stampare in 3D con la terra è difficile

La terra è un materiale abbondante, economico, non tossico e usato nell’edilizia da migliaia di anni. Il suo limite, quando entra in un processo industriale o digitale, è la variabilità. Un terreno può contenere sabbia, argilla, limo, mica, bentonite, kaolinite o altre frazioni minerali in proporzioni diverse. Cambiano anche granulometria, umidità, plasticità e comportamento durante l’asciugatura. Nella stampa 3D questo diventa un problema immediato: una miscela troppo fluida si deforma, una miscela troppo rigida non esce bene dall’ugello, una miscela che ritira troppo durante l’essiccazione può fessurarsi o perdere precisione geometrica.

Il lavoro di Samuel J. Armistead, Yierfan Maierdan, Olga B. Carcassi, Rebecca A. Mikofsky, Shiho Kawashima, Lola Ben-Alon e Wil V. Srubar III si concentra proprio su questo passaggio. Non basta dire “usiamo terra locale”: bisogna capire come le particelle minerali interagiscono con l’acqua e con i leganti, quali additivi migliorano la lavorabilità e quali invece irrigidiscono troppo il sistema. Gli autori hanno costruito un percorso di ottimizzazione multiscala, partendo dal comportamento microscopico e arrivando alla stampa di strutture più grandi.

Il ruolo dei biopolimeri

La ricerca ha valutato diversi polisaccaridi, tra cui gomma di guar, gomma di semi di carrube, gomma cassia, alginato di sodio e gomma xantana. Questi materiali non sono stati scelti come semplici “collanti naturali”, ma come sostanze capaci di modificare il comportamento della miscela. Alcuni biopolimeri tendono a legarsi con le particelle argillose e a creare una rete più rigida; altri agiscono in modo diverso, favorendo la dispersione delle particelle e migliorando il flusso.

Il risultato più interessante riguarda l’alginato di sodio. Nelle prove, questo stabilizzante non ha funzionato principalmente perché “incolla” meglio le particelle, ma perché modifica il modo in cui argilla e sabbia si organizzano nella miscela. L’effetto è una pasta più stampabile, con una migliore capacità di scorrere durante l’estrusione e di mantenere la geometria dopo la deposizione. La formulazione ottimale individuata nello studio è stata pari allo 0,12% di alginato di sodio rispetto all’acqua.

Questo dettaglio è importante perché cambia il modo di leggere il materiale. Nella stampa 3D di terra non serve soltanto aumentare la resistenza finale del pezzo asciutto. Serve prima di tutto controllare lo stato fresco: viscosità, soglia di snervamento, stabilità degli strati, ritiro, velocità di deposito e capacità di costruire pareti o aggetti. In altre parole, il materiale deve comportarsi bene mentre viene stampato, non solo dopo l’asciugatura.

Un miglioramento misurabile nella stampa

Le prove hanno mostrato che la miscela con alginato di sodio permette di aumentare la velocità di stampa del 33% e di migliorare la stabilità strutturale di 10° rispetto al materiale di controllo non stabilizzato. Nelle prove su scala ridotta, la formulazione ottimizzata ha permesso anche di lavorare con rapporti terra/acqua più alti, riducendo il ritiro da essiccazione dal 10,31% al 2,61% e aumentando del 25% la resistenza a compressione rispetto ai campioni di controllo.

Nella fase su scala più grande, i ricercatori hanno usato una stampante WASP 40100, con percorsi utensile generati in Rhino e Grasshopper. La miscela con alginato di sodio è stata stampata con rapporto terra/acqua di 3:1, velocità di 4000 mm/min, moltiplicatore di flusso pari a 0,7 e pressione dell’aria di 4 bar, ottenendo pareti con strati regolari da 8 mm. Il materiale ha mantenuto geometrie con aggetti a 70° e 60°, mentre la geometria a 50° è collassata durante la stampa. Il materiale di controllo ha richiesto una velocità inferiore, pari a 3000 mm/min, e non ha retto gli stessi aggetti.

La presenza di WASP è significativa perché collega la ricerca accademica a una tecnologia già usata nel campo della stampa 3D ceramica e dei materiali densi. La WASP 40100 LDM è una macchina progettata per materiali fluido-densi come argilla, gres, porcellana e terracotta, con volume cilindrico di stampa fino a 400 mm di diametro e 1000 mm di altezza.

Dalla scala microscopica alla costruzione

Uno degli aspetti più utili dello studio è il metodo. I ricercatori non hanno provato una ricetta casuale fino a ottenere una miscela stampabile. Hanno invece costruito una sequenza: interazione tra minerali e biopolimeri, comportamento reologico, prove di estrusione, stampa di campioni e verifica su geometrie più impegnative. Questa impostazione consente di collegare chimica, fisica delle particelle e prestazione architettonica.

Lo studio ha preso in considerazione sabbia e quattro minerali argillosi: kaolinite, bentonite, vermiculite e mica. Secondo il lavoro, questi materiali rappresentano circa il 90% della mineralogia globale dei sottosuoli, quindi il metodo non è pensato per una sola terra locale, ma per una famiglia ampia di terreni che potrebbero essere riutilizzati in edilizia.

Questo punto è centrale per la stampa 3D in costruzione. Se ogni cantiere richiede una ricetta diversa, la tecnologia rimane difficile da standardizzare. Se invece si capisce quali interazioni funzionano tra minerali e biopolimeri, diventa possibile creare procedure più ripetibili, adattabili a terreni diversi e più vicine alle esigenze di progettisti, imprese e produttori di materiali.

La terra come alternativa a parte dei materiali cementizi

Il tema ambientale è inevitabile. Il settore delle costruzioni è uno dei principali responsabili delle emissioni globali: secondo UNEP, edifici e costruzioni rappresentano circa il 37% delle emissioni globali di gas serra, con materiali come cemento, acciaio e alluminio tra le voci più pesanti.

Il cemento resta un materiale fondamentale e non può essere sostituito in blocco da soluzioni in terra cruda. Tuttavia, la ricerca su materiali a basso contenuto di carbonio è importante perché molte applicazioni non richiedono sempre lo stesso livello di prestazione del calcestruzzo strutturale. Pareti non portanti, elementi architettonici, componenti interni, sistemi di tamponamento, moduli temporanei e parti edilizie a bassa sollecitazione potrebbero trarre vantaggio da materiali locali e meno energivori, a condizione che siano progettati e verificati con criteri adeguati.

La stessa Columbia University descrive i materiali in terra come alternative emergenti ai materiali cementizi per via di basso carbonio incorporato, accessibilità, sicurezza e caratteristiche termiche. Il progetto collegato a questa linea di ricerca, finanziato dalla National Science Foundation con 2,2 milioni di dollari, mira a caratterizzare miscele ottimali per materiali e strutture in terra stampati in 3D, mettendo in relazione microstruttura, scienza del suolo, proprietà del materiale e metodi di stampa.

CU Boulder, Columbia e i laboratori coinvolti

Alla University of Colorado Boulder, il lavoro si inserisce nelle attività del Living Materials Laboratory, guidato da Wil V. Srubar III. Il laboratorio lavora all’intersezione tra biologia, scienza dei materiali e ingegneria delle costruzioni, con progetti su materiali viventi, biocementi, materiali a base biologica e sistemi per ridurre l’impatto del costruito. Il laboratorio indica tra i propri progetti anche lo studio dei rapporti processo-struttura-proprietà nei materiali in terra stampati in 3D, con supporto della National Science Foundation.

Alla Columbia University, il lavoro si collega al Natural Materials Lab della Graduate School of Architecture, Planning and Preservation, fondato e diretto da Lola Ben-Alon. Il laboratorio studia materiali da costruzione grezzi, a base di terra e fibre, considerando ciclo di vita, filiere, tecniche di fabbricazione, politiche e possibilità di scala. Questa prospettiva è importante perché la stampa 3D con terra non riguarda solo la macchina: riguarda il reperimento della materia prima, il suo trattamento, la progettazione, la logistica e il rapporto con norme edilizie spesso pensate per materiali più convenzionali.

Il gruppo di ricerca comprende competenze diverse: ingegneria civile e ambientale, architettura, scienza dei materiali e tecnologia delle costruzioni. Gli autori sono affiliati al Department of Civil, Environmental, and Architectural Engineering della University of Colorado Boulder, al Department of Civil Engineering and Engineering Mechanics della Columbia University, alla Columbia GSAPP e al programma di Materials Science and Engineering della University of Colorado Boulder.

Il legame con la ricerca precedente

Questo studio non nasce isolato. Tra i riferimenti degli autori compaiono lavori su reologia e stampa 3D di calcestruzzi in terra stabilizzati con alginato, materiali in caolino stabilizzati con gomma di semi di carrube e additive manufacturing di materiali naturali. La pubblicazione di Nature Communications organizza queste conoscenze in un quadro più ampio, cercando di capire non solo quale additivo funzioni, ma perché funzioni e in quali sistemi minerali.

Il tema è rilevante anche per l’architettura sperimentale. La Columbia GSAPP e il Natural Materials Lab hanno già lavorato su installazioni e dimostratori in terra e fibre. Alla Biennale Architettura 2025 di Venezia, il progetto Earthen Rituals ha utilizzato texture di terra tradotte in codice e piastrelle stampate in 3D con miscele di terra-fibra da scarti di costruzione e sottoprodotti agricoli.

Cosa cambia per la stampa 3D edilizia

La ricerca non dice che domani le case verranno stampate ovunque con terra, alginato e una macchina da laboratorio. Il messaggio è più concreto: se si vuole usare la terra nella fabbricazione additiva, bisogna trattarla come un materiale ingegnerizzato. Questo significa conoscere la composizione del suolo, controllare acqua e additivi, progettare il comportamento reologico e verificare la stabilità delle geometrie.

Il vantaggio possibile è notevole: usare materiali locali o sottosuoli derivati da scavi, ridurre il trasporto di materia prima, limitare il ricorso a leganti ad alta intensità energetica e progettare elementi con geometrie ottimizzate. Ma la strada passa per prove, standard, validazioni e casi d’uso precisi. Una parete stampata in terra deve rispondere a esigenze di ritiro, umidità, resistenza, durabilità, adesione tra strati e compatibilità con le normative edilizie.

Gli autori indicano che il framework potrebbe essere esteso ad altre proprietà necessarie per l’uso pratico: crescita strutturale nel tempo, tissotropia, densità, prestazioni meccaniche, conducibilità termica, resistenza all’umidità e durabilità ambientale. Sono aspetti che contano molto più di un singolo valore di resistenza, perché determinano se una miscela può passare dal laboratorio a elementi edilizi ripetibili.

Un passo verso materiali da costruzione più locali e controllabili

Il lavoro di CU Boulder e Columbia mostra una direzione interessante per la stampa 3D in edilizia: non solo macchine più grandi, ma materiali più comprensibili. La manifattura additiva applicata alla terra ha senso quando riesce a unire tre elementi: materia prima locale, controllo del processo e geometrie che sfruttano davvero la deposizione strato su strato.

L’alginato di sodio, in questo studio, non è un ingrediente “magico”, ma uno strumento per regolare il comportamento della miscela. La sua efficacia nasce dal modo in cui modifica il flusso e la stabilità del materiale durante la stampa. Questo rende la ricerca utile anche oltre la specifica formulazione, perché fornisce un metodo per analizzare altre combinazioni di suoli, minerali e biopolimeri.

Per il settore della stampa 3D delle costruzioni, il passaggio importante è proprio questo: la terra non deve essere considerata un materiale povero da spingere dentro un estrusore, ma un sistema complesso da progettare. Quando il materiale viene studiato a livello microscopico, reologico e architettonico, la stampa 3D può diventare uno strumento per valorizzare risorse locali e costruire con un impatto più basso, senza rinunciare alla precisione richiesta dai processi digitali.

Di Fantasy

Lascia un commento